Da elemento di protezione a principale fattore di rischio: così diventa la famiglia per quattrocentoventimila bambini - che dal 2009 al 2014 - sono stati vittime di violenza assistita. Una forma di maltrattamento (subdola e indiretta) definita come l’esposizione del minore alla violenza, fisica e psichica, di una figura di riferimento per lui significativa.

 

Eppure, osservando le storie riportate nel dossier Abbattiamo il muro del silenzio, redatto da Save the children, appare evidente come sia ancora molto scarsa (in confronto all’ampiezza del fenomeno) la consapevolezza rispetto all’impatto che un clima di violenza dentro casa può avere sui figli. Tante donne, infatti, nonostante riportino ferite o segni inequivocabili e difficilmente nascondibili ai figli, sono restie a dichiarare che quest’ultimi abbaino assistito alla violenza e solo poche (solo quelle che riportano episodi più evidenti) riconoscono in misura maggiore che i figli ne siano stati testimoni.

 

Nonostante quasi una mamma su due abbia seri problemi psichici derivanti dalla violenza subìta dal partner, in poche riescono a lasciarla sia per la mancanza di indipendenza economica sia “per il bene dei figli”. I quali, invece, in quelle condizioni, vengono lesi nello sviluppo fisico, psichico e comportamentale, con conseguenze anche nel lungo periodo.

 

In questo senso, l’impatto della violenza domestica sui bambini non è, certamente, misurabile e nemmeno dal punto di vista economico: di sicuro, ci sono i costi diretti, vedi per le psicoterapie o i farmaci, e le spese legali; quelli indiretti, legati alla diminuzione della qualità della vita e quelli di “seconda generazione” che riguardano sia la necessità di supporto anche per i figli sia le spese derivanti dall’impatto intergenerazionale della violenza.

 

Ma tutto ciò è sottovalutato, pure, dalle istituzioni che non hanno, perciò, ancora messo in campo un sistema di protezione efficace per le donne vittime di violenza e un sistema di presa in carico dei minorenni coinvolti. D’altronde, come poter anelare a tutto ciò, se i tempi della giustizia - cioè quelli che trascorrono tra la data del delitto e quella della sentenza - sono biblici e la durata media della pena per il colpevole è irrisoria?

 

Colpevole, sì, perché, dal dossier emerge che nella quasi totalità dei casi, i condannati sono uomini e le vittime sono quasi sempre le mamme, delle quali più di una su dieci ha avuto paura che la propria vita o quella dei figli fosse in pericolo; e nel 48,5 per cento dei casi i figli hanno assistito direttamente ai maltrattamenti, una percentuale che supera la soglia del 50 per cento nel Nord Ovest, al Nord Est e al Sud. Numeri alti e però ancora troppo invisibili.

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