Quella dell’attacco russo alla Polonia è una stupida false flag improvvisata. Siamo quasi al livello del volo dirottato di Von der Leyen. Che la Polonia abbia invocato l’articolo 4 dello Statuto della NATO per essere stata sorvolata da 19 droni artigianali, senza esplosivi e chiaramente inutili sia per compiti di sorveglianza che per un attacco, fa parte della commedia della “minaccia russa” con cui la russofobia polacca e baltica si autoalimenta. Si cerca con ogni mezzo lo scontro con Mosca e qualsiasi pretesto è valido.

Sullo sconfinamento dei droni russi in Polonia nelle prime ore di mercoledì non sono ancora emerse notizie chiare né prove certe, ma il governo di Varsavia e il resto della NATO non hanno come al solito esitato a lanciare una nuova ondata di attacchi e denunce contro Mosca per la presunta aggressione e il pericolo di escalation che essa comporterebbe. Questo atteggiamento di isteria a comando è in genere il primo segnale che si sta assistendo a un’operazione preparata a tavolino, ovvero a una “false flag”, con lo scopo sì di favorire un’escalation militare, ma da parte europea contro la Russia e con il coinvolgimento degli Stati Uniti. I fattori da considerare per fare luce sulla vicenda sono in ogni caso molteplici, ma una valutazione razionale degli elementi noti finora non supporta in nessun modo la versione delle autorità polacche e dei loro alleati. 

Per anni, i governi americani hanno insistito con i regimi arabi mediorientali per far credere che la minaccia esistenziale che incombeva su di essi era rappresentata dall’Iran e, per estensione, dall’Asse della Resistenza. Martedì, però, se qualcuno credeva ancora a questa favola, l’attacco terroristico di Israele contro il Qatar per liquidare la leadership di Hamas ha mostrato nella maniera più chiara possibile dove risiede la vera minaccia per l’intera regione. L’entità ebraica ha agito oltretutto con il totale accordo dell’amministrazione Trump, nonostante le smentite, e il gravissimo episodio potrebbe non essere un caso isolato, anche se rischia di innescare un riallineamento strategico o, quanto meno, un ripensamento delle priorità arabe non esattamente favorevole a Washington e Tel Aviv.

La prevista caduta del governo di minoranza francese del primo ministro François Bayrou all’Assemblea Nazionale lunedì aggrava una crisi politica senza ovvie soluzioni e che il presidente Macron dovrà cercare ora di risolvere nonostante un livello infimo di gradimento tra la popolazione. I francesi hanno chiarito, e nei prossimi giorni continueranno a chiarire, il loro netto rifiuto delle politiche di austerity e di riarmo che l’Eliseo e tutta la classe politica europea intendono imporre. Un debito pubblico quasi fuori controllo e le pressioni dei mercati escludono però un cambiamento più o meno radicale delle priorità economiche e sociali transalpine, quanto meno negli scenari attuali.

I bombardamenti indiscriminati di Israele su Gaza City continuano a colpire edifici residenziali e a massacrare civili in preparazione di una massiccia invasione di terra che sta per segnare una nuova e, se possibile, ancora più cruenta fase del genocidio palestinese. Avendo le mani completamente libere grazie al totale appoggio americano, il primo ministro/criminale di guerra Netanyahu non è minimamente intenzionato a rallentare lo sterminio nonostante il crescente disgusto dell’opinione pubblica internazionale e il senso di imbarazzo dei governi – in Occidente e nel mondo arabo – che continuano a sostenere il suo regime in maniera più o meno aperta. In questo quadro, il nuovo ciclo di notizie e indiscrezioni su una possibile tregua in discussione è l’ennesima manovra, orchestrata da Washington e Tel Aviv, per dare l’impressione che la diplomazia sia in qualche modo al lavoro, mentre l’obiettivo è soltanto quello di consentire la prosecuzione della strage togliendo qualche pressione alle forze del regime sionista.


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