di Sara Michelucci

Solo due giorni nelle sale italiane per il film della regista tedesca, Margarethe von Trotta, Hannah Arendt. L’uscita dell’opera è coincisa con il giorno della memoria, il 27 gennaio, che celebra la liberazione del campo di concentramento di Auschwitz, avvenuta proprio il 27 gennaio del 1945. La pellicola racconta la storia della filosofa e teorica politica ebraico-tedesca, Hannah Arendt, interpretata da un’eccellente Barbara Sukowa.

Ma è anche e soprattutto il racconto di una donna che ha vissuto sulla sua pelle la repressione tedesca, vivendo alcuni mesi in un campo di costrizione francese. Su di lei si scaglia tutta l’opinione pubblica del tempo e anche la maggior parte dei suoi amici quando, dopo aver seguito il processo al nazista Eichmann, rapito in Argentina dai servizi segreti israeliani e processato a Gerusalemme, scrive 5 articoli sul The New Yorker, che saranno la base per il suo libro più noto, La banalità del male.

Secondo la filosofa, Eichmann non era mosso da un’intenzione malvagia, ma era un semplice burocrate e l’Olocausto è nato dall’obbedienza cieca e a tratti inconsapevole a un sistema gerarchico. Secondo la teoria dell’Arendt, l’assenza di memoria e la mancata riflessione sulla responsabilità delle proprie azioni criminali porterebbero esseri spesso banali a diventare autentici agenti del male.

Ma quello che scuote maggiormente gli ebrei è la constatazione - da parte della scrittrice - del fatto che i capi delle comunità ebraiche in Europa non abbiamo realmente osteggiato i nazisti. La pupilla di Heidegger affronta una diatriba violenta e intensa per arrivare a spiegare che il male non è per forza di cose qualcosa che appartiene a menti perverse o geniali, ma spesso è racchiuso in persone anche piuttosto insignificanti, come era il gerarca nazista.

Nella spiegazione che dà ai suoi studenti si evince tutta la forza del pensiero critico che le appartiene, il ragionamento che sta alla base dei suoi scritti, scevri da pregiudizi legati al suo passato o alla sua condizione di ebrea. Ed è questa la sua forza e quella delle pagine da lei scritte.

 

La banalità del male
Regia: Margarethe von Trotta
Sceneggiatura: Margarethe von Trotta, Pam Katz
Produttore: Bettina Brokemper
Montaggio: Caroline Champetier
Musiche: André Mergenthaler
Costumi: Frauke Firl
Interpreti: Barbara Sukowa, Freiderike Becht, Axel Milberg, Janet McTeer, Julia Jentsch, Klaus Pohl

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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