In un normale stato di diritto, un funzionario pubblico con il curriculum di Gina Haspel dovrebbe essere implicato in vari processi penali e, quasi certamente, ritrovarsi con una lunga condanna sulle spalle. Nel sistema americano modellato dalle amministrazioni Bush, Obama e, ora, Trump, avere commesso crimini gravissimi, legati principalmente alla tortura, è al contrario un segno distintivo, tanto che, nel caso della 61enne veterana del servizio segreto USA, non solo non ha impedito, ma ha anzi probabilmente favorito la recentissima nomina alla guida della CIA.

 

 

L’ascesa fino ai vertici dell’agenzia di Langley di Gina Haspel è inestricabilmente legata al dilagare del ricorso a metodi illegali e criminali da parte dei servizi di sicurezza degli Stati Uniti negli anni successivi agli attentati dell’11 settembre 2001. In relazione a quel periodo, le azioni della CIA e dei suoi uomini, sotto la direzione delle più alte sfere del governo, sono diventati giustamente sinonimo di rapimenti (“extraordinary renditions”), detenzioni indefinite senza fondamento legale, torture e assassinii.

 

La fase più importante della carriera della Haspel si inserisce precisamente in questo quadro. Le sue responsabilità non sono però soltanto generiche o impossibili da individuare ai fini legali, né si perdono nel calderone degli “eccessi” giustificati da molti, in America e non solo, perché avvenuti in un periodo caotico durante il quale era necessario agire in fretta e senza troppi scrupoli democratici per prevenire nuovi devastanti attacchi terroristici.

 

I crimini della direttrice in pectore della CIA sono chiari e definiti, descritti anche da documenti ufficiali e cause legali avviate da associazioni a difesa dei diritti civili. Il fatto che Gina Haspel, così come molti altri alle sue dipendenze e ben al di sopra della sua posizione, sia oggi a piede libero e abbia beneficiato di una carriera folgorante è possibile solo grazie all’impegno di una classe politica compromessa con quei crimini e che ha garantito impunità e protezione ai responsabili materiali.

 

La Haspel era stata reclutata dalla CIA nel 1985 e nel corso degli anni ha ricoperto svariati incarichi, quasi sempre nei panni di agente clandestino. Da capo delle “stazioni” CIA in varie città del mondo, la Haspel era passata a un ruolo di primo piano nel cosiddetto “Centro Anti-terrorismo”, prima di diventare, sotto l’amministrazione Obama, vice-direttrice del Servizio Clandestino, responsabile delle azioni sotto copertura all’estero.

 

In seguito, l’allora numero uno della CIA, John Brennan, l’avrebbe destinata a incarichi meno operativi e più “politici”, fino a che il direttore uscente, Mike Pompeo, nominato martedì segretario di Stato dal presidente Trump, non aveva deciso di promuoverla alla carica di vice-direttrice della stessa agenzia di intelligence.

Al 2002 risale l’incarico più controverso di Gina Haspel, quando cioè fu inviata in Thailandia per dirigere la prima struttura detentiva clandestina e illegale della CIA, destinata a ricevere sospettati di terrorismo rapiti in varie parti del mondo, dal Marocco al Pakistan al Medio Oriente.

 

Qui, Gina Haspel si era guadagnata l’appellativo di “patriota” che il direttore della CIA Pompeo avrebbe attribuito quasi quindici anni più tardi ai torturatori ufficialmente impegnati nella guerra contro al-Qaeda. Nel sito thailandese, i maltrattamenti, le torture e le violenze descritte in maniera esplicita da chi li aveva subiti, ma anche dall’introduzione al rapporto del Congresso sugli interrogatori della CIA, pubblicato nel 2014, erano dunque responsabilità diretta della Haspel.

 

I casi di due detenuti, in particolare, appaiono come macchie indelebili sull’operato di quest’ultima e degli agenti sotto la sua direzione in Thailandia: Abu Zubaydah e Abdel Rahim al-Nashiri, entrambi tuttora detenuti a Guantanamo in situazioni di gravissimo deterioramento fisico e mentale.

 

Dai documenti ufficiali e dalle cause legali intentate contro la CIA, era emerso ad esempio che Abu Zubaydah era stato soggetto alla famigerata tecnica del “waterboarding” per ben 83 volte in un solo mese. Altri trattamenti gli costarono quasi la morte e la perdita di un occhio. Le torture cessarono solo quando la CIA accertò che Zubaydah non aveva informazioni utili da rivelare.

 

L’altra vicenda più eclatante che ha coinvolto Gina Haspel è la distruzione deliberata dei filmati che la CIA aveva girato di questi interrogatori. I video erano conservati in una cassaforte nella sede della CIA in Thailandia fino a quando, nel 2005, venne dato l’ordine di distruggerli. Secondo la versione ufficiale dell’agenzia, a prendere la decisione fu l’allora capo del servizio clandestino, José Rodriguez, di cui la Haspel era l’immediata subalterna.

 

Sul “cablo” che conteneva l’ordine della distruzione del materiale era riportato tuttavia proprio il nome della Haspel, la quale sarebbe stata successivamente descritta come una dei più accesi sostenitori di questa azione palesemente illegale. Una quasi conferma delle sue responsabilità sarebbe giunta qualche anno più tardi, quando la senatrice democratica Dianne Feinstein, proprio a causa dei suoi precedenti, impedì di fatto una sua promozione voluta dai vertici della CIA.

 

L’approdo di Gina Haspel alla guida della CIA è così direttamente collegato al suo ruolo nel programma di torture nel quadro dell’antiterrorismo americano post-11 settembre. Se Obama fece di tutto per proteggere i responsabili da indagini e incriminazioni, Trump e i membri della sua amministrazione hanno più volte espresso pubblicamente la loro approvazione per le torture.

 

Pompeo, ad esempio, ha affermato di non considerare il “waterboarding” un metodo di tortura, mentre Trump, prima di essere eletto, aveva promesso di reintegrare questa tecnica e altre “molto peggiori” tra quelle previste negli interrogatori, dal momento che i vertici militari gli avevano assicurato che “le torture funzionano”.

Svariate associazioni umanitarie hanno criticato duramente la nomina di Gina Haspel.

 

L’ACLU (American Civil Liberties Union) ha chiesto la pubblicazione di tutti i documenti relativi al suo coinvolgimento negli interrogatoti con metodi di tortura. Il Center for Constitutional Rights ha invece emesso una dichiarazione ufficiale, nella quale si afferma che “Gina Haspel dovrebbe essere soggetta a incriminazione piuttosto che promossa”.

 

Il Centro Europeo per i Diritti Umani e Costituzionali (ECCHR), da parte sua, ha diffuso un comunicato che ricorda come nel giugno del 2017 avesse chiesto alla procura federale tedesca di emettere un mandato d’arresto nei confronti di Gina Haspel per il suo ruolo nei fatti avvenuti nel 2002 in Thailandia. Secondo questa organizzazione, grazie al principio della “giurisdizione universale”, applicabile nei casi di violazione dei diritti umani, la candidata alla direzione della CIA dovrebbe essere messa in stato di fermo nel caso posasse piede in un paese europeo.

 

Decisamente più accomodanti nei confronti di Gina Haspel sono apparsi i membri del Congresso americano. I repubblicani hanno prevedibilmente accolto con favore la nomina di Trump, ma anche non pochi democratici si sono mostrati ben disposti nei confronti sia della Haspel per la direzione dalla CIA sia di Mike Pompeo per il dipartimento di Stato. Per entrambe le nomine sarà necessario un voto di conferma da parte del Senato di Washington.

 

Il leader di minoranza al Senato, il democratico di New York Charles Schumer, ha escluso di voler chiedere alla delegazione del suo partito di votare contro la nomina di Pompeo e Haspel. L’unico impegno promesso da Schumer è quello di fare luce, nel corso delle audizioni che precederanno il voto di conferma in aula, sui precedenti e le dichiarazioni di entrambi relativamente alle torture e ad altre questioni sensibili.

 

Lo stesso Pompeo, d’altra parte, nonostante le posizioni estreme e al limite del razzismo espresse durante la sua precedente esperienza da deputato, era stato confermato lo scorso anno alla guida della CIA anche con il voto favorevole di 14 senatori democratici. Le perplessità dei democratici sono infatti rivolte in primo luogo ad altre questioni che poco hanno a che fare con legalità, democrazia e diritti umani. A confermarlo è stata ancora una dichiarazione di Schumer rilasciata martedì alla stampa americana.

 

In previsione del voto per la conferma di Gina Haspel e, soprattutto, di Mike Pompeo, il numero uno dei senatori democratici ha spiegato che il suo impegno sarà quello di assicurarsi che entrambi, una volta assunti i rispettivi incarichi, prenderanno posizioni sufficientemente ferme nei confronti delle presunte interferenze del governo russo nei meccanismi politici degli Stati Uniti.

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