A pochi giorni dall’accettazione da parte degli USA della proposta nordcoreana di un faccia a faccia tra il presidente Trump e Kim Jong-un, le prospettive per la possibile apertura di un serio canale diplomatico tra Washington e Pyongyang rimangono a dir poco incerte e piene di insidie. L’incognita principale è rappresentata proprio dall’atteggiamento del governo degli Stati Uniti, ancora ben lontano dal chiarire su quali basi e con quali obiettivi specifici la Casa Bianca intende apprestarsi ad affrontare lo storico incontro.

 

 

Oltre alle complicazioni relative agli USA che stanno emergendo in questi giorni, qualsiasi considerazione sul possibile vertice dovrà tenere conto anche della risposta del regime nordcoreano alle discussioni che, fino ad ora, hanno coinvolto solo Washington e Seoul.

 

Lunedì, il ministero dell’Unificazione sudcoreano ha attribuito alla prudenza di Pyongyang la mancata reazione ufficiale alla notizia dell’accoglimento della proposta del faccia a faccia. La stampa sudcoreana ha comunque scritto che Kim Jong-un avrebbe espresso alla delegazione di Seoul, con cui si era incontrato la settimana scorsa, la propria disponibilità a sottoscrivere un accordo di pace con Washington e a instaurare normali relazioni diplomatiche che portino all’apertura di un’ambasciata USA a Pyongyang.

 

Lo stesso Kim aveva inoltre confermato al numero uno del consiglio per la sicurezza nazionale sudcoreano, Chung Eui-yong, l’intenzione di smantellare il proprio programma nucleare in cambio di garanzie, da parte degli Stati Uniti, sulla sopravvivenza del regime. Non solo, Kim si era spinto a offrire il congelamento dei testi missilistici e nucleari nel corso dei futuri negoziati e, in maniera significativa, a tollerare la ripresa delle esercitazioni militari tra Washington e Seoul al termine dei giochi paralimpici attualmente in corso in Corea del Sud.

 

Com’è evidente, le concessioni prospettate da Pyongyang indicano una chiara volontà di trovare un accordo con l’amministrazione Trump. In molti negli Stati Uniti continuano però a mettere in guardia dalla presunta doppiezza di Kim e da una strategia, attuata da quest’ultimo, volta a imbrigliare la Casa Bianca in un negoziato che non porterà a nulla ma che potrebbe servire solo a legittimare il regime stalinista.

 

Singolarmente, alcuni di coloro, soprattutto negli ambienti “liberal”, che fino a poche settimane fa criticavano aspramente Trump per la rischiosa retorica bellicista nei confronti della Corea del Nord, invitano oggi il presidente e il suo staff a non lanciarsi in un processo diplomatico con un dittatore pazzo di cui non ci si può fidare in alcun modo.

 

La storia delle relazioni tra USA e Corea del Nord negli ultimi due decenni, così come le posizioni prese sulla questione dall’attuale amministrazione repubblicana di Washington suggeriscono piuttosto estrema cautela relativamente all’attitudine e al comportamento americano.

 

Se scrupoli e precauzioni appaiono inevitabili, questi devono riguardare in maniera particolare un governo, come quello americano, che nel recente passato si è rimangiato almeno in due occasioni (1994 e 2007) gli accordi stipulati con la Corea del Nord. In merito all’affidabilità di Trump, inoltre, va ricordato come il presidente USA nei mesi scorsi abbia preso costantemente posizione contro qualsiasi negoziato con Pyongyang.

 

La stessa determinazione nel provare a far saltare l’intesa sul nucleare iraniano, sottoscritta nel 2015 a Vienna assieme ad altre potenze internazionali, è un altro segnale dell’impossibilità dei rivali o degli interlocutori degli Stati Uniti di nutrire fiducia nel rispetto di qualsiasi accordo da parte del governo di questo paese.

 

L’ipotesi più pessimistica circa il possibile incontro Trump-Kim è che gli Stati Uniti possano utilizzare l’evento proprio per aumentare le pressioni sulla Corea del Nord e, addirittura, giustificare un attacco militare, di fatto già in avanzata fase di preparazione. Se il vertice non dovesse produrre alcun frutto, cioè, Washington potrebbe argomentare che nemmeno un confronto diretto tra i leader dei due paesi è in grado di risolvere la crisi sulla penisola di Corea, così che l’unica soluzione possibile sarebbe il ricorso alla forza.

 

Rivelatore del pensiero di una parte della classe dirigente americana, forse anche all’interno dell’amministrazione Trump, è stato un recente commento del “falco” John Bolton, già ambasciatore USA all’ONU per George W. Bush. Nell’eventualità che il faccia a faccia dovesse avere luogo, Bolton ha in sostanza raccomandato a Trump di imporre un ultimatum a Kim, mettendolo di fronte alla scelta di cancellare senza condizioni il programma nucleare nordcoreano o di subire le conseguenze di un rifiuto, ovvero un’aggressione militare.

 

Sulla riuscita o la stessa organizzazione di un vertice di questo genere pesano ad ogni modo incognite logistiche e diplomatiche. Ad esempio, un avvenimento simile richiede una preparazione diplomatica laboriosa per la creazione di una piattaforma più o meno condivisa, attorno alla quale dovrebbe svolgersi la discussione diretta tra i due leader. Ad oggi, al contrario, non vi sono praticamente contatti tra i due paesi, mentre il dipartimento di Stato americano risulta fortemente sottodimensionato né è stato ancora nominato un ambasciatore a Seoul.

 

Soprattutto, anche nell’improbabile ipotesi che un accordo dovesse alla fine essere raggiunto, la piena implementazione di esso richiederebbe una svolta strategica pressoché impossibile da parte americana, indipendentemente dalla disponibilità di Pyongyang ad accettare le imposizioni di Washington.

 

Per Trump o il suo successore si tratterebbe in altre parole di acconsentire a una de-escalation delle tensioni nella penisola di Corea, rimuovendo dal quadro asiatico una crisi che gli Stati Uniti hanno alimentato al preciso scopo di giustificare un massiccio piano di militarizzazione diretto contro il principale rivale strategico ed economico americano, ovvero la Cina.

 

Se da Seoul a Pechino a Mosca c’è la ferma intenzione di promuovere un negoziato serio che porti a una soluzione pacifica della crisi coreana, il relativo disgelo di queste prime settimane dell’anno è forse il massimo che Washington sembra essere in grado di concedere.

 

D’altra parte, gli avvertimenti e le precisazioni di svariati esponenti del governo americano nel fine settimana lasciano intendere che le premesse per una seria trattativa, a cui l’incontro tra Kim e Trump dovrebbe dare un impulso, non sono esattamente confortanti.

 

Il direttore della CIA, Mike Pompeo, in un’apparizione su Fox News ha da un lato assicurato che il presidente “risolverà il problema nordcoreano”, per poi aggiungere che Kim dovrà essere pronto a discutere di una “denuclearizzazione completa, verificabile e irreversibile”. Alla NBC, invece, il segretario al Tesoro, Steven Mnuchin, ha escluso un ammorbidimento nei confronti della Corea del Nord. Al contrario, la “campagna di massima pressione” su Pyongyang resterà inalterata, così come non saranno sospese né le sanzioni economiche in vigore né le esercitazioni militari previste con le forze armate di Seoul.

 

In uno dei commenti più rivelatori, infine, il portavoce della Casa Bianca, Raj Shah, parlando in diretta alla ABC ha avvertito di come esista la possibilità che i colloqui con Pyongyang finiscano nel nulla e, se ciò dovesse accadere, “la colpa ricadrebbe interamente sul regime nordcoreano”.

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