La guerra scatenata dall’Arabia Saudita e dai suoi alleati contro lo Yemen ha già provocato la peggiore catastrofe umanitaria del pianeta, ma le recenti decisioni prese dal governo americano uscente potrebbero rendere a breve ancora più tragica la situazione nel paese della penisola arabica. Con una decisione riconducibile alla strategia di “massima pressione” contro l’Iran, il dipartimento di Stato USA ha aggiunto questa settimana alla propria lista delle organizzazioni terroristiche i “ribelli” Houthi sciiti che controllano buona parte del territorio yemenita, mettendo in serio pericolo il flusso di aiuti destinati a una popolazione da tempo allo stremo.

Tra i paesi che stanno avendo maggiore successo nella campagna di vaccinazioni anti-Covid a livello mondiale c’è senza alcun dubbio Israele. Lo stato ebraico ha infatti già somministrato la prima dose a circa il 16% dei suoi quasi dieci milioni di abitanti. Il primo ministro Netanyahu ha poi assicurato che entro tre mesi praticamente tutta la popolazione di Israele sarà “immunizzata”, guarda caso in concomitanza con le elezioni anticipate previste per il 23 marzo. Il successo del piano di vaccinazioni di Israele nasconde però un’altra realtà, quella della popolazione palestinese, finora esclusa quasi del tutto e costretta anche in questo caso a pagare le politiche di apartheid del governo di Tel Aviv nonostante gli obblighi che quest’ultimo avrebbe secondo quanto previsto dal diritto internazionale.

Donald Trump è stato escluso a tempo indeterminato da Twitter (così influente nella sua candidatura e per tutto il suo mandato) e da Facebook. La cosa in sé non fa perdere il sonno a nessuno: chi ha chiamato i latino-americani "sterco", ha promosso colpi di stato, ha strappato i figli di migranti alle madri e li ha chiusi in gabbia, non può ottenere alcuna simpatia o comprensione. Semmai diverte la nemesi che colpisce chi ha voluto censurare Tik Tok e colpire Huawei per diventare ora uno che rischia di dover comunicare a voce.

Le decisioni di Twitter e Facebook sembrano legate all’assalto a Capitol Hill dei suoi seguaci e, ancor di più, al suo rifiuto di riconoscere i risultati elettorali, inserendo per la prima volta gli USA nella classifica degli stati con un sistema elettorale dubbio, sottoponendoli allo scetticismo internazionale e mettendo in crisi la presunta superiorità del sistema. Poco a che vedere con la mancanza di rispetto per la legalità e ancor meno con il rispetto della sovranità.

Anche se l’incredibile assalto dei sostenitori di Donald Trump al Congresso di Washington è stato alla fine respinto e deputati e senatori hanno potuto riprendere i lavori per certificare la vittoria di Joe Biden, i fatti di mercoledì pomeriggio hanno segnato probabilmente un punto di non ritorno per la “democrazia” americana. Il blitz, che ha assunto i contorni di un vero e proprio tentativo di golpe, era stato meticolosamente preparato dal presidente uscente e dai suoi più stretti consiglieri attraverso una campagna di discredito dei risultati delle elezioni del 3 novembre scorso.

Il ristabilimento dell’ordine e il passaggio di praticamente tutte le leve del potere al Partito Democratico a partire dal 20 gennaio prossimo non devono illudere su ritorno alla normalità del quadro politico negli Stati Uniti. Quanto accaduto mercoledì mostra un paese in gravissima crisi ed esposto come non mai al pericolo di una deriva autoritaria, se non apertamente fascista, promossa dai vertici stessi del governo e favorita dall’involuzione oligarchica di un sistema politico ultra-screditato, i cui principali difensori agli occhi di decine di milioni di americani sono identificati precisamente con il Partito Democratico.

Che l’epilogo delle manovre di Trump degli ultimi mesi fosse il ricorso all’eversione e alla violenza era chiaro da tempo. La sensazione del precipitare degli eventi la si aveva avuta già dopo l’esplosione delle proteste contro la brutalità della polizia la scorsa estate. Trump aveva in quell’occasione minacciato la rottura dell’ordine costituzionale con il tentativo di inviare l’esercito nelle città americane per reprimere la rivolta.

Dopo le ben note macchinazioni per ribaltare l’esito delle presidenziali e i ripetuti messaggi di incoraggiamento alle frange di estrema destra nel paese, Trump aveva lanciato l’ultimo segnale di mobilitazione ai sui sostenitori proprio mercoledì in un comizio alla Casa Bianca, significativamente nell’immediata vigilia dell’apertura dei lavori al Congresso per la certificazione della vittoria di Biden. Il presidente aveva parlato minacciosamente di questione di “sicurezza nazionale” e non più soltanto di “frode elettorale”, così che alla situazione venutasi a creare dovevano essere ormai “applicate regole diverse”. Questo dopo avere invitato il suo numero due, Mike Pence, a non certificare il successo di Biden, nonostante la Costituzione assegni al vice-presidente americano solo un ruolo cerimoniale nella proclamazione del vincitore.

Il complotto sfociato nel caos di mercoledì a Capitol Hill porta i segni distintivi dei membri della ristretta cerchia di consiglieri con inclinazioni indiscutibilmente neo-fasciste, a cominciare da Stephen Miller, ma un risultato così clamoroso e inquietante è stato reso possibile anche da quegli ambienti del Partito Repubblicano disposti ad assecondare e amplificare il mito delle elezioni “rubate” per il proprio tornaconto politico. Parecchie decine di deputati e una manciata di senatori repubblicani hanno infatti appoggiato, anche dopo l’assalto al Congresso, le risoluzioni che chiedevano l’annullamento dei risultati delle presidenziali in stati come Arizona e Pennsylvania, in modo da consegnare i rispettivi “voti elettorali” a Trump.

Vero è che alcuni repubblicani hanno finito per cambiare idea e ratificare il successo di Biden proprio in conseguenza delle violenze di mercoledì. In molti hanno anche denunciato apertamente Trump per avere incitato i suoi sostenitori a prendere d’assedio il Congresso. È altrettanto innegabile, tuttavia, che non pochi repubblicani apparentemente più “moderati” hanno contribuito a creare il clima tossico post-elettorale. Primo fra tutti l’ormai ex leader di maggioranza al Senato, Mitch McConnell. Quest’ultimo ha denunciato la “fallita insurrezione” mercoledì, avvertendo che l’orda di sostenitori del presidente ha “provato a stravolgere il nostro sistema democratico”, ma per tutte le settimane seguite al voto del 3 novembre si era astenuto dal riconoscere la netta vittoria di Biden.

Ci sono pochi dubbi anche sul fatto che gli appelli di Trump abbiano trovato terreno fertile all’interno delle forze di sicurezza americane. I vertici militari sono chiaramente contrari alle spinte destabilizzanti del presidente uscente, ma ai livelli più bassi, soprattutto nelle forze di polizia, le tendenze autoritarie promosse dalla Casa Bianca sono tutt’altro che sgradite. Basti pensare alla scarsa resistenza opposta dalla polizia ai dimostranti che mercoledì hanno fatto irruzione nelle sale del Congresso. Va ricordata a questo proposito la violenza con cui polizia e Guardia Nazionale repressero invece le manifestazioni, animate in larga misura da attivisti di sinistra, la scorsa estate, quando gli arresti furono centinaia e in buona parte tollerati gli interventi di milizie armate di estrema destra. Dopo i fatti di mercoledì, i fermati sono stati appena una cinquantina, anche se sarebbe ancora in corso l’identificazione di altri partecipanti all’assalto.

Un altro elemento preoccupante è la risposta del Partito Democratico al tentato colpo di stato. Com’era accaduto durante la campagna elettorale e nelle settimane dopo il voto, Biden e gli altri leader del suo partito hanno preferito insistere sugli appelli alla collaborazione con i repubblicani piuttosto che su iniziative efficaci per contrastare la deriva autoritaria in atto. L’intervento pubblico del presidente eletto è stato emblematico in questo senso, visto che, oltre a riproporre slogan fuori dalla realtà sulla salute della democrazia USA, ha in sostanza invitato Trump, cioè il principale responsabile di quanto stava accadendo al Congresso, a impegnarsi per riportare la calma.

L’atteggiamento scoraggiante di Biden è il sintomo ancora una volta di una volontà politica che punta in primo luogo a evitare una mobilitazione delle forze democratiche e progressiste nel paese anche dopo una vittoria elettorale contro un presidente in carica segnata da un margine di ben sette milioni di voti. L’obiettivo resta piuttosto quello di stabilizzare un sistema in crisi irreversibile, per dirottare gli impulsi anti-trumpiani e anti-fascisti più sani verso la valvola di sfogo innocua di un Partito Democratico fissato tutt’al più sulle questioni razziali e di genere, ma legato a doppio filo a Wall Street e al “deep state” guerrafondaio.

Non è d’altra parte un caso che mentre si consumavano le violenze dell’estrema destra al Congresso, alcuni indici della borsa di New York facevano segnare rialzi da record. Gli “investitori” si attendono d’altra parte un nuovo impulso al trasferimento di ricchezza verso grandi banche e corporations dopo l’insediamento di Biden e la conquista della maggioranza anche al Senato da parte dei democratici in seguito ai due successi nei ballottaggi di questa settimana per i seggi della Georgia.

I grandi interessi economici e finanziari USA sanno benissimo che la retorica dell’aumento delle tasse sui redditi più alti di Biden non avrà seguito e scommettono quindi su politiche a loro favorevoli, oltretutto senza gli elementi di imprevedibilità che hanno segnato il mandato di Trump. Questa realtà prospetta un futuro segnato non tanto dalla marginalizzazione degli eccessi trumpiani, quanto un’intensificazione di divisioni e tensioni sociali che daranno spazi di manovra ancora maggiori alle forze di estrema destra per capitalizzare il malcontento di ampie fasce di una popolazione americana disorientata e senza un’alternativa progressista percorribile.

Le due settimane che mancano all’uscita di scena di Trump, infine, potrebbero riservare altri rigurgiti reazionari o golpisti, malgrado il formale appello alla calma fatto dal presidente uscente mercoledì sera e la promessa di garantire una transizione “ordinata” giovedì. I fatti di Washington sarebbero abbondantemente sufficienti a giustificare una messa in stato d’accusa e la rimozione di Trump, ma, anche se ipotesi di questo genere stanno circolando al Congresso, a prevalere saranno gli inviti alla riconciliazione e ad attendere semplicemente la data del 20 gennaio.

Il deficit di coraggio politico che implica questa scelta rischia perciò di aprire la strada ad altre provocazioni orchestrate da Trump, incluse possibili iniziative militari all’estero, e assicura il persistere dell’ipoteca della destra estrema sul sistema politico americano anche per il prossimo futuro.

I fascisti, segregazionisti e suprematisti stanno realizzando una protesta violenta e armata all’interno del Congresso statunitense. I senatori sono stati evacuati e i congressisti seguiranno a breve. La polizia, che uccide ogni anno 2000 americani, guarda caso tiene le armi al suo posto. Lecito chiedersi come mai, oppure notare che se i manifestanti che hanno invaso Capitol Hill fossero stati di sinistra la sua scalinata sarebbe già una fossa comune. Le forze armate restano buone, del resto è il presidente che può chiedergli di intervenire e questi, fino al 10 Gennaio, è ancora Donald Trump, che però ha chiamato a gran voce i suoi fans, dato che non vuole rinunciare alla poltrona presidenziale per paura di ciò che gli si presenterà innanzi.


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