La fine del “Russiagate”

di Michele Paris

La chiusura delle indagini del procuratore speciale Robert Mueller sul cosiddetto “Russiagate” rischia di diventare un’arma forse decisiva nelle mani del presidente americano Trump in vista delle elezioni presidenziali del prossimo anno. Infatti, com’era ampiamente prevedibile, quasi due anni di ricerche, interrogatori e analisi di documenti non hanno fatto emergere nulla di concreto...
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Acqua, lo spreco quotidiano

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di Liliana Adamo

E’ auspicabile che i risultati prodotti dalla Conferenza sul Clima (COP21) in questi giorni a Parigi, siano direttamente proporzionali alla portata “storica” del summit, cancellando, di fatto, lo scomodo “souvenir” di Copenaghen 2009. Al cospetto di 190 Paesi rappresentati, 147 fra premier e capi di Stato, sarebbe d’obbligo tirare fuori quell’esito (plausibile), da molti invocato, nonostante la “Conference of the Parties”, scossa dagli atti terroristici dello scorso novembre, si svolga in una città in lutto, trincerata dietro misure di sicurezza senza precedenti. 

Il vertice organizzato dall'Onu ha un obiettivo: limitare l'escalation delle emissioni CO2 nell’atmosfera terrestre e gli effetti che ne conseguono, tali da incombere (e non eufemisticamente), sulla longevità della specie umana e sullo stesso concetto d’evoluzione. Questi, in primis, includono fattori antropici, ambientali, economici. Proprio dalle Nazioni Unite si rende ufficiale lo “status di rifugiato ambientale” stimando nel 2050, 250 milioni di eco-profughi, costretti a fuggire - letteralmente - dai propri paesi non più vivibili per problemi legati al clima.

Nel suo Quinto Rapporto di Valutazione - The Physical Science Basis - il gruppo Intergovernativo IPCC, ha fornito una versione sul trend dei cambiamenti climatici: “Il riscaldamento del clima terrestre si aggrava in gran parte per colpa dell’uomo. La temperatura della terra aumenterà da 0,3 a 4,8 gradi centigradi, entro il 2100. I primi dieci anni del nostro secolo sono stati i più caldi dal 1850…”. Un incremento di tale portata significa che dalla terra, dal letto dei fiumi, dai ghiacci e dal mare, dalle estinzioni delle specie animali, in sostanza, dall’intero regno della natura, si registrerebbe un collasso imminente. In pratica, è il cambiamento climatico, il migliore alleato nella minaccia al terrore globale.

Per finire, resta il fattore economico: le perdite indicano una fenomenologia in evoluzione determinata dalle cosiddette “calamità naturali”. Indicativa è la linea d’orientamento che riguarda il numero d’eventi distruttivi e della loro composizione.

Si passa dai circa venti episodi nel 1980 (tutti riconducibili a tempeste tropicali), ai cento dell’ultimo triennio, con una ripartizione pressoché omogenea fra tempeste e altri eventi climatici, fomentati da alte temperature, siccità, incendi. Negli ultimi anni si è registrata un’impennata di passivo, dovuta a un’incredibile frequenza d’uragani, seguiti da un elevatissimo numero di vittime e danni.

Paralizzato dallo scontro ideologico fra superpotenze, da una parte Stati Uniti, Cina, India, dall’altra e l’Europa (come spesso accade), a far da spettatrice sulla battaglia dei veti, qualcosa è cambiato dall’onta di quel summit siglato nel dicembre 2009 a Copenaghen? Probabilmente sì, da più parti e nella coscienza civile, si è accettato che i cambiamenti climatici rappresentino la scacchiera su cui si gioca la stessa sopravvivenza del genere umano.

Basta con l’espressione rituale del “salviamo il pianeta” e decantate buone intenzioni (cui è lastricato l’inferno), il pianeta non ha bisogno di noi, né del nostro antropocentrismo. L’equilibrio degli ecosistemi perdura in perfetto stato di conservazione se le condizioni ambientali restano costanti, cioè, qualora elementi come temperature, salinità, esposizione ai raggi solari, rientrassero in parametri conformi.

Semmai verrà alterato soltanto uno di questi fattori (come la temperatura media annua che continua ad aumentare), l’intero biosistema intraprenderà un nuovo percorso evolutivo verso altri status. L’estinzione (accelerata) delle specie, il depauperamento delle biodiversità, produrranno nuovi equilibri in cui l’unica specie a non adattarsi, a scomparire per sempre, sarà quella umana.

Lo staff della politica mondiale riunito a Parigi, è assolutamente consapevole di dover mettere in campo scelte precise, politiche, economiche, sociali, a contenere un declino che, di fatto, si considererebbe irreversibile. Le risorse ambientali sono allo stremo, i cambiamenti climatici sollecitano una crisi in atto già nell’era pre-industriale.

Per evitare il peggio (un ennesimo fallimento), le delegazioni hanno consegnato nelle mani di Laurent Fabius (ministro degli Esteri francese e presidente della CPO21), la bozza di un accordo. Sui punti nevralgici il testo è ancora incompleto, le principali opzioni sono incluse nelle famose “parentesi quadre”: in termini diplomatici, vale a dire che non ci sono intese certe, né conferme.

Indugiano caute le interpretazioni delle varie associazioni ambientaliste, come Greenpeace e WWF; ma se vogliamo dirla tutta, secondo una generica stima di un’ONG francese, facente capo all’ecologista Nicolas Hulot, la stesura del documento conta ben 1.400 “parentesi quadre” che spianano la strada a un difficile iter di 250 disparate opzioni.

Esempio: scrivere “trasformazione a basso tasso d’emissioni” non ricalca il concetto tout court a ciò che s’intende come “piena de carbonizzazione” estesa alle economie globali. Tuttavia, i giorni di confronto si susseguono, così il lavoro sul protocollo e si riterrebbe dall’oggi al domani, che i “bracket” si accorcino, come pure le opzioni. Staremo a vedere.


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