Quaranta anni fa, con l’entrata dei muchachos a Managua, il Nicaragua smise di essere una scena del crimine e divenne una nazione. Il dittatore, Anastasio Somoza, fuggiva con il suo denaro, unico autentico amore della sua vita, mentre la sua vittima preferita, la popolazione, s’innamorava di un paese diverso. Persino la luce era diversa. Di colpo il caldo non soffocava, abbracciava. Il sole, del resto, prese atto subito che, se voleva illuminare tutta la terra, non poteva che cominciare da li.

Povero, poverissimo, dimenticato dal sistema mediatico eppure scenario di una Rivoluzione destinata a cambiare la storia e i suoi paradigmi, il Nicaragua mise l’abito buono, quello che usa per i grandi eventi. Quindi, con eleganza e tatto, ma con decisione, procedette verso la sovversione. Assunsero similitudine il destino e la fortuna, l’osare si fece attitudine. S’invertirono i canoni, si sradicò il malcostume che vedeva i cattivi comandare e i buoni soccombere. I rovesci si fecero Diritto, la tenerezza impose i suoi diktat, primo fra tutti quello che ordinava la fine della paura.

Venne abolita la ferocia, ridotta all’indispensabile la vendetta, la giustizia divenne legge. Dichiarato illegale il rancore, si edificò il primo codice d’onore tante volte riaffermato: implacabili nel combattimento, generosi nella vittoria.

Davanti a tanto ardire persino i vulcani decisero di fumare con discrezione e c’è chi giura di aver visto i laghi ballare. L’ordine nuovo venne dichiarato sentinella dell’allegria del popolo e subito il popolo divenne sentinella invalicabile del nuovo ordine rivoluzionario. Il sorriso divenne un’espressione nazionale e chi era abituato a tacere iniziò a parlare.

L’ignoranza fu la prima vittima della Revoluciòn: chi non sapeva scrivere poté sognare di diventare poeta e chi non sapeva leggere poté immaginarsi declamatore. Il crepitare di ieri si trasformò in sintassi. L’impensabile divenne il nuovo, qui e ora. Persino i verbi si fecero tutti transitivi. Organizzare il quasi nulla rimasto, sanare, aiutare, edificare e ricostruire si fecero dita di una mano che non tremava, capace con un solo gesto e nello stesso tempo di aprirsi come un libro e chiudersi come un pugno.

Contro quella nuova architettura l’impero a stelle e strisce, vicino tra i più molesti, decise di scatenare il suo potere. Un blocco economico terribile ed ingiusto contro un paese che si apriva al mondo rendeva la difficoltà del vivere il primo dei problemi. Ma il Nicaragua avvertì tutti che dialogare con lei era auspicabile, torcergli il braccio inutile. Imparò a resistere e resistendo insegnò dignità. I giovani divennero fiere e gli adulti si fecero giovani. Con sfacciataggine impunita ci si rivolse al nemico per avvertirlo che nessuno si sarebbe arreso o venduto. Non un metro di sovranità venne ceduto, non un sogno venne impedito, la nuova identità di un popolo dovette essere scritta sulle targhe, sui documenti, sui monti, persino nel cielo. Non poterono nulla i suoi nemici.

Il drammaturgo tedesco Bertold Brecht diceva che sono fortunati i popoli che non hanno bisogno di eroi. Il Nicaragua, purtroppo, di questa fortuna non è stato omaggiato. Ogni suo passo verso la libertà, per conquistarla prima e per difenderla poi, è costato sangue e dolori, lacrime e rabbia. Più di centomila nicaraguensi si sono trasformati in donatori volontari del proprio sangue allo scopo di tenere in vita la propria patria. Una cifra spaventosa se rapportata alle dimensioni del paese ma sintomatica di come l’eroismo di un popolo cambi le inerzie, rovesci ogni tavolo, stravolga ogni previsione, superi i limiti prestabiliti, rompa frontiere, voli più alto di ogni predatore.

Quella di divenire esempio di eroismo non fu una scelta, piuttosto un obbligo. Il Nicaragua, che aveva appena imparato a ridere, avrebbe volentieri fatto a meno di altro sangue, avrebbe con piacere scambiato feste con lutti. Ma la ferocia assassina di chi parla di giardino di casa omettendo che lo riempie di tombe, non diede nessuna possibilità di scansare il dolore. Dal 1980 al 2018 l’orrore si è presentato in momenti diversi ma ha usato le solite vesti: identici i suoi ispiratori, i suoi complici, le sue pedine consapevoli e inconsapevoli. Simili le modalità con le quali si è espresso, altrettanto identica la resistenza che lo ha sconfitto.

L’ultima puntata della serie criminale è appunto andata in onda nel 2018, quando dal 18 aprile fino alla seconda metà di giugno, il Nicaragua vide i nuovi contras all’assalto del paese. Protagonisti lupi con le vesti di agnelli, presunti uomini di fede con le tonache gonfie di odio, avanzi di latifondo con aurea di imprenditori, figli viziati di una oligarchia putrefatta improvvisatisi guerriglieri, militanti del privilegio, delinquenti trasformati in dissidenti, aguzzini spacciati per avanguardie.

Per tre mesi hanno ricordato i metodi somozisti: per odio, persino per puro piacere personale, hanno distrutto e minacciato, sequestrato e ucciso, bloccato e bruciato un intero popolo, che di volta in volta assumeva le sembianze di case, ospedali, ambulanze, municipi, strade. Come Somoza, hanno ricevuto quotidianamente appoggi ed ordini dalla locale ambasciata degli Stati Uniti; come Somoza hanno assassinato innocenti e fatto ricadere la colpa sui loro nemici e, così come gli sgherri di Somoza, hanno catturato, violentato, torturato, ucciso e fatto scomparire i resti delle loro vittime. Insomma, come Somoza, hanno scatenato la ferocia di chi si sente padrone di tutto. Ma non potevano vincere ed hanno perso.

A salvare il Nicaragua arrivarono i suoi figli migliori. Contro quella ferocia somozista, per ridurre al nulla l’orrore di questa esibizione malsana di recontras, intervennero coloro che già 30 anni prima avevano garantito l’invulnerabilità della patria. Perché l’onore non va in pensione, ingaggia battaglia e lancia al cielo il suo grido di combattimento: dove l’antisandinismo assume il volto dell’orrore, il sandinismo sistema i conti nel modo in cui sa e deve. Contro la polizia volontaria e i militanti di sempre del FSLN, i profeti dell’orrore scapparono in modo disordinato, scomposto. Tutta la furia omicida del golpismo, esibita contro le famiglie indifese, in un attimo divenne una fuga rocambolesca: il terrore che avevano diffuso era nulla rispetto a quello che hanno dei cachorros di Sandino.

Oggi alcuni di loro viaggiano liberi, amnistiati dal sandinismo, perché la pace esige anch’essa martiri. Come a Esquipulas, come a Sapoà, il bastone del perdono si è levato sulle teste del terrore. Impuniti per ora ma innocenti mai. Il popolo sandinista sa perdonare ma è incapace di dimenticare, sa superare ma non riesce a non guardare. Quando si sceglie a denti stretti si tengono gli occhi aperti.

In quaranta anni il sandinismo ha peccato reiteratamente. Ha governato dovendo sempre ereditare un paese distrutto: nel 1979 dal terremoto e dal somozismo, nel 2006 da 16 anni di regime chamorrista , la versione del somozismo senza Somoza che dal 1990 al 2006 aveva reso il Nicaragua un flagello per gli ultimi e un paradiso per i primi.

In entrambe le circostanze, il Frente Sandinista ha remato controcorrente, ha soffiato controvento, ha camminato su salite ripide per poter ricostruire, migliorare, cambiare, redistribuire. Governo, opposizione, di nuovo governo: sono stati 40 anni di guerra in trincee diverse ma senza interruzione alcuna. Il nemico giurato era ed è la povertà, il suo complice più pericoloso era ed è l’annessionismo. Cambiare un paese significa in primo luogo liberarlo da chi lo opprime e non è un caso se i titolari del privilegio siano complici dei conquistatori; dunque, non è nemmeno un caso se chi lotta contro la povertà vede nel privilegio e nello straniero dai denti aguzzi e dalle mani lunghe due volti dello stesso nemico.

La seconda tappa della Rivoluzione, cominciata nel 2007, ha cambiato in profondità il paese. Il Nicaragua non somiglia in nulla e per nulla a quella che si dimenava per i morsi della fame durante il somozismo e il neoliberismo, parenti stretti che fanno finta di non conoscersi mentre si frequentano da sempre. I fatti hanno la testa dura.

La modernizzazione del paese ha offerto luce, strade, case, cibo, acqua e trasporti, internet ed energia. I poveri entrano nelle banche e i ricchi fanno la fila.

Posso testimoniare di bambini felici e nutriti e di tenerezza epidemica, di sorrisi contagiosi ed allegria mista a fierezza. Nessuno deve più togliersi il cappello di fronte ai potenti. La povertà permane, non si è ancora arresa ma è circondata. Dove c’era polvere ora c’è pavimento, dove c’erano candele adesso c’è luce, l’acqua corrente non è più un lusso. La modernità è per tutti.

Nuovi amici e nuovi mercati impegnano il futuro e la strategia dell’abbraccio solidale si è fatta politica. La guerra alla povertà corre in parallelo con quella per la sovranità.

La lezione del sandinismo è stata compresa. Ha sbaraccato l’ordine delle probabilità e umiliato la legge dei grandi numeri, abbattendo le logiche e sovvertendo le menti. L’essenza di una Rivoluzione.

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