E’, a tutti gli effetti, una patologia cronica. Ma, a differenza di tutte le altre, croniche e invalidanti anche quelle, la tossicodipendenza subisce lo stigma della responsabilità individuale, della colpa famigliare e della pericolosità, che ne peggiorano la prognosi. Ed è proprio l’etichettatura, uno dei nemici più ardui da sconfiggere per le patologie psichiatriche in generale, sensibilmente di più per la dipendenza da sostanze stupefacenti.

 

 

E, però, è proprio la società giudicante a ricoprire un ruolo fondamentale sia per l’accessibilità ai servizi di riabilitazione sia per il reinserimento nel tessuto sociale delle persone malate. Che, certo, non sono esenti dalla responsabilità soggettiva ma ai quali, la società che abitano, ne inasprisce i sintomi, non riconoscendone la vulnerabilità e non facendosene carico, limitandosi, piuttosto, a una mera repressione del consumo.

 

E lo stigma “rappresenta, in maniera drammaticamente chiara, la negazione del dovere a essere curati, come tutte le altre persone”, si legge nel dossier In cerca di dignità, redatto dalla Caritas. Una discriminazione sociale che si basa sui fattori di “attribuzione di colpa e di controllabilità” e che ostacola l’approccio (tempestivo) ai trattamenti clinici specifici, passando, spesso, per quelli non terapeutici di autocura.

 

Al di là, però, del sacrosanto intervento sanitario, non si può contrastare il fenomeno senza lottare contro gli interessi economici generati dallo sviluppo dei traffici in grado di sfidare e condizionare la forza degli Stati. Con spostamenti di miliardi di euro e il coinvolgimento di attori diversificati “ponti al camuffamento e alla diversificazione dell’offerta e del mercato”, si legge nel dossier.

 

La duttilità del mercato della droga è cresciuta esponenzialmente grazie a canali capillari di comunicazione che hanno permesso ai trafficanti di rallentare la presenza in rotte ormai sotto pieno controllo per dirottare il traffico su altre alternative, nuove e meno battute: dalla Bulgaria, Grecia e Turchia, il volume d’affari si è spostato attraverso l’Armenia, l’Azerbaijan e la Georgia.

 

E anche la tipologia dei trafficanti diventa cangiante: se un tempo le criminalità organizzate, con in testa quelle italiane, si affidavano a sprovveduti trafficanti, ora sono affiancate da intermediari potenti e insospettabili che rivestono ruoli centrali nello spostamento, nello smercio e nella messa in sicurezza della merce. Tutto ciò aggravato dall’infiltrazione di gruppi terroristici che assumono un controllo serrato del mercato degli stupefacenti, permeato di corruzione che scoraggia investimenti nelle aree di produzione, negando le condizioni per un sviluppo economico equo e alimentando disuguaglianze nella distribuzione della ricchezza.

 

Una ramificazione commerciale, dunque, che abbraccia soprattutto il mercato della cocaina (che nel 2015 ha registrato una crescita di produzione del 25 per cento rispetto al 2013, a causa delle nuove aree produttive in Colombia e dell’espansione del mercato in Nord America e in Europa) e degli oppiacei, che nel 2016 è aumentato di oltre il 30 per cento rispetto all’anno precedente.

 

La domanda, che vede gli USA al primo posto al mondo, non risparmia nemmeno l’Europa. Anzi, è uno dei territori in cui la domanda di sostanze stupefacenti è più elevata: nelle città del Nord, le più consumate sono le anfetamine, le metanfetamine, invece, storicamente usate in Cecoslovacchia, ora sono in aumento a Cipro e nella Germania dell’Est, mentre in Belgio e nei Paesi Bassi, nelle acque di scarico, è stata rinvenuta la presenza di ecstasy.

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