Il consueto appuntamento super-esclusivo del World Economic Forum (WEF) di Davos, in Svizzera, si sta svolgendo questa settimana in uno spirito di apparente ottimismo, giustificato dal continuo accumulo di ricchezze tra le élite planetarie e, almeno per quanto riguarda gli Stati Uniti, dalle prospettive che lascia intravedere il pacchetto di tagli alle tasse per i più ricchi recentemente approvato dal Congresso di Washington.

 

 

Come al solito, gli organizzatori del forum hanno almeno in apparenza offerto una proposta di discussione basata sugli squilibri del sistema capitalistico odierno, ovvero, come recita eufemisticamente lo slogan ufficiale di quest’anno, sulla necessità di “creare un futuro condiviso in un mondo frammentato”.

 

Fuori da ogni seria riflessione resta però l’interrogativo di come sia possibile rispondere ai bisogni e alle frustrazioni di miliardi di persone, abbandonate dall’onda neoliberista, se la ricerca delle soluzioni è affidata agli stessi responsabili della “frammentazione” e ai detentori di ricchezze immense tutt’altro che “condivise” o condivisibili.

 

Al di là dei proclami, il summit di Davos è attraversato da scosse globali e venti di crisi del sistema, osservabili, tra l’altro, dal crescente livello di scontro sociale in un numero sempre maggiore di paesi, dal nuovo aggravarsi del conflitto in Siria, segnato da un possibile scontro diretto tra USA e Turchia, dalle tensioni altissime nella penisola di Corea e dal rapido addensarsi di nubi minacciose sui rapporti tra le principali potenze economiche e militari del pianeta.

 

Forse il principale catalizzatore della crisi, il presidente americano Trump, sarà quest’anno presente nella località alpina svizzera, dove è atteso un suo intervento all’insegna del nazionalismo e della promozione del cosiddetto “eccezionalismo” USA. L’arrivo dell’inquilino della Casa Bianca a Davos si accompagna inoltre a una serie di provvedimenti appena adottati dal suo governo per colpire le esportazioni verso gli Stati Uniti di aziende soprattutto cinesi e sudcoreane.

 

Le liti doganali continuano a intensificarsi in parallelo alla crescente competitività sui mercati internazionali, così che, a fare da contrappunto a Trump, gli appelli contro il protezionismo e al libero scambio delle merci a livello globale sono ancora una volta al centro di molti interventi, come quelli di martedì del primo ministro indiano, Narendra Modi, e del giorno successivo della cancelliera tedesca, Angela Merkel.

 

Lontani anni luce dai disagi e dalla disperazione di un oceano di indigenti e futuri poveri, i leader politici e i top manager convenuti a Davos, sotto la protezione di eccezionali misure di polizia, hanno in molti casi espresso aspettative positive per l’immediato futuro. Spesso, proprio le iniziative o le promesse dell’amministrazione Trump sono state celebrate, come ha spiegato alla CNN l’amministratore delegato di Citigroup, Michael Corbat, per avere cambiato l’attitudine generale “da ottimista a fiduciosa”.

 

Il riferimento è al già ricordato taglio delle tasse per corporations e redditi più elevati negli Stati Uniti, da pagare con un nuovo assalto alla spesa sociale, ma anche alle già attuate misure di deregolamentazione del settore finanziario e di quello industriale, in attesa della probabile cancellazione della legge “Dodd-Frank”, cioè la modesta riforma del sistema bancario approvata all’indomani della crisi del 2008-2009.

 

In definitiva, quell’entusiasmo che viene ostentato anche a Davos deriva dalla prospettiva di nuovi impulsi alle ricchezze di pochi grazie, in sostanza, alla disponibilità virtualmente senza fine di denaro a bassissimo costo, messo a disposizione dalle banche centrali, da persistenti incentivi fiscali e da austerity senza fine per il resto della popolazione.

 

L’apertura del summit è stata anticipata anche quest’anno dalla pubblicazione dello studio di Oxfam sullo stato della distribuzione della ricchezza nel pianeta. Tralasciando gli inutili appelli, lanciati agli stessi responsabili della situazione odierna, per attuare riforme che rendano più equo il capitalismo globale, la ricerca ha evidenziato un’ulteriore prevedibile accelerazione alla concentrazione delle ricchezze.

 

Il dato più significativo riportato da Oxfam è quello che descrive come nel 2017 l’82% di tutta la ricchezza extra generata nel pianeta sia finita nelle mani dell’1% della popolazione, mentre alla metà più povera non è andato di fatto nulla.

 

Anche a Davos, in ogni caso, non sono mancati avvertimenti e voci critiche che mettono in guardia da una situazione esplosiva difficilmente sostenibile non solo nel lungo periodo. Serie preoccupazioni vengono espresse in primo luogo per le tensioni sociali derivanti dalla costante compressione di retribuzioni e condizioni di vita dei lavoratori. Questa minaccia è tornata ad affacciarsi già nei primi giorni dell’anno con una serie di scioperi e manifestazioni di protesta in vari paesi, dalla Tunisia all’Iran, dalla Germania alla Romania.

 

Allo stesso modo, c’è una chiara consapevolezza della possibile esplosione della bolla finanziaria che sta gonfiando gli indici di borsa. Un rischio evidentemente accentuato dall’acuirsi dei conflitti geo-strategici in atto, quasi tutti con al centro gli Stati Uniti o i loro più stretti alleati.

 

In concomitanza con il WEF sono giunti anche gli avvertimenti del Fondo Monetario Internazionale (FMI), ironicamente in un comunicato nel quale le stime della crescita economica globale sono state ritoccate al rialzo.

 

Il capo degli economisti del FMI, Maurice Obstfeld, ha citato una “confluenza di fattori” che rendono “improbabile una durata prolungata” dell’attuale situazione economica favorevole, sia pure solo per banche, speculatori e grandi aziende. Ancora una volta, una delle prescrizioni per evitare un nuovo disastro dovrebbe essere l’impulso a favore di “una crescita più inclusiva”, cioè presumibilmente una qualche redistribuzione della ricchezza prodotta.

 

L’illusione di riformare un sistema in crisi terminale, tuttavia, anima ormai soltanto le classi dirigenti, terrorizzate per una possibile mobilitazione indipendente delle popolazioni oppresse.

 

In fin dei conti, come ha riassunto efficacemente Pepe Escobar sul sito di news Asia Times in un’analisi dedicata al summit di Davos, continua a essere “più facile immaginare la distruzione totale dell’umanità, a causa di una guerra nucleare o di una catastrofe climatica, che lavorare al cambiamento delle relazioni prodotte dal sistema capitalistico”.

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