di Michele Paris

Le residue speranze di salvare la tregua negoziata tra Washington e Mosca in Siria sono di fatto crollate questa settimana in seguito all’accusa rivolta dal Pentagono alle forze armate russe di avere attaccato e distrutto un convoglio umanitario alla periferia settentrionale della città di Aleppo. Le prove e le possibili motivazioni legate all’episodio risultano in realtà molto esili, se non del tutto inesistenti, ma la responsabilità attribuita alla Russia consente al governo degli Stati Uniti di liberarsi di un accordo che minacciava di aggravare divisioni e imbarazzi al proprio interno già emersi subito dopo lo stop ai combattimenti.

Per il dipartimento della Difesa americano, due aerei da guerra russi Sukhoi SU-24 che volavano nell’area dove stava transitando il convoglio nella serata di lunedì sarebbero stati i responsabili del bombardamento che ha annientato 18 dei 31 veicoli della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa. Nessuna prova è stata come al solito presentata dal governo americano, ma i principali media hanno praticamente avallato la versione del Pentagono, basata su non meglio precisate “informazioni di intelligence”.

Martedì, il segretario di Stato, John Kerry, ha comunque sostenuto che la tregua “non è morta” dopo avere incontrato il ministro degli Esteri russo, Sergey Lavrov, a margine dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York. In precedenza, il governo siriano aveva però dichiarato finito il cessate il fuoco, mentre Mosca ha acconsentito per ora a non mettere da parte gli sforzi per fermare le ostilità.

Anche se i colloqui tra le due parti e gli altri paesi che fanno parte del cosiddetto Gruppo Internazionale di Supporto per la Siria proseguiranno, gli eventi degli ultimi giorni hanno chiarito ancora una volta come gli Stati Uniti abbiano tutta l’intenzione di continuare a destabilizzare la situazione nel paese mediorientale.

L’accusa alla Russia di avere distrutto il convoglio umanitario è infatti il secondo passo fatto dagli USA per forzare il naufragio della tregua. Il primo, e più drammatico, era avvenuto sabato scorso con il bombardamento di una ben nota base militare dell’esercito siriano nella città di Deir ez-Zor, nel quale erano rimasti uccisi quasi cento soldati.

Se in quell’occasione il governo di Washington, il Pentagono e la stampa ufficiale americana avevano propagandato l’inverosimile versione dell’errore, lunedì è stato dato per certo che sia stata la Russia a colpire i mezzi che trasportavano aiuti umanitari destinati alla popolazione di Aleppo.

Le ricostruzioni dell’accaduto non hanno lasciato molto spazio a considerazioni che rendono invece meno chiari i fatti, né tantomeno alla versione di Mosca. Per cominciare, il governo di Damasco aveva appena dato la propria approvazione all’ingresso dei convogli umanitari nel paese e non è perciò chiara la ragione per cui avrebbe dovuto bombardarne uno poche ore più tardi, considerando soprattutto l’ondata di condanne che avrebbe suscitato un’azione di questo genere. Se avesse voluto impedirne l’arrivo ad Aleppo avrebbe potuto continuare a bloccare i veicoli al confine, come aveva fatto nei giorni precedenti.

Piuttosto, erano stati vari gruppi armati dell’opposizione anti-Assad a essersi rifiutati di garantire la sicurezza dei convogli. Inoltre, il ministero della Difesa russo ha diffuso un video ripreso da un drone nel quale si può osservare un mezzo dei “ribelli”, nascosto tra il convoglio umanitario, che trasportava un lancia missili, la cui destinazione e il cui utilizzo restano un mistero.

Il luogo dove i veicoli sono stati distrutti, sempre secondo i militari russi, non presenta poi nessuna traccia di un cratere dovuto a bombardamenti, né gli stessi mezzi avrebbero subito i danni tipici di un attacco aereo.

L’episodio ha in ogni caso permesso agli Stati Uniti di insabbiare le proprie responsabilità nell’attacco molto probabilmente deliberato contro la base militare siriana di sabato e, grazie alla stampa “mainstream”, attribuire alla Russia la responsabilità del fallimento della tregua.

La posizione di Mosca sul cessate il fuoco in Siria è tuttavia chiara, così come sia il regime di Assad sia l’Iran avevano dato il proprio assenso allo stop dei combattimenti che non includesse evidentemente le formazioni jihadiste. Gli Stati Uniti, al contrario, si sarebbero trovati di fronte a ostacoli insormontabili se la tregua avesse retto.

Innanzitutto, Washington avrebbe dovuto garantire la separazione dei gruppi “ribelli” moderati da quelli fondamentalisti e questi ultimi sarebbero stati poi oggetto di operazioni militari congiunte tra americani e russi. Questo obiettivo è però apparso da subito impossibile da raggiungere, visto che “ribelli” secolari e integralisti operano in simbiosi o, per meglio dire, i primi sono virtualmente inesistenti all’interno della galassia dell’opposizione armata.

Implementare il dettato della tregua su questo punto avrebbe dunque mostrato clamorosamente la strategia degli Stati Uniti e dei loro alleati sunniti in Medio Oriente per quella che realmente è, basata cioè sull’appoggio a formazioni fondamentaliste se non apertamente terroristiche per abbattere il legittimo governo siriano.

L’altro dilemma che aveva consumato il governo e i vertici militari degli Stati Uniti riguarda proprio la necessità di collaborare con Mosca per colpire i terroristi attivi in Siria. Questa opzione non è mai stata accettata dal Pentagono, tanto che il segretario alla Difesa, Ashton Carter, e più di un generale avevano denunciato i “rischi” legati alla creazione di una partnership ad hoc con la Russia in Siria e lasciato intendere che gli ordini dell’autorità civile avrebbero potuto rimanere sulla carta.

Gli sviluppi della situazione siriana di questi ultimi giorni confermano che, al di là delle prese di posizione pubbliche, le decisioni e le mosse del governo e della macchina da guerra degli Stati Uniti sono influenzate da forze che nulla hanno a che vedere con la ricerca di una soluzione pacifica del conflitto.

Ad agire pericolosamente sugli eventi continua invece a essere la volontà di rovesciare il regime di Assad a Damasco e di tenere alto il livello di pressione sulla Russia, con il preciso scopo di limitarne gli spazi di manovra sul piano internazionale e le ambizioni da grande potenza che possano intralciare gli interessi strategici americani.

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