di Mariavittoria Orsolato

Lui non si dimetterà mai, ma la fronda finiana, sempre più forte e volitiva, proclama in diretta tv la fine di quello che è stato il quarto Governo Berlusconi. L'annuncio lo da il capogruppo alla Camera di Futuro e Libertà, Italo Bocchino, mentre siede come ospite nell'arena di Annozero: "Aspetteremo lunedì, solo per garbo istituzionale, poi ritireremo la nostra delegazione dal Governo".

Mentre Padron' Silvio è a Seoul per l'inutile G20, nel Transatlantico si preparano le polveri per quella che aspira ad essere la congiura definitiva: dal prossimo lunedì i quattro ministri vicini alla nuova formazione del Presidente della Camera rassegneranno le dimissioni, con loro anche Giuseppe Reina, sottosegretario alle Infrastrutture in quota al Movimento Per le Autonomie del siciliano Raffaele Lombardo.

C'è però di più: sempre Bocchino, incalzato da Santoro ha buttato sul tavolo quelle che saranno le carte deputate a decretare l'agognata morte politica del Caimano: senza scadere nel cattivo gusto di una sfiducia plateale, cosa che invece Berlusconi spera vivamente, i futuristi si asterranno dal voto sulla Finanziaria - oggi nota come legge di stabilità e necessaria al mantenimento dei tassi d'interesse dei titoli azionari nazionali - riservandosi la possibilità di rispedire il cerino al mittente votando contro nel caso in cui, come annunciato ieri da Cicchitto, si dovesse procedere alla verifica parlamentare.

"Faremo una verifica parlamentare, al Senato e alla Camera, e lì si vedrà quale sarà l'orientamento della maggioranza di deputati e senatori, spiega il capogruppo Pdl a Montecitorio, se sarà un orientamento favorevole al Governo si andrà avanti. Qualora ci fosse un atteggiamento diverso - aggiunge - per noi è chiaro che l'unico sbocco democraticamente possibile è tornare davanti al popolo sovrano".

Le urne fanno gola agli ultimi kamikaze berlusconiani e perciò non sembrano la soluzione più adatta a scongiurare un Berlusconi quinto: in 16 anni di controllo pressoché totale sul Paese, il premier ha plasmato a sua immagine e somiglianza un'intera categoria di cittadini che anche oggi, nonostante i troppi bagordi sessuali e non del minuscolo Cesare, sono pronti a difendere a spada tratta il leader che ha riempito d'ovatta il loro piccolo mondo. In più, il porcellum elettorale a firma di Calderoli impedisce la formazione di strutture parlamentari stabili e, in caso di elezioni anticipate, regalerebbe di nuovo la maggioranza a Pdl e Lega a Montecitorio, mentre lascerebbe orfano di maggioranza il Senato.

Ricorrere alla consultazione popolare non prima che vengano approntate le necessarie modifiche alla legge elettorale è infatti il leitmotiv di tutte le altre formazioni politiche: lo invoca Fini, lo sottoscrivono Casini e Di Pietro, si accoda anche l'evanescente Pd, comprensibilmente terrorizzato da quello che potrebbe uscire dalle urne.

Lo scenario politico attuale è infatti fin troppo fumoso e giocare alla Sibilla sembra quantomai passabile di clamorosi errori di valutazione. Stando però a quelli che sono i nostri meccanismi democratici, costituzionalmente indicati, i futuri possibili per la politica del paese sono in buona sostanze tre e corrispondono rispettivamente alla crisi di governo con rimpasto, a quella con elezioni e all'incidente parlamentare.

Il primo caso sembra ormai già accantonato: la mediazione di Bossi per un Berlusconi bis con maggiori poteri e ministeri ai finiani è stata un clamoroso buco nell'acqua, allo stesso modo non sono valse a nulla le promesse dei Lumbard di portare su piatto d'argento le teste di La Russa e Gasparri, colpevoli di non aver defezionato dal Pdl per seguire il leader di sempre Gianfranco Fini.

I futuristi vogliono il cambio a tutti i costi e, nonostante in altre occasioni avessero propeso volentieri per il baratto di incarichi e poltrone, dopo Mirabello la linea da seguire è quella dell'etica e del rigore morale. Al rimpasto pare non volersi affidare nemmeno Berlusconi, disposto ad allargare la maggioranza all'Udc di Casini ma irremovibile per quanto riguarda l'atto delle dimissioni. Come ha giustamente sottolineato Luca Telese sul Il Fatto, l'atmosfera crepuscolare della fine del berlusconismo impone un manicheismo ostentato e dal retrogusto fascista: "O con me, o contro di me", il compromesso non è cosa onorevole per gli egoarchi agonizzanti.

Nel caso in cui il futuribile corrispondesse invece alla crisi con annesse elezioni, il calendario delle attività parlamentari non lo fisserebbe prima di venti giorni, quando la manovra finanziaria verrà approvata, previa fiducia, da entrambe le Camere. Nel caso (molto probabile) in cui il Cavaliere venisse sfiduciato, la salita al Quirinale non si trasformerebbe nello sperato riaffido del mandato ma è probabile che Napolitano preferirebbe affidare il Governo ad una personalità interna alla maggioranza.

Una maggioranza che prevede sempre l'ingresso dell'Udc ma che non potrebbe annoverare il Pd, come auspicato da i fautori del "governo tecnico di transizione": l'ipotesi di formare un Esecutivo con quelli che nel 2008 uscirono sconfitti alle urne non può essere presa in considerazione dal Capo dello Stato. Né potrebbe essere contemplata da Fini, che in questo modo offrirebbe il fianco alle accuse di abile artefice di ribaltoni che già in molti tra i banchi del Pdl gli oppongono.

Il presidente della Camera non potrebbe quindi essere il "papa nero" cui molti commentatori alludono per descrivere efficacemente la paradossale situazione di vuoto di personalità: il nuovo premier sarebbe comunque un pidiellino e sono già in molti a scommettere sullo lo yes man Giulio Tremonti, vicino quanto basta a Futuro e Libertà ma formalmente impeccabile nel ruolo di superministro dell'era Berlusconi.

La carta dell'outsider ma non troppo è auspicabile per entrambi gli schieramenti: se a Fini fa indubbiamente comodo riorganizzare le fila in vista del prossimo turno elettorale, a Berlusconi il compromesso farebbe gola in seno a quello che si vocifera sarà un salvacondotto giudiziario. Il legittimo impedimento e il Lodo Alfano non hanno più ragione di esistere se una delle cariche da scudare non è Berlusconi, ma sono ancora diversi i processi in cui il futuro ex premier dovrà sottoporsi ed un'eventuale interdizione dagli uffici pubblici per la condanna al processo Mills - che dopo la prescrizione del corrotto dovrà occuparsi del conclamato corruttore - manderebbe in fumo il progetto di Berlusconi di arrivare alla massima carica dello Stato.

Una semplice legge ordinaria, magari un riciclo bello e buono del famigerato processo breve, tutelerebbe Berlusconi, andando a incidere sui processi in corso e scansando l'etichetta di legge ad personam. Fini, dalla sua posizione di presidente della Camera, ha sempre ribadito di non voler cedere a quest'uso personalistico dell'attività parlamentare, ma se questa fosse l'unica possibilità di spodestare il vecchio sire è probabile che l'ex delfino ci penserebbe su almeno un paio di volte prima di porre il suo veto.

Il terzo ed ultimo futuro possibile contempla quello che viene chiamato "incidente parlamentare". In pratica, un conflitto giudicato insanabile all'interno delle istituzioni che si espleta nella reiterata sconfitta della maggioranza in termini di numeri: nel caso in cui il Governo andasse sotto più volte su provvedimenti di evidente rilievo economico e sociale, oppure nel caso in cui fosse formalmente sfiduciato da membri della sua stessa maggioranza in merito a provvedimenti su cui è stata apposta la fiducia.

Questa sembra essere la strada più probabile dopo le dichiarazioni di guerra di Bocchino e l'indubbio trionfo personale che Fini ha abilmente raccolto al meeting di Perugia. I tempi però non saranno così fulminei come in molti li vorrebbero: l'approvazione della Finanziaria è una priorità sottolineata da più fronti, primo fra tutti quello del Quirinale. Il testo approderà alla Camera il prossimo 16 novembre, mentre la calendarizzazione e il conseguente via libera da parte del Senato dovrebbero attestarsi tra gli ultimi giorni di novembre e i primi di dicembre.

Di fronte alla sfiducia, Berlusconi sarebbe costretto a rimettere il suo mandato a Napolitano che comunque potrebbe optare per le elezioni anticipate. Queste non potrebbero però svolgersi prima di 45 giorni dallo scioglimento delle Camere, si arriverebbe perciò a febbraio 2011 ed è a quella data che sono rivolti i pensieri e le imprecazioni degli strateghi politici nostrani.

Con l'attuale legge si riprodurrebbe lo scenario che ha già visto scendere a compromessi le maggiori forze politiche tedesche e inglesi: un governo tecnico a maggioranza allargata, a questo punto, rimarrebbe l'unico salvagente a cui appigliarsi per sperare di cambiare la legge elettorale ed affrontare finalmente gli enormi scogli economici che stanno affondando il Titanic Italia.

Resterebbe però il paradosso del governo tecnico dopo le urne e non prima, come la logica suggerirebbe; ma dopo 16 anni in balia del più stralunato circo equestre, la caduta e la fine all'insegna del paradosso sono una tappa praticamente obbligata. 

 

 

 

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