di Fabrizio Casari

Le dimissioni annunciate alla fine della partita sono probabilmente la scelta migliore di Cesare Prandelli nel complesso del Mondiale brasiliano. Scelta non consueta in Italia quella delle dimissioni, ma difficilmente avrebbe potuto sorvolare e tirare dritto. Prandelli si è rivelato persona assolutamente perbene ma sopraffatto da una sfida molto, troppo più grande di lui. Forse proprio per questa inadeguatezza complessiva ha pronunciato, nel lasciare, parole senza senso.

In uno sfoggio di vera e propria mania di persecuzione, l’ormai ex CT si è detto aggredito dalla stampa (ma in realtà è solo Libero ad averlo criticato apertamente, e tutti sanno lo stile che caratterizza il fogliaccio e chi vi scrive) mentre la grande stampa italiana lo ha sostenuto, approvato, addirittura incensato oltre ogni pur comprensibile eccesso pallonaro nazionalista. Persino nel tacere del suo famoso “codice etico” altalenante, applicato solo per alcuni e non per altri.

Più che drammatico è risultato comico il passaggio dove Prandelli afferma di pagare le tasse, dimenticando che non solo non è l’unico ma che, essendo assunto dalla FIGC, non potrebbe evaderle neanche volendo. Toni e frasi che sembrano confermare - in un momento poco indicato - il difetto di postura fin qui evidenziato: Prandelli si sente una sorta di guida morale, un dispensatore di valori etici. Il che, oltre ad essere tutto da dimostrare, non rientra nei requisiti richiesti ad un CT della Nazionale di calcio.

Al quale, giova ricordarlo, si chiedono invece cose più terrene. Tipo selezionare il meglio dei giocatori italiani a disposizione; dare un gioco efficace ed un assetto tattico ben delineato ed insieme elastico nella sua applicazione alla squadra; riuscire a trasformare un gruppo reduce dai veleni dei campionati in un gruppo coeso e vincente; trovare le soluzioni migliori nei momenti di difficoltà; esaltare le qualità e ridurre al minimo i difetti della compagine; saper leggere l’andamento delle partite ed eventualmente approntare le modifiche giuste al momento giusto.

Ebbene, nel corso dell’avventura mondiale Prandelli ha dimostrato di non possedere nessuna di queste caratteristiche. Proviamo a verificarlo? Il dato di partenza è l’idea di gioco che sottintende alle convocazioni: prima di entrare nel merito dei nomi scelti, va evidenziato come su un gruppo di 23 giocatori, solo due siano le punte, dal momento che sia Candreva, sia Cerci, sono due esterni non propriamente prolifici e lo stesso Balotelli è da considerarsi come una seconda punta e non un centravanti vero e proprio (stesso discorso vale per immobile). E se si decide di portare solo due punte, entrambe prive di spessore internazionale e nessun centravanti, non è strano che in tre partite l’Italia abbia tirato in porta cinque (!) volte. Si pensava di dover collezionare pareggi?

Pensare di vincere senza segnare è difficile, e credere che a mettere la palla in rete ci pensino seconde punte e centrocampisti significa trasformare una opzione di gioco secondaria in quella principale. Una delle coppie migliori del campionato, quella formata da Immobile e Cerci, non siamo riusciti a vederla. E sentir dire che l’infortunio di Montolivo abbia sconvolto i piani del CT fa cadere le braccia. Montolivo?? Montolivo è un discreto centrocampista che non cambia in positivo o in negativo il volto di nessuna squadra. Ma di chi stiamo parlando, di Xavi o Iniesta? Ma vogliamo scherzare?

Per quanto riguarda i nomi è apparso francamente assurdo ignorare i verdetti del campionato appena concluso, dove Toni, Gilardino e Destro hanno collezionato un numero di gol decisamente superiori di quelli messi a segno da Balotelli.

Per non parlare di Totti, unico fuoriclasse italiano, lasciato a casa per limiti di tenuta fisica: motivazione che non convince, dal momento che Thiago Motta e Cassano sono di gran lunga inferiori tecnicamente e anche sotto il profilo atletico al fuoriclasse giallorosso. Motta e Cassano non correvano nemmeno tre anni fa in un campionato giocato in inverno: come si può pensare che corrano oggi e a 34 gradi con il 90% di umidità?

E davvero Florenzi, uno dei migliori centrocampisti per qualità e quantità, non sarebbe stato fondamentale in mezzo al campo? E perché mettere Pirlo e Verratti insieme, visibilmente a limitarsi reciprocamente, salvo scoprire che almeno il regista del PSG ha polmoni e tecnica persino ormai superiori a quelli di Pirlo che cammina per il campo?

Un centrocampo che avesse avuto Verratti insieme a De Rossi, Florenzi, Marchisio e Parolo come rimpiazzo, avrebbe certamente corso di più e meglio, altro che tiki-taka inutile. Ed un attacco con Toni o Gilardino o Destro, Cerci e Immobile avrebbe rappresentato ben altra minaccia, soprattutto se dotato di Totti come ulteriore opzione di lusso. E resta l’evidenza di come, incomprensibilmente, nelle due occasioni in cui l’Italia è finita in svantaggio siano uscite le punte in favore delle mezze punte. Fallo di confusione?

In difesa è sfuggito il senso della presenza di De Sciglio, infortunato cronico, che avrebbe dovuto, nell’ipotesi di partenza, giocare ipoteticamente 9-10 partite in un mese. Pasqual dava certo più garanzie di tenuta e vedere lui a casa e Abate in Nazionale è sembrato un paradosso. Ancor più incomprensibile risulta la scelta del disastroso Paletta al posto di Ranocchia: l’interista avrebbe potuto dirottare Chiellini sulla fascia e, insieme a Bonucci, guidare centralmente la difesa, considerato che gli anni giocati insieme avevano mostrato l’efficacia assoluta della coppia ex-Bari.

Fin qui le scelte degli uomini. Ma anche sotto il profilo tattico il disastro è stato totale. In primo luogo perché il modello di gioco degli ultimi due anni, pure positivo, è stato immediatamente accantonato in favore di una continua rivisitazione; in tre partite, abbiamo visto tre modi diversi di stare in campo e nessuno adeguato. Sembra poi che a guidare le scelte sia stato il meteo. Esaltare qualità e occultare i difetti, si diceva, ma l’idea per la quale con quelle temperature non si possa correre, è negata dalle altre compagini che corrono eccome (europee comprese).

E in fondo nascondono un convincimento errato, che vede i nostri giocatori superiori tecnicamente anche se inferiori agonisticamente. Si ritiene quindi conveniente addormentare il gioco per far prevalere la tecnica sull’agonismo. Ma la povertà tecnica della compagine italiana è sotto gli occhi di tutti e s’accoppia bene con quella agonistica.

L’idea di poter far giocare la squadra senza correre è stata funzionale solo per i “senatori” ed è stato l’errore fatale. Diversamente che negli scacchi, a calcio si gioca con il fisico e la testa, sì, ma soprattutto con le gambe e la corsa. Se quelli che si vogliono portare al mondiale si pensa non siano in grado di correre, meglio lasciarli a casa. Ma poi, coerentemente, se si lasciano a casa Totti, i Toni, i Gilardino, i Giuseppe Rossi perché ritenuti fisicamente non in grado di affrontare la maratona pedatoria, si sostituiscano però con Florenzi, Giaccherini, Diamanti, Gabbiadini; non Thiago Motta e Cassano. E’ un’offesa alla logica prima che al calcio.

Quanto alla coesione dell’arcinoto “gruppo”, non si è vista. Davvero fuori luogo le parole di Buffon al termine della gara, quando, senza nominarlo, ha voluto indicare in Balotelli il colpevole numero uno. Oltre ad aver allegramente sorvolato sulle sue responsabilità nel gol incassato dal Costa Rica, Buffon ha dimostrato di non aver chiaro cosa sia un capitano. Comodo accusare Balotelli che però in tre partite ha avuto 4 (!) palloni dal celebratissimo Pirlo, così come Immobile ne ha avuto uno solo a giocabile in 95 minuti di partita.

E comodo sorvolare su due rigori procurati da Chiellini e non fischiatici contro solo per carità di patria; o, ancor più, comodo tacere di Bonucci in versione statua di sale di fronte a Godin che liberissimo salta, inzucca e ci manda a casa. Beh, certo, Bonucci è suo amico e compagno nella Juventus, ma la decenza imporrebbe tacere se non si riesce ad essere equilibrati. Si vince e si perde insieme e sarebbe ora che proprio per avviare quel ricambio generazionale di cui il calcio ha bisogno, i senatori fossero accompagnati con un bel grazie all'uscita. Servono come minimo due anni se vogliamo provare a giocare un europeo decente.

Attaccare Balotelli, che nulla fa per riuscire a diventare un calciatore invece che proporsi come una icona dell’idiozia mediatica, è facile. Un bad boy sopravvalutato, certo, ma anche un ragazzo privo di sostegno “politico” contro il quale è facile scagliarsi. Non si possono addossare a Balotelli le sconfitte dopo aver assegnato al gruppo l’unica vittoria (con un suo gol decisivo, peraltro). Un intervento quindi, quello di Buffon, sbagliato nel merito e pessimo nel metodo, considerando che viene dal capitano. Che evidentemente è tale solo per i suoi amici, e Balotelli non lo è, anche per storie passate di campionato a quanto pare difficili da smaltire.

Usciamo da un torneo nel quale nessuna sconfitta patita è sembrata irrimediabile, in ogni partita sembrava si potesse sovvertire il risultato con cambi azzeccati e un modulo giusto. C’è stata però l’incapacità di leggere lo svolgimento delle gare innestando i cambi meno idonei, e questo davvero non è un dettaglio per un CT. E’ divertente ricordare un famoso allenatore argentino che diceva: “Ho preparato perfettamente la squadra sul piano tattico, l’ho schierata in modo perfetto. Purtroppo, poi, l’arbitro ha fischiato e la partita è cominciata”. E il nostro mondiale è finito.





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