L’intervento dei militari nelle prime ore di lunedì contro il governo civile guidato da Aung San Suu Kyi ha riportato il Myanmar indietro di parecchi anni e arrestato bruscamente quello che era stato presentato in Occidente come un percorso di sviluppo democratico, sia pure fragile e contraddittorio. Il ricorso alla forza per ristabilire la supremazia militare non è un evento nuovo nella storia post-coloniale della ex Birmania, ma i cambiamenti avvenuti dopo la “normalizzazione”, inaugurata formalmente nel 2011, sono stati significativi e non è chiaro perciò, assieme alle ragioni più profonde del golpe, quali saranno i prossimi passi della probabile nuova giunta che dovrebbe assumere i pieni poteri nel paese del sud-est asiatico.

La prima uscita pubblica ufficiale da segretario di Stato americano di Anthony Blinken non ha lasciato molte speranze per un rapido ritorno degli Stati Uniti nell’accordo sul nucleare iraniano (JCPOA) abbandonato da Trump nel 2018. Nonostante i propositi di Biden in campagna elettorale, la nuova amministrazione democratica sembra voler imporre una serie di condizioni che, legittimamente, la Repubblica Islamica ha già respinto in partenza.

La sconfitta di Trump nelle elezioni presidenziali ha rimesso in discussione il piano di ritiro delle truppe di occupazione in Afghanistan e i negoziati di pace con i Talebani che erano scaturiti dall’accordo sottoscritto dall’amministrazione repubblicana nel febbraio dello scorso anno. Il neo-presidente Biden ha fatto intendere anch’egli di voler chiudere la più lunga delle guerre condotte dagli Stati Uniti, ma i contorni dell’eventuale disimpegno sono tutti da decifrare e non è da escludere un possibile naufragio del fragilissimo processo diplomatico in corso.

Le proteste di piazza organizzate in svariate città della Russia nel fine settimana hanno trovato prevedibilmente una vastissima eco sulla stampa occidentale, contribuendo a rilanciare l’offensiva anti-Putin già intensificatasi con l’avvicinarsi dell’insediamento di Joe Biden alla Casa Bianca. Al centro della mobilitazione dei manifestanti c’è stata ufficialmente la richiesta di scarcerazione dell’esponente dell’opposizione, Aleksei Navalny, arrestato il 17 gennaio scorso al suo arrivo in patria dopo cinque mesi trascorsi a Berlino in seguito a un presunto avvelenamento segnato tuttora da moltissimi punti oscuri.

Mentre il neo-presidente americano Biden si preparava a prestare giuramento e a tenere il suo discorso per celebrare il rinnovamento democratico degli Stati Uniti dopo l’era Trump, in alcune commissioni del Senato andavano in scena le prime udienze dei candidati a entrare nel nuovo gabinetto democratico. Durante le discussioni sono subito apparse chiare le linee di continuità tra le due amministrazioni attorno alle principali questioni di politica estera. La testimonianza più rilevante è stata probabilmente quella del prossimo segretario di Stato, Anthony Blinken, che ha confermato senza equivoci come l’attitudine del nuovo inquilino della Casa Bianca davanti alle sfide rappresentate da paesi come Cina, Russia e Iran cambierà tutt’al più solo nei dettagli rispetto al suo predecessore.

Blinken ha risposto martedì alle domande dei senatori della commissione Esteri. Nella stessa giornata, i candidati alla guida del Pentagono e alla direzione dell’Intelligence Nazionale, rispettivamente il generale in pensione Lloyd Austin e l’ex numero due della CIA Avril Haines, si sono presentati invece ai membri delle commissioni per le Forze Armate e i Servizi Segreti. Come previsto dalla Costituzione, una volta ottenuta l’approvazione nelle apposite commissioni, i nominati dal presidente dovranno essere confermati nei loro incarichi da un voto dell’aula.

Malgrado lo scontro politico in atto a Washington, ci sono pochi dubbi che Blinken, Austin e Haines, così come quasi tutti gli altri aspiranti a una posizione nel gabinetto Biden, incasseranno un appoggio sostanzialmente bipartisan. D’altra parte, salvo alcune sfumature che riguardano più che altro aspetti formali, le scelte della nuova amministrazione seguiranno gli stessi principi degli ultimi quatto anni, a conferma che a guidare la politica estera sono fattori oggettivi condivisi da praticamente tutta la classe dirigente americana.

Elemento comune a tutte e tre le audizioni citate è stata la “minaccia” della Cina e le strategie che Biden intende attuare per contenerne la crescita e, eventualmente, optare per un confronto militare. Alle sollecitazioni dei senatori di entrambi i partiti, Blinken ha replicato ammettendo di ritenere che “Trump fosse nel giusto nell’adottare un approccio duro nei confronti della Cina”.

Le distanze da Trump sono trascurabili e in buona parte formali per Blinken, il quale ha detto di essere “molto in disaccordo con le iniziative [anti-cinesi] prese in vari ambiti”, ma “i principi base” a cui si è ispirata l’amministrazione repubblicana erano “corretti” e saranno perciò “utili” alla politica estera di Biden. Viste le premesse, non è stata una sorpresa che Blinken abbia sposato in maniera esplicita tutte le accuse ultra-provocatorie e spesso senza fondamento contro la Cina rivolte da Trump e dal suo segretario di Stato, Mike Pompeo: dalle presunte responsabilità sulla diffusione del Coronavirus al “genocidio” della minoranza musulmana uigura nella regione dello Xinjiang.

Dello stesso tono sono state anche le parole della candidata alla guida dell’ufficio dell’Intelligence Nazionale. Avril Haines ha definito la Cina il “principale rivale strategico” degli Stati Uniti, nonché “una sfida per la nostra sicurezza, la nostra prosperità e i nostri valori”. Per questa ragione, la Haines è favorevole a una condotta “aggressiva” verso Pechino, in particolare “più aggressiva” rispetto a quella evidenziata dagli USA durante l’amministrazione Obama.

Ancora più interessante è stato lo scambio di battute tra Blinken e i senatori della commissione Esteri del Senato sull’argomento Iran, soprattutto per le aspettative alimentate da Biden circa il possibile ritorno di Washington nell’accordo sul nucleare del 2015 (JCPOA). Da mesi si parla di una qualche distensione con l’ingresso dell’ex vice di Obama alla Casa Bianca, ma allo stesso tempo erano subito emersi non pochi ostacoli all’ipotesi di un ritorno puro e semplice alla situazione precedente l’uscita di Trump dall’accordo nel maggio 2018.

Queste difficoltà le ha confermate in pieno la testimonianza di Blinken. Le sue dichiarazioni hanno anche chiarito come le ragioni di un possibile mancato dialogo dipendano dalle posizioni che la nuova amministrazione americana intende assumere e non da quelle di Teheran. Se i propositi di Biden si scontrano effettivamente con le scelte fatte da Trump, l’obiettivo di piegare la Repubblica Islamica, neutralizzandone le capacità difensive e cercando di favorire uno sganciamento dagli alleati della “resistenza sciita” in Medio Oriente, appare sostanzialmente identico.

Inoltre, l’intenzione confermata da Blinken di porre nuove condizioni al ritorno degli USA nel JCPOA rende improbabile il disgelo che sembra apparentemente a portata di mano. Nel corso del suo intervento al Senato, il prossimo segretario di Stato americano ha sollevato alcune questioni sensibili per la leadership iraniana che hanno il potenziale di far saltare da subito qualsiasi ipotesi di dialogo. Blinken si è ad esempio impegnato a coinvolgere gli alleati degli Stati Uniti nella regione, dai regimi del Golfo a Israele, nella decisione di rientrare nel JCPOA. Inutile dire che sia i sauditi sia Netanyahu continuano a essere ferocemente anti-iraniani e, se dovessero avere realmente un ruolo nelle scelte dell’amministrazione Biden, l’accordo sul nucleare di Vienna continuerebbe a restare lettera morta.

Uguali problematiche pongono le precondizioni ribadite da Blinken per arrivare a un’intesa di più ampio respiro rispetto al JCPOA. Biden vorrebbe cioè discutere e quindi limitare sia il programma missilistico convenzionale di Teheran sia quelle che da Washington vengono definite come “attività maligne” dell’Iran nella regione. La Repubblica Islamica considera, e a ragione, entrambe le cose come perfettamente legittime e non ha nessuna intenzione di sottoporle a negoziati per rimettere in piedi un trattato da cui ha finora ricevuto poco o nulla e che è stato boicottato proprio dagli Stati Uniti.

L’amministrazione democratica, inoltre, vuole che l’Iran torni a rispettare tutti i termini stabiliti dal JCPOA prima di rientrare a sua volta nell’accordo. A Teheran le cose sono viste invece esattamente al contrario e, in ogni caso, la finestra per trovare una qualche convergenza appare breve. A fine 2020 il parlamento iraniano aveva approvato una legge che costringe il governo ad aumentare il livello di arricchimento dell’uranio ad uso civile e a implementare altre misure in aperta violazione del JCPOA se non ci saranno riscontri positivi dalla comunità internazionale entro la metà di febbraio. In estate ci saranno poi le elezioni presidenziali in Iran che vedranno quasi certamente un “conservatore” succedere al moderato Rouhani, restringendo ancora di più gli spazi per il dialogo con l’Occidente.

Pochi cambiamenti sostanziali si avranno ovviamente anche riguardo la Russia. In questo caso, anzi, la tesi della docilità di Trump nei confronti di Putin, peraltro del tutto fuori dalla realtà, spingerà l’amministrazione Biden e i “falchi” anti-russi del suo team ad assumere posizioni ancora più radicali. Blinken, da parte sua, ha definito “urgente” la sfida posta da Mosca “su più fronti”. La questione sarà così “in cima all’agenda” di Biden e, nel concreto, il dipartimento di Stato appoggerà la fornitura di armi all’Ucraina e, esattamente come Trump, si impegnerà per fermare il completamento del gasdotto Nord Stream 2 che dovrebbe collegare Russia e Germania.

Anche in altri ambiti, l’attitudine del nuovo governo americano appare già virtualmente indistinguibile da quella dell’amministrazione repubblicana uscente. Sempre la testimonianza di Anthony Blinken fornisce conferma di ciò. Ad esempio, Biden continuerà a riconoscere il fantoccio Juan Guaidó come il legittimo presidente del Venezuela, mentre in merito a Israele non ci sono speranze per vedere cancellata la decisione di Trump di trasferire l’ambasciata USA a Gerusalemme. Sulla questione palestinese, il dipartimento di Stato a guida democratica si limiterà a sostenere formalmente la soluzione dei “due stati”, anche se ormai di fatto inattuabile.

Dove le politiche americane potrebbero cambiare, ci sarà se mai un’accelerazione in senso “interventista”. In Afghanistan non è detto che l’accordo con i Talebani promosso da Trump e i colloqui di pace in corso vengano appoggiati fino in fondo da Biden. Il previsto ritiro di tutto il contingente di occupazione USA nei prossimi mesi avverrà infatti, secondo Blinken, solo se le condizioni sul campo lo permetteranno.

Sulla Siria è ugualmente prevedibile un’intensificazione dell’impegno per il rovesciamento di Assad. In questo senso, la nomina a “coordinatore per il Medio Oriente” nel Consiglio per la Sicurezza Nazionale di Brett McGurk è altamente significativa. Quest’ultimo è stato uno dei più accesi sostenitori dell’intervento USA in Siria e aveva lasciato l’amministrazione Trump dopo l’ordine del presidente, in seguito rientrato, di ritirare tutti i soldati americani impiegati nel paese in guerra.

Per le stesse ragioni oggettive, da collegare in primo luogo alla declinante posizione internazionale americana, non è affatto certo nemmeno un rilancio della partnership con l’Europa. I quattro anni del mandato di Trump hanno profondamente segnato anche i rapporti con gli alleati, ma la sua uscita di scena ha lasciato l’impressione di un cambiamento dovuto a questioni ben più profonde della semplice personalità dell’ormai ex presidente.

Le dinamiche innescate tendono infatti sempre più al multipolarismo e l’Europa sembra coltivare interessi divergenti rispetto agli Stati Uniti, soprattutto per quanto riguarda i rapporti con Cina, Russia e anche Iran. Questi processi stanno convincendo ormai i leader europei a puntare su strategie per l’affermazione dei propri interessi svincolate o quanto meno non legate unicamente a Washington. Le tensioni tra le due sponde dell’Atlantico potrebbero dunque persistere se non addirittura intensificarsi nonostante l’avvenuto passaggio di consegne alla Casa Bianca.


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