di Giovanna Pavani

E' successo a tutti di recedere davanti ad un sopruso, un'angheria, una violazione di un diritto, perché mettersi da soli a fare causa contro qualcuno di più grosso e organizzato di noi non fa raggiungere mai i risultati sperati e, a parte l'orgoglio e la dignità negata, si finisce di solito con un pugno di mosche in mano: pochi i soldi di risarcimento quando si vince e la certezza che il comportamento di chi ha sbagliato, dopo qualche tempo continuerà ad essere il medesimo di prima. Quando si è da soli si è una goccia nel mare, si conta poco davanti alla legge, figurarsi davanti ad una grande industria o ad una lobby di cartello delle assicurazioni, o a un'azienda di telecomunicazioni che ci ha messo in bolletta servizi mai richiesti ma indubbiamente salati. E il pensiero non può fare a meno di tornare allo scandalo della Parmalat e a tutti quegli azionisti che si sono ritrovati, da un giorno all'altro, con i risparmi in fumo, senza poter far nulla per aggregarsi e ottenere un adeguato rimborso del danno economico subito. Adesso, però, si volta pagina.

di Sara Nicoli

Un colpo alle lobby. Di quelli duri, un fendente vibrato con grande determinazione da governo contro le rendite di posizione. E' una politica di sinistra, a favore del consumatore. Se lo avesse fatto il centrodestra il giorno numero uno del suo insediamento, forse ci sarebbe ancora Berlusconi a Palazzo Chigi. Per fortuna non l'ha fatto.
Di tutte le lobby colpite, dodici in totale, quella che - in apparenza - è l'anello più debole della catena sembra essere quella dei tassisti; lavoratori con una rendita di posizione molto meno remunerativa delle altre, tipo quella dei notai o dei commercialisti o degli avvocati. Ma è solo un'impressione. Da sempre quella dei tassisti è una categoria che gode di un mercato chiuso, gestito da cooperative che hanno sempre fatto il bello e il cattivo tempo, sia sul costo delle licenze che sul numero delle auto ammesse alla circolazione all'interno del perimetro dei comuni. E che ha imposto un cartello di costi che non sarebbe giustificabile neppure nel Principato di Monaco, dove un caffé può anche costare il corrispettivo dei nostri cinque euro, ma lì se lo possono senz'altro permettere.

di Giovanna Pavani

Certo, è difficile morire, ammettere che la propria esistenza politica non ha più senso. E, dunque, decidere di sciogliersi, di dirsi addio. Sarebbe la cosa migliore per la Lega, dopo che un plebiscito referendario ha bocciato senza appello l'unico obiettivo politico che teneva insieme il drappello montanaro "celodurista": il federalismo, poi mutuato in secessione, poi involuto in devolution. Bersaglio mancato. A quasi vent'anni dall'atterraggio in Parlamento, la spinta della Lega appare oggi solo inerziale, il suo radicamento sul territorio sta svaporando, persino nelle roccaforti. L'Umberto è un uomo malato, cui le circostanze e gli affetti dovrebbero consigliare di mollare la presa e di riflettere sul fatto che i partiti politici non sono per sempre. Specie se nascono con pretese, antistoriche e anacronistiche, che solo in un Paese come il nostro riescono ad avere, per qualche tempo, dignità politica. Invece no, Bossi non molla. Anzi, rilancia. Adesso rivuole il "lombardo Veneto".

di Domenico Melidoro

Nei primi giorni di giugno, scrivendo a proposito dell'atteggiamento più scomposto del solito esibito da Silvio Berlusconi negli ultimi mesi, Claudio Rinaldi affermava che l'ex Presidente del Consiglio "fa il matto. Urla, strepita, maledice. Straparla di democrazia in pericolo. Chiama al salvataggio della Patria. Dà in escandescenze" (L'Espresso, 8 giugno 2006). Berlusconi è convinto che lo scontro frontale paghi, e le ripetute accuse di brogli elettorali, la continua insistenza sulla necessità di ricontare i voti delle ultime elezioni politiche, i numerosi (e mal riusciti) tentativi di dare spallate a Prodi e al suo Governo, hanno lasciato finora poco spazio al sereno svolgimento della normale dialettica tra maggioranza e opposizione. Nell'articolo citato, Rinaldi invitava l'Unione a mettere in discussione il ruolo di capo dell'opposizione del furibondo Berlusconi, indicava come "doveroso" il dialogo con Gianfranco Fini e Pierferdinando Casini, e auspicava comportamenti oculati da parte dell'Esecutivo, visto che "mezza Italia non si fida delle ricette tradizionali della Sinistra".

di Sara Nicoli

La Rai ha un nuovo direttore generale. Si chiama Claudio Cappon e su quella poltrona si è già seduto una volta, quando sulla tv pubblica imperava Roberto Zaccaria e non fu, propriamente, una stagione che si può definire come indimenticabile. Però Cappon aveva fatto la sua figura, soprattutto aveva garantito il centro destra e il neo nominato ministro Gasparri sulla spinosa faccenda della vendita agli inglesi degli impianti di Raiway, voluta da Zaccaria ma osteggiata da Gasparri: non se ne fece nulla, e quindi Cappon si guadagnò sul campo la fama di "uomo di garanzia" di Palazzo Grazioli. Ma il centro sinistra non gliene volle più di tanto. Così l'altro giorno, quando si è trattato di scegliere un uomo che sapesse tenere saldo il timone della Rai in una stagione di marosi e di fibrillazioni politiche e morali, lo sguardo della politica si è rivolto verso di lui, in modo assolutamente bipartisan. A parte Prodi.


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