La decisione presa settimana scorsa dal presidente americano Trump di imporre pesanti tariffe doganali sulle importazioni di acciaio e alluminio ha scatenato una valanga di critiche sul fonte domestico e internazionale, così come una serie di minacce di ritorsioni, anche da parte di paesi alleati di Washington, che prospettano lo scatenarsi a tutti gli effetti di una pericolosissima nuova guerra dei dazi su scala globale.

 

 

L’annuncio del primo marzo scorso è sembrato rappresentare un momento cruciale nel processo di erosione in atto del sistema economico e commerciale creato dopo il secondo conflitto mondiale. La ragione di ciò va ricercata nelle motivazioni ufficiali dell’imposizione di dazi del 25% e del 10%, rispettivamente sulle importazioni di acciaio e alluminio, le quali sarebbero legate appunto a questioni di “sicurezza nazionale”.

 

Una motivazione di questo genere dovrebbe riferirsi a eventuali gravi minacce o emergenze, se non a situazioni di guerra. Se gli USA non sono in realtà coinvolti in una guerra che richieda una mobilitazione economica totale, la decisione di Trump rimanda però allo stadio avanzato dei preparativi in questo senso. Nel commentare il provvedimento, il presidente americano ha infatti affermato che, presumibilmente in un prossimo futuro, per gli Stati Uniti sarà tutt’altro che opportuno dover importare acciaio e alluminio da paesi “con cui siamo in guerra”.

 

Sintomatico a questo proposito è che le misure commerciali, che saranno molto probabilmente firmate da Trump nel corso di questa settimana, non colpiscono solo i rivali strategici degli USA - Cina e Russia - ma anche e soprattutto alleati come Canada, Giappone, Corea del Sud e la stessa Unione Europea.

 

Ancora più indicativo del rapido precipitare dello stato delle relazioni internazionali è poi l’ipotesi, cominciata a circolare in maniera sommessa nei giorni scorsi, di una possibile futura uscita di Washington dall’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO). Successore del GATT (Accordo Generale sulle Tariffe ed il Commercio) del 1947, questo organo rimane uno dei pilastri del sistema di relazioni economiche internazionali promosso proprio dagli Stati Uniti per prevenire il ripresentarsi dei conflitti esplosivi, tra cui quelli sui dazi, che avevano segnato la prima metà del secolo scorso fino alla Seconda Guerra Mondiale.

 

Le immediate reazioni ai provvedimenti protezionistici di Trump non hanno in ogni caso prodotto alcun cambiamento di posizione alla Casa Bianca. Lo stesso presidente ha confermato la sua determinazione in alcuni “tweet” scritti nel fine settimana, facendo intendere di curarsi poco o nulla degli avvertimenti circa il pericolo di innescare una guerra doganale. Nella visione di Trump e degli ambienti ultra-nazionalisti che lo hanno spinto in questa direzione, d’altra parte, gli Stati Uniti sono già nel pieno di una guerra di questo tipo e l’unica via d’uscita è rappresentata da azioni ritorsive come quella adottata in relazione all’acciaio e all’alluminio.

 

Gli ambienti del business americano che beneficiano dei prezzi bassi di questo materiale proveniente dall’estero hanno manifestato tutta la loro opposizione ai nuovi dazi, visto anche il pericolo che iniziative simili di altri paesi potrebbero mettere a rischio le esportazioni USA.

 

Politici e commentatori, soprattutto democratici e “liberal” ma non solo, si sono allo stesso modo lamentati con la Casa Bianca, in primo luogo proprio per il rischio concreto di una guerra dei dazi su vasta scala. In molti casi, tuttavia, gli scrupoli non sembrano essere tanto per gli ostacoli al libero commercio provocati dalla decisione di Trump, quanto per il suo carattere indiscriminato che finisce per colpire anche importanti alleati degli Stati Uniti.

 

Come era già accaduto nei mesi scorsi con le critiche di Trump a vari trattati di libero scambio in essere tra gli USA e un certo numero di paesi, una parte importante della classe dirigente americana teme che questo orientamento protezionista possa mettere a repentaglio i rapporti con determinati alleati. Così facendo, in sostanza, Trump rischia di complicare i piani di guerra contro Iran o Corea del Nord, ma anche contro Russia e Cina, basati sulla collaborazione militare e strategica di paesi che possono essere stati colpiti da dazi e tariffe doganali.

 

A questo dilemma, e ai malumori di una parte delle aziende private americane, vanno collegate in buona parte le divisioni create all’interno dell’amministrazione Trump dalla recente accelerazione protezionistica del presidente. La stampa americana ha scritto di un fronte contrario alla decisione sui dazi di cui farebbero parte, tra gli altri, il segretario di Stato Tillerson, quello della Difesa Mattis e il Consigliere per la Sicurezza Nazionale McMaster.

 

Il primo consigliere economico del presidente, Gary Cohn, di fatto rappresentante degli ambienti finanziari USA alla Casa Bianca, avrebbe inoltre minacciato di dimettersi dal proprio incarico. Evidentemente, il provvedimento di Trump, seguito ad altre misure dello stesso tenore anche se di portata inferiore, è di fatto un successo della fazione nazionalista del governo di Washington, rappresentata dal segretario e dal consigliere del presidente per il Commercio, rispettivamente Wilbur Ross e Peter Navarro.

 

Quest’ultimo è stato protagonista nel fine settimana di varie interviste sui media americani per difendere la scelta protezionistica della Casa Bianca. In particolare, Navarro ha escluso che ci potranno essere eccezioni ai dazi per le importazioni provenienti da paesi amici. A conferma del carattere imprevedibile di Trump, ma anche della gravità delle tensioni all’interno del suo governo, il segretario Ross non ha invece del tutto escluso un possibile cambiamento di opinione del presidente su questo punto.

 

I timori maggiori riguardano il Canada, primo esportatore verso gli USA di acciaio e alluminio. Il vicino settentrionale ha già una bilancia commerciale negativa nei confronti degli Stati Uniti, così che eventuali ritorsioni potrebbero facilmente penalizzare l’export americano. Washington e Ottawa sono inoltre nel pieno di delicati negoziati, assieme al governo messicano, per la revisione del NAFTA (Trattato di Libero Scambio Nordamericano), il cui esito potrebbe risentire delle recenti misure annunciate dall’amministrazione Trump.

 

Proprio il ministro degli Esteri canadese, Chrystia Freeland, ha evidenziato l’apparente assurdità delle motivazioni citate dalla Casa Bianca per l’imposizione dei dazi, visto che il Canada non rappresenta esattamente una minaccia alla sicurezza nazionale americana. Il primo ministro Trudeau, impegnato da tempo a costruire un rapporto cordiale con il presidente americano malgrado le presunte differenze ideologiche, ha da parte sua definito “totalmente inaccettabili” le nuove tariffe su acciaio e alluminio.

 

Anche da questa parte dell’Atlantico non si sono risparmiati toni molto duri nei confronti di Washington. Il commissario UE per il Commercio, Cecilia Malmström, ha messo in guardia dal rischio di un “pericoloso effetto domino”, per poi avvertire che Bruxelles non avrà altra scelta che imporre a sua volta dazi sui prodotti americani e presentare un ricorso al WTO.

 

Sulla stessa linea sono stati i commenti provenienti da Berlino, Parigi e Londra. La premier britannica May ha invitato ad esempio a risolvere i problemi legati alla sovrapproduzione di acciaio e alluminio all’interno degli organismi multilaterali esistenti, nonostante sia precisamente il tracollo dell’ordine internazionale stabilito anche attraverso di essi a generare le tensioni odierne.

 

Le tendenze protezionistiche mostrate dall’amministrazione Trump non sono in ogni caso da attribuire soltanto alla predisposizione del presidente o di una parte del suo staff. Esse sono piuttosto la risposta data da determinate sezioni dell’establishment americano a un processo oggettivo come il costante declino della posizione internazionale del capitalismo USA. Così facendo, sale vertiginosamente il rischio di una spirale di ritorsioni in ambito commerciale che, come dimostra la storia del Ventesimo secolo, potrebbe sfociare in un qualche conflitto armato.

 

Ciò che appare evidente è che la decisione sui dazi di Trump finirà per avere effetti negativi sull’andamento di un’economia globale la cui ripresa, quando è visibile, sembra basarsi ancora su fondamenta estremamente fragili. Soprattutto, come hanno confermato le reazioni di questi giorni, l’accentuarsi dell’involuzione protezionistica americana finirà per inasprire le tensioni geo-politiche internazionali, già responsabili dei venti di guerra che soffiano ormai in numerose aree del pianeta.

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