di Bianca Cerri

Qualcuno ha definito Barack Obama “un miraggio” e forse lo è, visto che in poco più di un anno è riuscito a passare da perfetto sconosciuto a candidato ufficiale alla presidenza degli Stati Uniti d’America. Non si sa se ha già saggiato gli umori della gente, visto che la sua dote maggiore è proprio quella di adeguarsi alla tendenza del momento senza dire mai nulla di veramente concreto. Ai media, l’allure popolare di Obama non dispiace, perchè ha il pregio di essere commerciabile come qualsiasi altro prodotto e tanto basta. L’unica cosa incomprensibile è perché vengano associati al suo nome concetti altisonanti come l’uguaglianza razziale. Il personaggio è labile come una banderuola esposta alla tramontana e la sua mente non riesce ad andare oltre l’effimero. Nonostante riesca a far credere di essere pronto a risolvere anche i mali più antichi della società, basta grattare sotto la superficie per scoprire il vuoto. Non che i suoi probabili avversari siano migliori, visto che si vantano di privilegiare la verità senza mai lasciar trapelare dove stiano andando a parare.

di Giuseppe Zaccagni

Sono stati funerali degni di un faraone per il padre della patria turkmena Sapurmurat Nijazov… Salve di cannone e lutto nazionale ad oltranza per quei 5 milioni di abitanti (oltre l’87% è musulmano, mentre i cristiani sono poco più del 2%)… Pianti di popolo per un leader incontrastato che ha dominato per ventuno anni la repubblica ex sovietica del Turkmenistan. E anche ora pellegrinaggi continui sulla sua tomba-mausoleo, mentre avanza sempre più una lotta sotterranea per la successione in vista delle presidenziali fissate per l’11 febbraio. I candidati sono diversi. Ma nell'attesa del voto è già cominciata la demolizione del personaggio che sino a ieri era considerato padre-padrone della patria e di tutti i turkemi: Turkmenbash, appunto, che voleva dire padre di tutti i turkmeni.

di Elena Ferrara

L’Italia di Prodi va all’attacco del continente “Cindia”: ora sbarca in India dopo l’ultima tappa cinese del settembre scorso che lo aveva portato all’incontro con il presidente Hu Jintao. Al quale aveva detto: “La vostra economia corre veloce e sarebbero per noi guai seri perdere ancora un altro treno. E comunque arriviamo tardi e dobbiamo correre. Può esserci stato ritardo ma prima di tutto, quando c'è uno sviluppo così multiplo, i treni sono tanti e guai a ritardare ancora”. E così, concluso positivamente quel blitz oltre la grande muraglia, l’attenzione si sposta sull’altra grande metà asiatica dove - dall’11 a 14 febbraio – va in scena il grande spot italiano in una regione che è ormai considerata come la “Silicon Valley” dell’avvenire. Con Prodi ci sono gli uomini della Confindustria (oltre 400 imprenditori) che aspirano al dominio del grande mercato indiano. Hanno come obiettivo quello di raggiungere nel 2010 un flusso di commercio bilaterale di 10 miliardi, contro gli attuali 4,4 e un livello di investimenti pari a circa 200 milioni all'anno contro i 50 milioni di oggi.

di Agnese Licata

La netta sconfitta elettorale dello scorso novembre non sembra aver insegnato molto a George W. Bush. Nonostante la contrarietà dell’elettorato americano alla sua politica estera, Bush continua ad andare avanti per la sua strada. Non solo non rinuncia all’idea di risolvere la drammatica situazione irachena attraverso l’aumento delle truppe, ma presenta un bilancio federale che anche per il 2008 continua a dirottare le risorse dal sistema sociale all’esercito; dall’assistenza sanitaria pubblica al Pentagono. Queste le cifre che Bush ha proposto al Congresso lunedì. Su un bilancio totale pari a 2.900 miliardi di dollari, il Presidente degli Stati Uniti vorrebbe dedicare ben 716,5 miliardi a spese militari varie. Di questi, 235 miliardi andrebbero alle missioni all’estero in Iraq e Afghanistan, tra i quali anche i 6 miliardi necessari per spedire 21.500 soldati stelle e strisce nell’ex regno di Saddam Hussein.

di Neri Santorini

Antiamericani noi? Ma non saranno gli americani a essere anti-italiani? La Casa della destra accusa l’altra metà dell’Italia di essere anti americana perché osa criticare, di quando in quando, timidamente, l’operato dell’amministrazione Bush. Eppure, secondo i sondaggi Usa e l’esito delle ultime elezioni di midterm, Bush è stato sfiduciato da una netta maggioranza degli stessi americani. Sono antiamericani anche loro? Siamo anti americani perché qualche nostro soldato ha sparato e ucciso per “fuoco amico” un alleato americano? Non risulta. Ma è vero il contrario: un soldato americano, Mario Louis Lozano, il 4 marzo del 2005 ha sparato una lunga raffica di mitra a Bagdad contro l’auto su cui viaggiava Nicola Calipari, dirigente del Sismi, con Giuliana Sgrena, la giornalista del Manifesto (appena liberata dopo un lungo sequestro) e il maggiore Andrea Carpani, alla guida. E’ bene ricordare i fatti.


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