di Carlo Musilli

La disfatta più clamorosa nella storia del calcio che conta. Non si può definire in altro modo l'apocalisse del Brasile, eliminato ieri dal Mondiale casalingo per mano di una Germania a dir poco spietata. Il risultato finale è un inverosimile 7-1. Gli alibi non mancano ai verdeoro, che entrano in campo orfani dei loro due giocatori più importanti, Neymar e Thiago Silva, il primo fuori per infortunio, il secondo per squalifica. Ma nessuna assenza, per quanto destabilizzante, può giustificare la metamorfosi di 11 milionari in un'accolita di pallonari non professionisti (sette gol, di solito, li prende il San Marino durante le qualificazioni).

I giocatori di Scolari non riescono a stare in campo, perdono le posizioni, le marcature e soprattutto la testa. Non reggono la pressione fisica dei tedeschi, né quella psicologica del resto del mondo. Si sbriciolano immediatamente, coprendo di vergogna la maglia più vincente di sempre.

Nei primi 29 minuti la Germania va a segno cinque volte: apre le marcature il solito Muller, raddoppia il leggendario Klose (che diventa il giocatore più prolifico nella storia dei Mondiali con 16 reti su 23 presenze), poi doppietta di Kroos e piattone vincente Kedira. "Ora si fermeranno - viene da pensare - non possono andare avanti". Ma il Brasile non accetta l'imbarcata, prova ad attaccare. E i tedeschi non si fermano.

Il secondo tempo si apre con quattro parate di Neuer, di cui almeno una miracolosa. Al 60esimo è Julio Cesar a esaltarsi su un tiro all'incrocio di Muller. Ma non serve a nulla. Nei successivi 18 minuti Schuerrle chiude il set, poi il tie break. Al 90esimo c'è appena il tempo per il gol della bandiera firmato Oscar.

Lo psciodramma carioca è certamente l'aspetto più memorabile di questa semifinale giocata al ritmo di un marcia funebre, ma non il solo. La Germania aveva dimostrato lungo tutto il torneo di essere superiore alla squadra di casa. Quello del 2014 è il Brasile più brutto che sia sceso in campo negli ultimi decenni, ma non si può non riconoscere la grandezza dei tedeschi.

Il ct Joachim Loew, ad esempio, ci ha messo del suo. Schierare una punta come Klose al posto del solito falso nueve (con Muller libero di girare intorno al centravanti della Lazio) si è rivelata una soluzione in grado di rivitalizzare l'attacco, apparso meno ispirato del solito sia agli ottavi contro l'Algeria sia ai quarti contro la Francia. Positiva anche la scelta di riportare Lahm sulla linea dei difensori e Kedira in posizione di mediano.

I cambi di formazione non bastano però a spiegare il trionfo del Meinschaft. Oltre alle capacità tecniche, alla prestanza fisica e alla quadratura tattica, la qualità più stupefacente dei tedeschi è la forza mentale, un carattere granitico che nessuna altra squadra può vantare.

Il Brasile ieri non esisteva, ma per segnare cinque volte in meno di mezz'ora, per prendere a pallonate gli osannati padroni di casa, servono lucidità e concentrazione superiori alla norma. La capacità di rimanere sul pezzo è garanzia di continuità. E sabato la Germania - dopo quattro semifinali consecutive - giocherà la sua ottava finale, la seconda nelle ultime quattro edizioni del Mondiale. 

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