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Lun
1 Maggio 2017
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Ritorno al passato alla tedesca

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di Vincenzo Maddaloni

BERLINO. A dieci anni dalla morte i tedeschi si chiedono ancora se Heinrich Graf von Einsiedel, pronipote del cancelliere Otto von Bismarck, debba essere considerato un traditore o un eroe. E’ un tormentone che in Germania si trascina da più di quarant’anni. Infatti risalgono al 1973, in piena guerra fredda e con il paese diviso in due parti, le sei pagine che il settimanale Die Zeit dedicò alla questione, la quale non si è ancora conclusa e ogni tanto riaffiora.

Naturalmente in Italia poco ne sanno della storia del conte, pronipote del grande cancelliere tedesco. Certamente il lignaggio e la giovanissima età – all’inizio della seconda guerra mondiale aveva poco meno di venti anni – gli valsero la benevola attenzione di Hitler, e di conseguenza  l’assegnazione alla Terza squadriglia da caccia – fiore all’occhiello dell’aviazione nazista – intitolata a Ernst Udet, il pilota della Prima guerra mondiale, da tutti riconosciuto come il più importante asso dell’aviazione tedesca per numero di vittorie, dopo il leggendario Barone Rosso.

Il tenente von Einsiedel ne sembrò da subito l’erede, poiché in meno di una settimana riuscì ad abbattere qualcosa come ventiquattro aerei nei cieli di Belgrado e di Parigi, favorendo l’avanzata della Wermacht, la “Forza di Difesa”, così si chiamarono le forze armate tedesche fino all’agosto 1946, quando furono formalmente sciolte dopo la resa incondizionata della Germania del 7 maggio 1945.

Stando così le cose ci vuol poco a capire che la propaganda nazista si “impossessò” del tenente von Einsiedel e ne fece una star. Raccontano i libri di storia che un giorno di agosto del 1942 il Führer lo convocò soltanto per dirgli: “Ti ordino di volare nei cieli di Stalingrado. Sono convinto che ce la farai“. Naturalmente la scena fu ripresa, e il filmato diffuso, per ordine di Goebels, in tutto il Reich.

La risposta del pronipote di Bismark fu da subito esaltante, perché in meno di sei settimane, benché con una gamba ferita, abbatté trentatré aerei sovietici. Poi un giorno, un guasto al motore del suo caccia lo costrinse ad atterrare su un campo di aviazione tra Stalingrado e Sarepta la città che prende il nome dal fiume Sarpa che la lambisce sfociando nel Volga.

Sempre la Storia ricorda che fino alla vigilia della Prima guerra mondiale quei territori erano abitati dai coloni tedeschi – poi chiamati tedeschi del Volga – fin dal 1765, quando Caterina II aveva donato loro le terre per espandere la produzione agricola nel sud della Russia e preservarle dalle invasioni delle tribù dei kazaki , e dei tatari.

E così per un guasto al motore, il tenente von Einsiedel  fu catturato e internato in un campo di concentramento riservato agli ufficiali, allestito nella periferia di Mosca: E’ tra quei reticolati che egli conobbe Friedrich Paulus, il feldmaresciallo della Wehrmacht, comandante della 6ª Armata, la quale fu annientata dalla controffensiva sovietica nella battaglia di Stalingrado. Accadde nel novembre del 1942 dopo una lunga e tenace resistenza senza adeguati rifornimenti e in pieno inverno dopo che egli rimase accerchiato con la sua armata nella sacca di Stalingrado. Il comandante Paulus si arrese con il suo stato maggiore il 31 gennaio 1943 e fu internato.

Sarà stato per il trauma della sconfitta, o per la vista delle centinaia e centinaia dei suoi soldati morti, o per lo squallore della prigionia, certo è che il generale Paulus ebbe una sorta di folgorazione di molto simile a quella di Paolo sulla via di Damasco. Il feldmaresciallo Paulus divenne una voce critica del regime nazista e fondò assieme al conte e tenente von Einsiedel il “Comitato nazionale per la Germania Libera” ideato, voluto e supportato dalla Russia di Stalin,  con il preciso compito di incoraggiare i soldati tedeschi alla resa.

Riassumendo al massimo, accadde che Hitler s’infuriasse soprattutto per il comportamento del giovane tenente che aveva insignito con ben quattro croci d’oro, la massima onorificenza del Reich. Tant’ è che  offrì una ricompensa di mezzo milione di Reichsmark – all’epoca una somma favolosa –  a chi avesse riportato il conte pilota della Wermacht – vivo o morto – dentro i confini del Reich.

Ma il destino sorrise al pronipote di Bismarck, il quale dopo la guerra si trasferì in Germania, e vi dimorò fino a dieci anni fa, al 28 gennaio del 2007 l’anno nel quale morì. Aveva compiuto da poco 87 anni.

Il feldmaresciallo Friedrich Paulus che fu pure testimone dell’accusa al processo di Norimberga, dopo che venne rilasciato nel 1953 si stabilì a Dresda, nella Germania Est, con l’incarico di direttore dell’ufficio storico dell’esercito. Non lo mantenne per molto poiché morì tre anni dopo, il 1 febbraio del 1956. Aveva 66 anni.

E dunque, i due ufficiali del Reich sono eroi o traditori? I tedeschi ancora s’interrogano.  Quel che è certo è che non sono stati soltanto loro a combattere a fianco dell’Armata Rossa contro la nazione tedesca.

Gli storiografi ricordano che due giorni dopo l’inizio della Seconda guerra mondiale, nell’aeroporto di Kiev atterrò un bombardiere tedesco, e tutto il suo equipaggio si consegnò “volontariamente”, com’è scritto nella relazione del “Soviet Information Bureau”, che spiega: ”siccome i piloti non volevano combattere contro il popolo sovietico, essi hanno sganciato le bombe nel fiume Dnepr prima di atterrare e di arrendersi al Kolkhoz di guardia alla zona”.

Degli altri piloti di “junkers” si arresero nel primo anno di guerra. C’è chi sostiene che furono a decine. Tuttavia, non esiste un elenco ufficiale dei disertori. Non sono stati nemmeno incoraggiati gli approfondimenti sul numero di soldati e di ufficiali tedeschi che ingrossarono le file delle formazioni partigiane sovietiche.

Insomma furono tanti o pochi? Le uniche statistiche ufficiali sono quelle del NKVD che con il GUGB  formava la “Direzione Generale per la Sicurezza dello Stato” a capo della quale in quegli anni (1938 -1945) c’era Lavrentij Berija. Dalla documentazione si evince che i “reclutati per le attività di spionaggio e sovversive sono: 5341 tedeschi, 1266 rumeni, 943 Italiani, 855 ungheresi, 106 finlandesi, 92 austriaci, 75 spagnoli, 24 slovacchi“. Naturalmente c’erano altri dipartimenti che reclutavano secondo le proprie necessità, ma non ne è sopravvissuta  la documentazione.

E così mancano dei dati sul numero dei soldati e degli ufficiali tedeschi presenti nell’Armata Rossa. Comunque li ricordano perché essi si distinsero nelle battaglie contro i connazionali nazisti, come in quella delle alture di Seelow combattuta tra il 16 e il 19 aprile 1945, nel teatro delle operazioni che portarono le truppe sovietiche all’assedio e alla conquista di Berlino. Helmut Altner, giornalista e storico tedesco ricorda che, ”quelle truppe combattevano con le uniformi tedesche, e differivamo dalle truppe naziste soltanto per il bracciale, poiché il loro aveva i colori della bandiera della Repubblica di Weimar, l’attuale bandiera della Germania”.

Numeri a parte, è il “traditori o eroi?” che più assilla i tedeschi. E’ un dilemma che gli italiani faticano a comprendere o non lo comprendono affatto poiché non rientra nella  loro dimensione culturale. In Germania accade il contrario. “Deutschland, Deutschland über alles, über alles in der Welt”, “Germania, Germania, al di sopra di ogni cosa di ogni cosa nel mondo”.

Si tenga a mente che l’inno, nato come canzone di sapore romantico popolare, fu scritto da uno studioso di letteratura – Heinrich Hoffmann von Fallersleben – nel 1841 a sostegno dei moti che si sviluppavano per l’unità della nazione, allora ancor più frazionata dell’Italia in piccoli stati.

Le strofe furono “affiancate” a una melodia di Haydn. Da quella pagina di Storia nacque la “Germania sopra ogni cosa.”, cioè come primo pensiero. Per noi L’Italia invece è uno tra i tantissimi pensieri degli italiani e nemmeno il più importante. E’ una delle differenze che contraddistinguono il Belpaese, e che i tedeschi faticano molto a capire.


 

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