Una disastrosa operazione militare della Turchia contro il PKK in territorio iracheno ha innescato in questi giorni una bufera politica sul fronte interno e riacceso le tensioni tra Ankara e Washington, proprio mentre i due alleati NATO stavano esplorando una possibile riconciliazione dopo l’ingresso di Joe Biden alla Casa Bianca. A fare esplodere l’ira di Erdogan è stata la presunta esecuzione di 13 tra soldati, membri della polizia militare e, forse, agenti segreti turchi da tempo nelle mani dei militanti curdi. I contorni dell’episodio restano per molti versi ancora oscuri, ma il presidente turco e il suo partito hanno già sfruttato l’accaduto a fini politici e per fare pressioni sugli Stati Uniti in vista di un prossimo riassetto degli equilibri strategici in Medio Oriente.

Non si sono fermate nel fine settimana appena concluso le proteste di piazza che dal 10 gennaio scorso sono tornate a esplodere a Haiti contro il presidente appoggiato dagli Stati Uniti, Jovenel Moïse. La nuova crisi politica nel più povero dei paesi dell’emisfero occidentale rischia di fare esplodere definitivamente una situazione già segnata negli ultimi mesi da un ulteriore aggravarsi dell’emergenza economica, sociale e sanitaria.

Il lupo perde il pelo ma non il vizio. Potrebbe cominciare così, da questo detto antico e mai smentito, il racconto del nuovo, ennesimo, tentativo di colpo di stato in America Latina. Lo scenario è l’Ecuador, potenza energetica del Cono Sud, che dopo aver subito per 5 lunghi anni il governo di Lenin Moreno, traditore fattosi eleggere con la sinistra mentre in segreto obbediva all’ufficio della CIA a Quito, adesso sembra dover subire persino l’onta ignobile di un colpo di Stato sul modello boliviano. Ovvero, il disconoscimento del risultato elettorale e l’affermazione di un governo mai eletto ma deciso dalla OEA e dagli Stati Uniti.

Il secondo procedimento di impeachment contro Donald Trump è entrato giovedì nel terzo giorno di lavori, caratterizzati finora dalla presentazione di elementi di prova a tratti sconvolgenti sull’assalto al Congresso del 6 gennaio scorso istigato dallo stesso ex presidente. I fatti che erano emersi nelle ultime settimane, poi confluiti negli interventi dei deputati democratici incaricati di esporre le ragioni dell’accusa al Senato, sarebbero più che sufficienti a decretare la condanna di Trump. I repubblicani sono tuttavia in larga misura arroccati a difesa dell’ex presidente, che, esattamente come un anno fa, riuscirà perciò a sottrarsi a un verdetto di colpevolezza e, soprattutto, a evitare che venga fatta luce sulla preoccupante penetrazione di elementi di estrema destra nel Partito Repubblicano.

Le speranze per un’inversione di rotta sul caso Assange con il passaggio di consegne alla Casa Bianca si sono dissolte questa settimana dopo la conferma ufficiale dell’intenzione dell’amministrazione Biden di continuare sulla strada tracciata da Trump nel processo sull’estradizione dal Regno Unito del fondatore di WikiLeaks. A ribadire che nulla cambierà nell’attitudine vendicativa americana è stato un portavoce del dipartimento di Giustizia a pochi giorni dalla scadenza dei tempi per la presentazione del ricorso contro la sentenza di primo grado che a inizio gennaio aveva negato la richiesta del governo di Washington.


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