Nel 1983 erano quattrocentoduemila, oggi sono ottocentonovantremila le madri sole con figli minori. Che sono un milione e duecentoquindici mila, il 12 per cento dei bambini (fino a diciassette anni). Sono separate o divorziate, poche vedove e, sebbene per effetto della crisi economica le occupate sono diminuite rispetto al 2006, quasi il 64 per cento delle madri sole lavora. (di più delle madri in coppia).

 

Ma la condizione rimane critica: il 12 per cento circa si trova in uno stato di povertà assoluta, il 42 per cento a rischio esclusione sociale, che nel Mezzogiorno diventa il 58 per cento. Più della metà delle madri sole non può sostenere una spesa imprevista (di ottocento euro) e nemmeno una settimana di vacanza; una su cinque è in ritardo nel pagamento delle bollette, dell’affitto o del mutuo, e altrettante non possono riscaldare adeguatamente la casa.

 

 

Insoddisfatte delle condizioni economiche e materiale, si sentono, però, appagate dai rapporti umani, dallo stato di buona salute ma meno dal tempo libero a disposizione. Vivono, soprattutto, al Centro Nord e quelle straniere sono novantaduemila, secondo quanto riporta il focus Madri sole con figli minori, redatto dall’Istat.

 

E se, negli ultimi venti anni, l’immagine delle madri sole è molto cambiata, sono più grandi e più istruite, tanto che il 44 per cento possiede un diploma di scuola superiore e il 18 per cento una laurea, è rimasto (quasi) immutato, invece, lo stato sociale: un sistema di welfare, fortemente familista come quello italiano, fa fatica a confrontarsi con le dinamiche di defamiliarizzazione, dovute alla crescente instabilità coniugale.

 

Sembra quasi che gli interventi sociali a favore di nuclei monogenitoriali siano pensati (ancora) secondo definizioni morali dei soggetti a cui sono rivolti. “Designate un tempo come target incolpevole della carità pubblica (le madri vedove) o come figura deviante del rischio morale da emarginare o riparare (le ragazze madri), nelle tipologie sempre più diffuse delle ex mogli separate o divorziate, le madri sole contemporanee rivestono tutta l’ambivalenza del discorso sociale attorno alle trasformazioni della famiglia”, scriveva la sociologa, docente all’Università di Padova, nonché parlamentare nella XIV legislatura, Franca Bimbi, nel libro Madri sole e nuove famiglie.

 

Per fortuna, da una parte è scomparso ogni riferimento alla ‘ragazza madre’ oggetto specifico di interventi assistenziali da parte del regime fascista ma, dall’altra, la cultura tradizionale, mediterranea matricentrica, appare poco propensa a sollecitare sia la responsabilità paterna che quella pubblica. E, così, la condizione sociale delle madri sole è aggravata da processi strutturali di esclusione sociale e la crescita della povertà di tali madri può essere considerata un effetto delle disuguaglianze, esplicitate dal cumularsi del carico materno.

 

Ma tant’è. A oggi, non esistono dei veri e propri sussidi (strutturati) a vantaggio delle madri sole con figli piccoli: unica consolazione, agevolazioni e assegni. Tipo, quello di maternità, quello Inps e per il nucleo famigliare. Non basta: il vero cambiamento parte dal “proporre politiche che aiutino le persone ad assumersi contemporaneamente i due fardelli (…) della propria libertà e delle responsabilità nei confronti del legame sociale”, si legge nel volume.

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