Il voto favorevole del Senato di Washington alla nomina della giudice ultra-conservatrice Amy Coney Barrett alla Corte Suprema nella giornata di lunedì rappresenta un evento eccezionale sia per le modalità con cui è avvenuto sia soprattutto per le conseguenze che potrebbe avere in ambito politico, giuridico e sociale negli Stati Uniti. Se il Partito Repubblicano disponeva di una maggioranza sufficiente a garantire la ratifica della nomina voluta dal presidente Trump, è altrettanto vero che le iniziali promesse dei democratici di utilizzare qualsiasi mezzo per farla naufragare si sono sciolte come neve al sole.

 

La giudice della corte d’Appello federale di Chicago ha solidissime credenziali conservatrici e una storia personale segnata dall’adesione a un’oscura setta del fondamentalismo cattolico. Come il suo mentore, il defunto giudice ultra-reazionario della Corte Suprema Antonin Scalia, dal punto di vista della dottrina giuridica la 48enne Barrett fa riferimento al cosiddetto “originalismo”, la teoria ugualmente reazionaria per cui il dettato della Costituzione USA non è soggetto a interpretazioni a seconda della mutata realtà sociale, ma deve essere appunto applicato nel suo significato originario.

L’approdo di Amy Coney Barrett alla Corte Suprema sposta innanzitutto e in maniera drastica verso destra il baricentro del tribunale. Una maggioranza sostanzialmente conservatrice è una realtà di fatto da svariati anni, ma le ultime due nomine di Trump hanno consolidato questo status. Dopo il ritiro del “centrista” Anthony Kennedy e il recente decesso dell’icona liberal Ruth Bader Ginsburg, le discusse nomine, anche se per motivi diversi, di Brett Kavanaugh e Amy Coney Barrett hanno portato a sei il numero dei giudici di destra, contro i tre dell’ala “progressista” o, più precisamente, “moderata”.

Il carattere controverso della nomina della Barrett è da ricondurre alla vicinanza alle elezioni presidenziali. Per la prima volta in assoluto nella storia americana, un giudice della Corte Suprema ha incassato la ratifica della sua nomina ad appena una settimana dal voto. Inoltre, la decisione della Casa Bianca e della leadership repubblicana di concludere il procedimento in tempi rapidissimi e nell’immediata vigilia elettorale è ancora più discutibile perché nel 2016, in una situazione simile, lo stesso partito che detiene la maggioranza al Senato aveva agito in maniera diametralmente opposta.

In quell’occasione, la morte nel mese di febbraio del giudice Scalia era stata seguita dalla nomina di un sostituto da parte dell’allora presidente Obama. I repubblicani si erano però rifiutati anche solo di prendere in considerazione il candidato, perché a loro dire era inopportuno procedere con la nomina di un giudice in un anno elettorale.

Lo scontro politico attorno alla nomina di Amy Coney Barrett è stato perciò piuttosto duro nelle ultime settimane. Ciò ha fatto sì che la giudice sia stata la prima aspirante alla Corte Suprema da 151 anni a questa parte a non ottenere nemmeno un voto dai senatori dell’opposizione. A suo favore hanno votato 52 dei 53 repubblicani che compongono la maggioranza. L’unico voto contrario è stato quello della senatrice del Maine, Susan Collins, intenzionata a evitare contraccolpi in vista del voto per il suo seggio in uno stato dove l’elettorato repubblicano ha generalmente tendenze più moderate che altrove.

Per il presidente Trump era fondamentale insediare una giudice come la Barrett alla Corte Suprema in tempi brevi non solo per allargare la maggioranza conservatrice all’interno di essa. Nell’immediato, il modellamento di un tribunale favorevole, grazie a un totale di ben tre nomine a partire dal 2017, servirà nel caso il risultato delle elezioni di settimana prossima dovesse essere incerto e la stessa Corte fosse chiamata a decidere. In presenza di uno scenario simile a quello del 2000, quando la Corte Suprema intervenne per fermare il riconteggio delle schede elettorali in Florida, il piano di Trump prevede un appello al più alto tribunale americano, dove con ogni probabilità almeno cinque giudici saranno pronti a emettere un verdetto favorevole al presidente.

Come vent’anni fa, anche in questo caso un’eventuale decisione affidata alla Corte Suprema rappresenterebbe una manovra profondamente anti-democratica, resa possibile almeno in parte dall’altrettanto anti-democratico sistema elettorale americano. D’altra parte, la strategia di Trump per restare alla Casa Bianca si inserisce in un clima intimidatorio, alimentato dallo stesso presidente, che include la mobilitazione di milizie e gruppi vari della galassia dell’estrema destra americana.

Il pericolo di un colpo di mano dopo la chiusura delle urne è dunque concreto e la nomina della giudice ultra-conservatrice Amy Coney Barrett fa parte di questo disegno. Malgrado la gravità della situazione, il Partito Democratico ha fatto pochissimo, oltre a lanciare sterili proclami, sia per contrastare il procedimento di ratifica al Senato sia per informare gli americani delle manovre orchestrate dalla Casa Bianca.

Il ricorso a una vera e propria tattica ostruzionista in aula è stata infatti esclusa dalla leadership democratica, così come, ancor più, una mobilitazione popolare contro la nomina di Trump, nonostante la morte di Ruth Bader Ginsburg a settembre fosse stata seguita da numerose manifestazioni a sostegno dei valori progressisti più o meno difesi dalla giudice nella sua carriera alla Corte Suprema.

I vertici del Partito Democratico si sono piuttosto limitati a utilizzare la nomina di Amy Coney Barrett come un’arma elettorale. La sua installazione alla Corte Suprema non è stata cioè ostacolata seriamente, ma l’iniziativa di Trump e dei repubblicani è diventata uno slogan per sollecitare gli elettori a liberarsi del presidente attraverso il voto di martedì prossimo. Così facendo, il Partito Democratico ha rinunciato di fatto a combattere per impedire il formarsi di una solida maggioranza di giudici reazionari alla Corte Suprema che, nel prossimo futuro, potrebbe dare l’assalto a una serie di principi democratici fissati da decenni di precedenti, a cominciare dal diritto all’aborto.

Sotto la mannaia della Corte rischia di finire precocemente anche la “riforma” del sistema sanitario di Obama del 2010. Pochi giorni dopo le elezioni sono previste infatti le prime udienze di una causa che potrebbe risolversi precisamente nel totale smantellamento di una legge che, quanto meno, ha impedito alle compagnie di assicurazione private di attuare una delle pratiche più odiose, quella di negare la copertura sanitaria a milioni di americani affetti da “condizioni mediche pre-esistenti”.

Sempre a soli fini elettorali sono state anche le reazioni di molti membri democratici del Congresso dopo il voto del Senato a favore della nomina di Amy Coney Barrett. Una delle proposte rilanciate da lunedì sera è stata quella di ampliare il numero dei giudici che compongono la Corte Suprema, in modo da diluire o neutralizzare la maggioranza conservatrice. Questa iniziativa non avrebbe in ogni caso nessuna possibilità di essere attuata, se non altro perché su di essa non esiste unità di vedute nemmeno tra gli stessi democratici, ma la sua introduzione nel dibattito politico serve a persuadere la base elettorale democratica a recarsi alle urne in massa per liquidare Trump.

Lo stesso Joe Biden, le cui posizioni in proposito tendono verso lo scetticismo, ha affermato nei giorni scorsi di avere tutta l’intenzione di proporre, in caso di vittoria, un’improbabile commissione bipartisan con l’incarico di studiare possibili modifiche alla composizione della Corte Suprema. In sostanza, sulla vicenda della giudice Barrett, Trump e i repubblicani hanno avuto da subito la strada spianata grazie all’intenzione dei loro rivali di limitarsi a sfruttare una nomina a dir poco discutibile per convincere gli americani a optare ancora una volta solo ed esclusivamente per il vicolo cieco di una scelta elettorale a favore del Partito Democratico.

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