Dazi alla Cina, l’affondo di Trump

di Mario Lombardo

Con l’imposizione di nuovi dazi sulle esportazioni cinesi verso gli Stati Uniti per un valore di 200 miliardi di dollari, l’amministrazione Trump ha impresso una pericolosa accelerazione alla guerra commerciale in atto da mesi tra le prime due potenze economiche del pianeta.   La decisione è stata condannata da un fronte molto ampio di critici della Casa Bianca, ma il ricorso a misure...
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Manovra, ansia da deficit

di Carlo Musilli

I destini del reddito di cittadinanza e della flat tax dipendono in larga parte da un solo numero: quello che il governo scriverà nella nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza - attesa per il 27 settembre - alla voce rapporto deficit-Pil 2019.   Nella bozza del Def che il Tesoro ha distribuito al Presidente del...
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di Giovanni Cecini

Il Financial Times già proclama l’”Entente fiscale”, l’inedita intesa tra le due sponde della Manica in una dura e inflessibile battaglia contro chi fa lauti e ingiustificati guadagni in barba alla crisi economica, vissuta e subita per larga parte invece dai strati medio-bassi. La considerazione di partenza, già affrontata anche dall’amministrazione statunitense, è che gli istituti di credito di tutto il mondo, beneficiari di una parte consistente degli aiuti di Stato, possano continuare nelle reiterate speculazioni finanziarie, senza dare una vera ventata di rinnovamento alle economie dei Paesi. In sostanza non solo le banche starebbero per preparare le condizioni di possibili nuove turbolenze dei mercati, ma soprattutto nella spicciola quotidianità si trovano a guadagnare sulle spalle dei contribuenti, che invece combattono ogni giorno con rincari nei prezzi e tassazioni supplementari, che vanno anche in tasca ai top manager dei colossi del capitale, occupati a imbarcare profitti.

Non sembra quindi utile, oltre che opportuno, regredire in un’economia drogata - e che crea deficit nelle casse nazionali - rivolta in modo unico a rinsaldare quel circolo autoreferenziale che le banche spesso rappresentano, senza riuscire nell’intento originario dei governi: fornire il credito ai cittadini per permettere un sano rilancio dei consumi e quindi della produzione. L’alternativa a questo capitalismo onnivoro e egoista è quella di impedire, o quanto meno di far comprendere ai vertici delle banche, che il soccorso pubblico deve essere di comune utilità, non certo oggetto di speculazione aggiuntiva.

Ecco quindi l’idea di Parigi, presa a prestito da Londra, di tassare in forma consistente, fino al 50%, i bonus dei banchieri, proponendo tale misura a tutti i Paesi dell’Unione europea. Pare ragionevole che, per la filosofia di fondo, possano essere esclusi da questa drastica misura tutti coloro che ricevono un premio inferiore ai 27.000 Euro, ovvero quella parte consistente di dipendenti, che non fanno del proprio lavoro una speculazione pura e semplice.

L’iniziativa sembra premiante, se dopo le prime incertezze continentali, l’audacia britannica, che dalla forza finanziaria della City detta un po’ le regole dei mercati europei, ha aperto le danze per questo giro di valzer anticrisi ante litteram. Sta di fatto che dopo James Gordon Brown, anche Nicolas Sarkozy ha recepito la lezione, tanto da interessare anche i governi olandesi e tedesco, che già accarezzano la proposta. Al congresso di Bonn del Partito Popolare Europeo, mentre Silvio Berlusconi sparava a zero contro le democratiche istituzioni nazionali, la cancelliera Angela Merkel ha espresso un giudizio positivo, di ampia riflessione sulle tassazioni finanziarie, sia legate ai bonus aziendali che a quelle delle movimentazioni in titoli internazionali.

Una proposta quindi ampiamente condivisa, se oltre a Downing Street, all’Eliseo e alla Cancelleria tedesca anche la Commissione, presieduta da José Manuel Barroso, ha trovato la proposta giusta e condivisibile. In Italia quest’azione non sembra degna di pubblico dibattito, visto che gli interventi risolutori del Governo contro la crisi sono stati, per ora, solo lo scudo fiscale. In Parlamento la finanziaria resta blindata dietro lo spauracchio della richiesta di fiducia, dove i tagli sono così opprimenti e le risorse offerte a famiglie e a imprese così misere, che ci si chiede effettivamente in che modo Tremonti e c. possano definirla la migliore degli ultimi anni.

Sarà così se vi pare, però, mentre i manager arricchiti della fallita vecchia Alitalia sono belli paciosi, a godersi i ricchi compensi ottenuti e mai messi alla gogna per aver rovinato il comparto aereo pubblico, in finanziaria spariscono pure le norme per rimborsare i comuni risparmiatori per le azioni e le obbligazioni della storica compagnia di bandiera italiana, divenute anno dopo anno carta straccia.

 

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