La decisione presa qualche giorno fa dal presidente americano Trump di nominare John Bolton nuovo consigliere per la sicurezza nazionale rappresenta un nuovo pericoloso passo avanti verso la creazione a Washington di una sorta di gabinetto di guerra. L’ex ambasciatore USA alle Nazioni Unite è infatti uno dei “falchi” più irriducibili dell’establishment repubblicano, nonché gravemente compromesso con i crimini dell’amministrazione Bush. Per ogni sfida alle mire egemoniche americane, la soluzione offerta da Bolton è e continua a essere quella della forza militare.

 

 

Il ritorno di John Bolton alla Casa Bianca era nell’aria da tempo. Il consigliere per la sicurezza nazionale uscente, H. R. McMaster, era infatti ai ferri corti con il presidente e l’occasione per rimuoverlo dal suo incarico è stata l’ennesima divergenza tra i due, emersa sulle congratulazioni fatte da Trump a Putin per il recente successo elettorale di quest’ultimo.

 

Il licenziamento di McMaster è arrivato dopo un altro rimpasto ai vertici della sicurezza nazionale e della diplomazia americana, che prospetta ugualmente un irrigidimento delle posizioni internazionali degli Stati Uniti. Al dipartimento di Stato, Rex Tillerson è stato sostituito con il direttore della CIA, Mike Pompeo, anch’egli ascrivibile alla fazione dei “falchi”.

 

Per rimpiazzare l’ex deputato repubblicano alla guida della più nota agenzia di intelligence USA, Trump ha scelto invece Gina Haspel, già responsabile della supervisione delle torture somministrate ai sospettati di terrorismo in un centro di detenzione illegale in Thailandia all’indomani dell’11 settembre 2001.

 

Questi e altri cambiamenti nel gabinetto Trump hanno tolto di mezzo alcuni esponenti, a cominciare da Tillerson, che erano considerati come forze moderatrici delle tendenze guerrafondaie e ultra-nazionaliste che caratterizzano una parte sempre più importante dei collaboratori presidenziali. Il possibile siluramento in un futuro più o meno vicino del capo di gabinetto, generale John Kelly, e del segretario alla Difesa, generale James Mattis, potrebbe ancor più spostare a destra gli equilibri del governo di Washington e avvicinare una guerra rovinosa contro uno o più “nemici” degli Stati Uniti.

 

Con l’arrivo di Bolton nell’amministrazione Trump, ad ogni modo, gli obiettivi più immediati potrebbero essere Corea del Nord e Iran. La Casa Bianca ha risposto positivamente alla proposta nordcoreana di uno storico faccia a faccia tra Trump e Kim Jong-un. Il vertice dovrebbe tenersi alla fine di maggio, ma la presenza di Bolton a fianco di Trump conferma, assieme ad altre prese di posizione da parte americana nelle ultime settimane, come l’evento potrebbe in realtà essere usato da Washington non per favorire il processo di pace, bensì per accelerare l’aggressione contro il paese asiatico.

 

Nel caso l’incontro tra i due leader dovesse andare in porto, Bolton aveva d’altra parte consigliato a Trump di consegnare un vero e proprio ultimatum a Kim, così da costringerlo a una scelta impossibile tra la denuclearizzazione senza condizioni e la guerra. Nella sua prolifica carriera da commentatore e analista, l’ex membro dell’amministrazione Bush ha più volte invocato un attacco preventivo contro la Corea del Nord, da ultimo in un articolo pubblicato dal Wall Street Journal nel mese di febbraio, cioè nel pieno degli sforzi diplomatici per risolvere pacificamente la crisi coreana.

 

Bolton è anche un critico particolarmente acceso dell’accordo sul nucleare iraniano (JCPOA), sottoscritto nel 2015 a Vienna. In quello stesso anno, il prossimo consigliere per la sicurezza nazionale di Trump aveva scritto un commento per il New York Times dal titolo “Per fermare la bomba iraniana, bombardiamo l’Iran”. La ricetta prescritta in quell’occasione da Bolton era un mix tra aggressione militare e un impegno per il cambio di regime a Teheran. Queste posizioni rischiano così di saldarsi in maniera esplosiva con i propositi di Trump di uscire dall’accordo di Vienna il prossimo mese di maggio.

 

A dare l’idea delle intenzioni di Bolton è stato nei giorni scorsi l’ex ministro della Difesa israeliano Shaul Mofaz, il quale in una conferenza ha rivelato come il neo-consigliere di Trump, ai tempi del suo incarico all’ONU, avesse cercato di convincerlo a intraprendere un’azione militare contro l’Iran. Mofaz, che è stato anche comandante delle forze armate di Israele, si era alla fine opposto, spiegando a Bolton che un’aggressione contro la Repubblica Islamica non sarebbe stata utile né per Washington né per Tel Aviv.

 

La stessa attitudine si ritrova nel “pensiero” di Bolton per quanto riguarda Russia e Cina. La minaccia rappresentata da entrambi agli interessi americani dovrebbe essere cioè affrontata con una condotta ancora più aggressiva. Nel caso di Pechino, Bolton auspica un’intensificazione delle provocazioni sia nel Mar Cinese Meridionale e Orientale sia in merito ai rapporti con Taiwan e alla messa in discussione della politica di “una sola Cina”.

 

Sulla Russia, l’integralismo di Bolton e la scelta di Trump di metterlo alla guida del Consiglio per la Sicurezza Nazionale appaiono però decisamente meno estremi o fuori sintonia rispetto alle inclinazioni della classe dirigente americana in genere.

 

La resurrezione politica di Bolton è stata accolta in effetti con preoccupazione da molti politici, ex membri del governo e commentatori negli Stati Uniti, precisamente per il rischio di far esplodere nuove dispendiose e cruente guerre che la sua visione della politica estera americana comporta.A ben vedere, tuttavia, praticamente l’interno panorama politico, militare e della sicurezza nazionale degli Stati Uniti è coinvolto nei preparativi di guerra per cercare di salvaguardare gli interessi americani nel mondo. Le differenze tra le posizioni che oggi passano per “moderate” e quelle più apertamente guerrafondaie di un Bolton sembrano riguardare più che altro le modalità e i tempi del prossimo scontro armato, così come il nome del “nemico” da affrontare per primo.

 

Rivela tore in questo senso è stato un recente editoriale del New York Times seguito alla notizia della nomina di Bolton. Il baluardo del giornalismo “liberal” americano ha messo in guardia dall’estrema pericolosità di un simile individuo al fianco del presidente, ma ha allo stesso tempo elogiato i suoi propositi decisamente aggressivi in relazione alla Russia, a conferma del sostanziale consenso tra le élites americane sulla necessità, in un modo o nell’altro, di invertire il declino degli Stati Uniti attraverso la forza militare.

 

L’influenza e le eventuali conseguenze della presenza di John Bolton alla Casa Bianca si dovranno misurare anche con l’evoluzione dei rapporti con gli alleati degli Stati Uniti. Un’ulteriore accelerazione del confronto con Russia, Cina, Iran o Corea del Nord potrebbe mettere ad esempio in crisi i governi europei o quello sudcoreano, sempre meno interessati a cercare una mediazione con gli USA sulle varie crisi internazionali se dovesse prevalere la percezione che a Washington si è già di fatto deciso per la linea dura o, addirittura, una nuova guerra.

 

Nonostante il discredito e l’opposizione che incontra anche negli ambienti politici di Washington, la nomina di Bolton andrà con ogni probabilità a buon fine senza troppi ostacoli. La carica di consigliere per la sicurezza nazionale è infatti a completa discrezione del presidente e non richiede la ratifica del Senato, come è previsto invece per la gran parte delle posizioni governative.

 

Una massiccia campagna contro la deriva militarista dell’amministrazione Trump sarebbe in teoria l’unica possibilità di invertire la tendenza a Washington, ma nessuna fazione della classe dirigente americana, incluso il Partito Democratico, è chiaramente disposta ad appoggiarla. Il timore maggiore è infatti quello di innescare un movimento popolare di opposizione che, saldandosi a tensioni sociali esplosive, potrebbe facilmente sfuggire di mano e minacciare un intero sistema già in avanzato stato di crisi.

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