L’ennesimo tentativo di golpe non riuscito dei giorni scorsi ha chiarito definitivamente sia in Venezuela che negli Stati Uniti che Juan Guaidò è il cavallo sbagliato per la corsa sbagliata. L’ultima figuraccia l’ha fatta poche ore orsono, quando ha convocato i venezuelani a recarsi fuori dalle caserme per chiedere il sostegno dei militari: nessuno ha seguito l’indicazione. Anzi, i suoi adepti si sono beccati la reazione gentile ma ferma dei militari. Figuraccia planetaria perché le tv erano corse con telecamere a documentare la rivolta e hanno dovuto registrare il fiasco.

 

Da presidente autonominato a fallimento nominato il passo è stato breve. Non è riuscito a far schierare i militari e gli altri settori strategici del paese contro il governo, con le sue boutade ha ridotto il seguito popolare verso l’opposizione ed ha acuito le divisioni tra i partiti che la compongono.

 

Guaidò non è stato ritenuto credibile in patria e all’estero non ha attirato consensi più di quelli direttamente procurati dagli USA. Persino la grande borghesia venezuelana, dai Cisneros in giù, non si è particolarmente ingaggiata nella battaglia per Guaidò, come ha rilevato lo stesso Vicepresidente USA, Mike Pence.

 

 

Dunque sia il ruolo che la persona di Guaidò hanno esaurito la loro spinta propulsiva ed indossano già i panni del boomerang politico. Il suo futuro è incerto, ormai sarebbe più utile da “martire” che da leader, dunque farà bene a guardarsi intorno; la CIA ha la cattiva abitudine di disfarsi di ciò che diventa inservibile. Lo stesso Washington Post titolava due giorni fa sul fallimento fragoroso dell’opzione Guaidò e si chiedeva se la Casa Bianca fosse in grado di elaborare una strategia decente o se, invece, incapacità e furore ideologico lo impedissero.

 

A conferma di come l’operazione golpista sia stata messa in piedi senza capacità ci sono le parole di Eliott Abrams, che ha affermato di aver avuto problemi di comunicazione tra Casa Bianca e Guaidò perché “nelle ore decisive i nostri amici avevano i telefoni spenti”. Neanche in un film dei Vanzina.

 

Non solo Guaidò. Anche la mossa decisa per far riemergere l’uomo forte dell’estrema destra si è rivelata un errore marchiano, perché Leopoldo Lopez ha scelto il modo peggiore per tornare in scena. Sembra che sia stata una sua pressante richiesta anche per riprendere a Guaidò lo scettro di leader del suo partitino e c’è addirittura chi sospetta che il putch sia stata solo una azione di copertura per far uscire Lopez, ma la verità è che avrebbe potuto evadere dai domiciliari in qualunque momento.

 

Dopo esser stato rifiutato dai cileni, che già ospitano Freddy Guevara, gli è toccato dirigersi all’ambasciata spagnola, dove ha chiesto ospitalità basandosi sulla sua discendenza spagnola. Pur non potendo rifiutarne l’ingresso nella sua sede diplomatica, Madrid non sembra felice della scelta, nonostante sia stata lesta a riconoscere a suo tempo l’inutile presidente ad interim. Non per caso Borrel, ministro degli Esteri, ha chiarito che “Madrid sta studiano a fondo il caso per decidere come muoversi, ma non permetterà comunque che l’ospite realizzi attività politica dall’interno dell’ambasciata”.

 

Le ripetute affermazioni statunitensi circa la presenza dei militari cubani in Venezuela traggono in inganno solo chi vuole credere ad un presidente come Donald Trump che, come ha rilevato sempre il Washington Post, dal suo insediamento ad oggi ha già mentito 10.000 volte, con una media di 23 bugie al giorno.

 

Accusare Cuba di ingerenza militare è ridicolo, dal momento che l’isola non ha mezzi e risorse per proporsi in questa chiave; ma diventa paradossale quando le accuse arrivano da chi in America Latina dispone di una flotta oltre a 76 basi militari, di cui nove in Colombia, paese confinante e ostile.

 

Insomma il bilancio del tentato golpe vede due risultati: Piazza Altamira, luogo classico delle adunate dell’opposizione, è divenuta il simbolo della sconfitta e la fuga nell’ambasciata spagnola del suo leder estremista mentre incita il popolo alla rivolta, é la plastica rappresentazione della codardia, con il suo condottiero che invece di collocarsi alla testa dei suoi fugge alla ricerca della sua sicurezza. Non c’è bisogno di scomodare i codici del machismo latinoamericano per capire come questa rappresenti una veste che lo inibisce a qualunque leadership. La fuga nelle braccia cilene, insomma, rappresenta il punto finale della sua carriera politica.

 

E’ quasi certo che gli Stati Uniti sono stati indotti a valutazioni surreali fidandosi di personaggi come Lopez e Guaidò: in questo senso, la cacciata dal Venezuela dei loro diplomatici e degli spioni annessi non gli ha certo facilitato il compito. Il monitoraggio delle forze in campo e la valutazione sulla praticabilità dell’operazione sono stati affidati a Lopez e Guaidò che, seppure potrebbero esser stati vittime di una operazione di depistaggio, da sempre profilana Washington o un quadro generale secondo la loro convenienza e sono portatori di una ambizione personale senza limiti.

 

Lo stesso presidente Trump pare sia seriamente infastidito per la catena di figuracce che va inanellando e, secondo alcuni osservatori, non sarebbe da escludere il rotolare di qualche testa del suo staff nazi-evangelico. Per giustificare il pesante errore di valutazione di golpisti il Dipartimento di Stato USA ha parlato di presunti accordi sulla fuga di Maduro a Cuba, ma è fantapolitica inzuppata nelle fake news. E’ facile identificare le menzogne di Bolton, uno degli esseri più spregevoli dell’intero Gabinetto Trump, come propaganda destinata alla guerra psicologica.

 

Intendiamoci, non ci sarebbe niente di strano nel verificare una diplomazia parallela tra i nemici, è anzi persino scontato che vi sia, proprio per separare i problemi dalla propaganda e cercare le soluzioni invece che le polemiche. E’ procedura usuale. Ma qualcosa, per non dire tutto, non torna, perché quei vertici militari che avrebbero dovuto accordarsi con i golpisti marciano con Maduro alla loro testa, mentre i golpisti sono rifugiati nelle ambasciate. La verità dei fatti è quindi una sola: chi fugge è Lopez, non Maduro.

 

Al vertice con Stati Uniti, la Russia ribadisce come non siano possibili avventure militari “il cui esito - ha sottolineato il Ministro degli Esteri russo Lavrov - sarebbe catastrofico”. Per Pompeo, aldilà delle frasi di circostanza, scorrono inesorabili le immagini di un fallimento politico come quello del golpismo. Mosca ha ragione: la soluzione politica è l’unica via, il diritto internazionale l’unica strada percorribile e le Nazioni Unite l’unico indirizzo al quale rivolgersi.

 

Ma resta ancora di là da venire una correzione profonda della politica statunitense, ostaggio di una destra estrema che utilizza la debolezza politico-parlamentare del presidente ricattandolo per continuare ad imporre il suo fanatismo criminale, fino a porre gli USA sull’orlo di una crisi internazionale che potrebbe rivelarsi una delle peggiori disfatte mai vissute nel continente.

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