Borrell, la superbia della decadenza

di Fabrizio Casari

Da diversi anni gli europei guardano con perplessità in alcuni casi - e con indifferenza in maggior misura - l’agire scomposto di Joseph Borrell. Il politicante catalano è “Alto Rappresentante dell’Unione Europea per la politica Estera e di Sicurezza”: una pomposità terminologica fuori luogo e fuori tempo con cui viene definito il ruolo del rappresentante di una politica estera...
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Il governo dei peggiori

di Fabrizio Casari

I dati sulla povertà in Italia pubblicati recentemente sono sconcertanti ed hanno l’aggravante di essere in difetto rispetto a quelli che leggeremo nei prossimi 12 mesi. Nel paniere del dolore è entrata la “malinconia” come ha registrato il Censis e forse non sarebbe possibile diversamente visti i numeri. La povertà assoluta è stabile, ma ai massimi storici: tocca 1,9 milioni di famiglie (7,5%) e 5,6 milioni di persone (9,4%) poveri assoluti che non dispongono delle risorse economiche sufficienti per vivere. Tra questi, 1,4 milioni di minori (14,2% del totale). A costoro si aggiungono altri 8 milioni che riescono solo a coprire l’indispensabile. Ci sono dunque 14 milioni di italiani in stato di povertà e si prevede che nel...
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Quello che la Cassazione ha stabilito è che licenziare si può anche solo per aumentare i margini di profitto di una impresa. Che, né più né meno, significa che il generare maggior valore per una azienda può essere perseguito attraverso il licenziamento.

Dunque il profitto non è legittimo solo quando è risultato della qualità del prodotto e/o dell’introduzione dello stesso in nuovi mercati, del processo d’innovazione tecnologico, della capacità di marketing o dell’efficacia della rete di vendita. Lo è anche quando utilizza il licenziamento come leva per la crescita dei margini, dal momento che in presenza di un bilancio in attivo la riduzione dei costi non dovrebbe rappresentare il primo degli obiettivi.

La sentenza della Cassazione indica, in sostanza, la fine della responsabilità sociale dell’impresa. Autorizza il venir meno, da parte del padronato, della relazione industriale che stabilisce le politiche economiche all’interno di un patto sociale inevitabile in una società di massa.

Sancisce la libertà assoluta dell’impresa di poter alzare a dismisura l’asticella della ricattabilità verso i lavoratori, maestranze, funzionari o manager che siano. Chiude, in fondo, con la concezione dell'impresa come parte della comunità di riferimento, elevando il profitto al di sopra della sua funzione sociale.

Ma se l'impresa risponde solo al suo profitto non si capisce - ad esempio - perché lo Stato interviene nelle crisi aziendali. Perché continua a versare fondi consistenti in forma diretta o sotto la veste di sgravi fiscali alle imprese, se queste non rispondono più alla dialettica delle relazioni industriali ed alla loro stessa funzione sociale, ma unicamente al loro profitto da incrementare con qualunque mezzo?

Se il massimo profitto è l’unico elemento fondante dell’impresa, se il generare lavoro e il distribuire ricchezza divengono una subordinata assoluta, la precarizzazione dei diritti dei lavoratori si converte nell’unica conseguenza possibile. Allora la funzione sociale dell’imprenditoria si annulla completamente.

E’ evidente come l’abolizione dell’articolo 18 da parte del governo Renzi abbia spianato la strada ad interpretazioni turboliberiste dell’equilibrio sociale che poco hanno a che vedere anche con quanto previsto dal dettato costituzionale in ordine alla funzione dell’impresa. Una lettura attenta della Carta imporrebbe una direzione decisamente più restrittiva del licenziamento immotivato e, infatti, altre sentenze della stessa Corte hanno in passato interpretato in modo opposto.

Ma il nuovo clima culturale che imputa al costo del lavoro o, addirittura, al lavoro in quanto tale, le responsabilità uniche della crisi imprenditoriale (Alitalia è esempio classico di questa vulgata) favorisce sentenze come queste che servono soprattutto ad incentivare gli imprenditori disonesti e gli speculatori.

Che i giudici della Cassazione, dall’alto della responsabilità di chi produce giurisprudenza, possano sentenziare con tanta leggerezza in forma opposta a 70 anni di storia delle relazioni industriali preoccupa non poco.

Conferma anzi quanto sia pericoloso, in assenza di una legiferazione netta sulla regolamentazione del mercato del lavoro, l’assunzione di un ruolo di supplenza da parte della magistratura. Che, ormai troppo spesso, dimentica che il suo ruolo è applicare le leggi, non scriverle.

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