A ridosso della diciottesima Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, resistono ancora stereotipi e luoghi comuni. Non solo relativamente al tema della ricorrenza, istituita dall’Onu nel 1999, per cui resiste la tentazione a rimettere in causa la donna come origine più che come destinataria degli atti violenti ma anche sull’immagine femminile.

 

 

Primo, fra i tanti, che “tutte le donne sognano di sposarsi” e che “la maternità è l’unica esperienza che consente a una donna di realizzarsi completamente”. Da cui, inevitabilmente, derivano: “la donna è capace di sacrificarsi più di un uomo” per il quale è “molto più importante che per le donne avere successo nel lavoro” perché “è principalmente lui che deve mantenere la famiglia” e soprattutto “in presenza di figli piccoli è sempre meglio che il marito lavori e la moglie resti a casa con i bambini”.

 

E, se per “una donna è molto importante essere attraente”, “avere un’istruzione universitaria è più importante per i maschi che per le femmine”. Un esiguo ma significativo 13 per cento degli intervistati dall’indagine Ipsos Gli italiani e la violenza assistita: questa sconosciuta, ritiene “giusto che in casa sia l’uomo a comandare”.

 

Va da sé che la messa in atto di comportamenti discriminatori risulta accettabile: obbligare la donna a lasciare il lavoro, impedirle qualsiasi decisione sulla gestione dell’economia famigliare, sottrarle lo stipendio e controllare le sue uscite e le telefonate. L’indagine restituisce un quadro di un paese profondamente disorientato su ciò che si configura come violenza di genere e certamente disinformato. Per esempio: pur noto a tutti che la famiglia è riconosciuta come luogo elettivo della violenza, per molti rimane un ambiente “intoccabile” o, peggio, “l’unico ambiente nella cui intimità il problema può essere risolto”.

 

C’è un aspetto ancora meno conosciuto, non tanto nella sua esistenza o consistenza, quanto nelle sue potenziali conseguenze, la violenza assistita intrafamigliare: mina il benessere non solo attuale dei bambini spettatori ma ha, anche, delle ricadute nella loro vita da adulti. Ed è molto più diffusa di quanto si pensi: i dati Istat (2015) dimostrano che nel 65 per cento dei casi di violenza domestica sono presenti anche i figli, in due casi su tre, circa centoventimila bambini all’anno.

 

Eppure, il fenomeno risulta ignorato da un intervistato su due. Uno su quattro, invece, lega (erroneamente) la violenza assistita a contesti degradati: se è vero che la sua diffusione è, senza dubbio alcuno, trasversale, è altrettanto certo che bassi livelli socio-economici hanno meno strumenti per orientarsi e intraprendere percorsi salvifici di separazione da rapporti violenti.

 

Che non sono né una questione di mentalità e nemmeno culturale. Sono, piuttosto, frutto di un pensiero che ha perso i suoi affetti.

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