Il progressivo svuotamento dell’accordo sul nucleare iraniano (JCPOA) è proseguito in questi giorni con la certificazione ufficiale del superamento dei limiti di uranio arricchito che, secondo lo stesso trattato del 2015, la Repubblica islamica avrebbe facoltà di immagazzinare sul proprio territorio. Se questi ultimi sviluppi rischiano di aggravare ancora di più il clima attuale, la responsabilità non è di Teheran, bensì, in primo luogo, dell’amministrazione Trump, uscita unilateralmente dall’accordo di Vienna oltre un anno fa, ma anche dell’Europa, incapace di sostenere coi fatti l’appoggio espresso alle posizioni dell’Iran e agli scenari venutisi a creare dopo la firma del JCPOA.

 

A metà giugno, il governo di Teheran aveva avvertito che il limite di 300 kg. di uranio arricchito prodotto entro i propri confini sarebbe stato superato il giorno 27 dello stesso mese. La soglia è stata alla fine sfondata solo qualche giorno più tardi, come hanno fatto sapere lunedì la stampa iraniana e una dichiarazione ufficiale dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica. Apparentemente, l’Iran è ora dunque in violazione del trattato sul nucleare o, per lo meno, così sembra suggerire la maggior parte dei titoli dei giornali occidentali.

 

Da questa inosservanza potrebbero scaturire svariati provvedimenti punitivi, incluso il ripristino delle sanzioni anche da parte dell’Europa. Gli Stati Uniti, soprattutto, potrebbero intensificare le pressioni sulla Repubblica Islamica, fino addirittura a decidere bombardamenti mirati o azioni di “cyber-sabotaggio” contro gli impianti che ospitano le centrifughe necessarie all’arricchimento dell’uranio. Quest’ultima ipotesi è stata avanzata martedì da un’analisi del New York Times, debitamente corredata di dettagli e del riferimento a un’operazione simile autorizzata dall’amministrazione Obama un decennio fa contro la struttura di Natanz.

 

In realtà, il superamento dei limiti dell’uranio arricchito prodotto e conservato dall’Iran è la diretta e inevitabile conseguenza delle decisioni prese dalla Casa Bianca sul JCPOA, prima fra tutte quella di abbandonare l’accordo nel maggio del 2018. In definitiva, la Repubblica Islamica non può essere accusata di avere trasgredito a un trattato che gli Stati Uniti hanno violato per primi, provocando la situazione odierna.

 

La condotta di Teheran è anzi perfettamente conforme alla lettera del JCPOA. L’articolo 26 dell’accordo di Vienna prevede che il governo americano debba “astenersi dal reintrodurre le sanzioni… che sono state sospese dal JCPOA”. Venendo meno a questa condizione, come ha fatto senza una ragione legittima l’amministrazione Trump, l’Iran ha piena facoltà di sottrarsi al rispetto degli impegni assunti nel 2015 con i cosiddetti P5+1 (USA, Russia, Cina, Francia, Gran Bretagna e Germania).

 

Ancora più nello specifico, Washington a inizio maggio di quest’anno ha non solo ritirato le autorizzazioni concesse a una manciata di paesi per continuare ad acquistare greggio iraniano nonostante le sanzioni, ma ha anche bloccato di fatto le esportazioni di uranio a basso arricchimento prodotto da Teheran e che, sempre secondo il JCPOA, veniva scambiato con uranio naturale proveniente dalla Russia. In questo modo l’Iran si vedeva riconosciuto il diritto inalienabile di produrre uranio arricchito per scopi civili, in quanto firmatario del Trattato di Non Proliferazione Nucleare, e allo stesso tempo veniva soddisfatta la richiesta degli altri paesi firmatari di impedire l’accumulo di materia prima teoricamente utilizzabile per la costruzione di ordigni atomici.

 

Escludendo comprensibilmente l’ipotesi di uno stop totale al processo di arricchimento, è evidente che, alla luce delle iniziative americane, l’Iran non aveva alternativa al superamento dei limiti di uranio arricchito previsti dall’accordo di Vienna. Anche in questo caso, la mossa iraniana è autorizzata dal JCPOA e, di conseguenza, non comporta una violazione di quest’ultimo.

 

Un’altra ragione alla base delle considerazioni di Teheran è da collegare all’inerzia di Francia, Gran Bretagna, Germania e Unione Europea. Il ministro degli Esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif, ha spiegato lunedì che il paragrafo 36 del JCPOA prevede l’istituzione di un “meccanismo di risoluzione delle dispute” in caso di presunta violazione dell’accordo. Alla luce della situazione creatasi dopo il boicottaggio dell’intesa da parte degli USA, nel luglio dello scorso anno una speciale commissione si era perciò riunita a Vienna e i firmatari europei si erano impegnati a garantire i diritti dell’Iran perché ancora nel pieno rispetto del JCPOA.

 

Questi impegni non si sono però mai concretizzati, malgrado le promesse e i piani per il lancio di un nuovo strumento finanziario per aggirare le sanzioni americane e far proseguire gli scambi commerciali e di petrolio. La mancata risoluzione della disputa legittima così nuovamente la Repubblica Islamica a venir meno ad alcuni degli obblighi imposti dall’accordo.

 

Per certi versi, le decisioni dell’Iran possono essere considerate simboliche o, comunque, destinate a convincere i paesi europei ad accelerare sulle misure che dovrebbero salvare il JCPOA. Il ministro Zarif ha infatti ricordato che le misure adottate sarebbero facilmente reversibili nel caso l’Europa dovesse finalmente andare nella direzione promessa. Fermo restando che Teheran non ha intenzione di dotarsi di armi atomiche, la quantità di uranio arricchito teoricamente necessaria a produrre una sola testata nucleare è di gran lunga superiore ai 300 kg. Inoltre, il livello di arricchimento utilizzabile a scopi militari è di circa il 90%, mentre solo dai prossimi giorni le autorità iraniane prevedono di superare il 3,67% fissato dall’accordo.

 

Le reazioni dell’Europa sono state per il momento piuttosto caute o, in molti casi, del tutto assenti. Il dilemma europeo nell’affrontare la questione iraniana rimane quello di bilanciare le questioni di autonomia strategica dagli USA e la salvaguardia di interessi economici ed energetici importanti a fronte delle minacce e della conservazione dell’alleanza con Washington. Segnali di cedimento sono comunque già evidenti, quanto meno a Londra. Il ministro degli Esteri britannico, Jeremy Hunt, ha infatti invitato l’Iran a rispettare il JCPOA per evitare una possibile reintroduzione delle sanzioni anche da parte del Regno Unito.

 

Negli Stati Uniti, le recenti decisioni di Teheran provocheranno invece di certo un’accelerazione dell’offensiva anti-iraniana. Il presidente Trump ha già dichiarato che la Repubblica Islamica “sta giocando con il fuoco”, mentre il segretario di Stato, Mike Pompeo, è come suo solito ricorso alle menzogne per attaccare l’Iran. L’ex direttore della CIA e il suo “inviato speciale” per l’Iran, Brian Hook, hanno affermato che questo paese non avrebbe alcun diritto di produrre uranio a nessun livello di arricchimento.

 

Questa posizione non ha alcun fondamento legale ed è una richiesta unilaterale americana. Come ha spiegato Daryl Kimball, direttore esecutivo dell’Associazione per il Controllo delle Armi, “non esiste uno standard internazionale che proibisca all’Iran di arricchire uranio”. Infatti, “le sei risoluzioni del Consiglio di Sicurezza ONU a cui Pompeo si riferisce” e che, a suo dire, stabilirebbero questo divieto, “sono state superate dalla risoluzione 2231 del 2015 che ha ratificato l’accordo sul nucleare [JCPOA] e consentito all’Iran di produrre uranio arricchito con le restrizioni da esso previste”.

 

Nel perseguire i propri obiettivi, vale a dire piegare la Repubblica Islamica estorcendo un nuovo accordo o scatenare una guerra contro questo paese, gli Stati Uniti non intendono ad ogni modo fermarsi di fronte alla logica o al diritto internazionale. A conferma di ciò, la nuova numero uno dell’Ufficio Stampa della Casa Bianca, Stephanie Grisham, questa settimana ha rilasciato una dichiarazione relativa all’Iran, nella quale si legge, incredibilmente, come, “non vi sia dubbio” che questo paese, “ancora prima dell’esistenza dell’accordo [di Vienna], ne avesse violato i termini”.

 

La dichiarazione è stata accolta quasi universalmente con scherno, soprattutto dalle autorità iraniane, ma ribadisce il disinteresse dell’amministrazione Trump ad agire in maniera razionale e l’assenza di qualsiasi scrupolo nel contraddire sia le istituzioni internazionali, come l’ONU e le sue agenzie, sia la stessa comunità di intelligence USA, tutti concordi in questi anni nel certificare il rispetto del JCPOA da parte iraniana.

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