USA-Corea: tensioni e disgelo

di Michele Paris

Subito dopo la recentissima apertura di uno spiraglio da parte del dipartimento di Stato americano a un possibile negoziato tra gli Stati Uniti e la Corea del Nord, la Casa Bianca è intervenuta ancora una volta per smentire l’ipotesi di una soluzione pacifica della crisi senza la resa totale e l’umiliazione del regime di Kim Jong-un. Nei giorni scorsi si è registrata infatti una nuova...
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Pueblo

di Sara Michelucci

Sono ancora una volta gli ultimi, i più fragili ma, forse, quelli con una umanità più marcata, ad attrarre il racconto e la penna di Ascanio Celestini, che torna a teatro con Pueblo. Accompagnato dalle musiche originali composte da Gianluca Casadei, Celestini crea un nuovo ritratto dei margini della società e invita lo spettatore a...
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di Carlo Musilli

La parte peggiore della tempesta è forse alle spalle, ma il cielo sopra le banche italiane non è ancora sereno. Tutt’altro. Al di là del rimbalzo di venerdì scorso a Piazza Affari, trainato in larga misura dal riaccendersi del risiko sulle popolari - in molti considerano ormai scontata la fusione fra Banco Popolare e Bpm -, per diversi istituti del nostro Paese il riscatto è ancora lontano. Secondo i dati di Borsa Italiana, nella classifica dei 10 peggiori titoli da inizio anno, la metà sono bancari: Mps (-46,54%), Carige (-43,09%), Banco Popolare (-33,80%), Unicredit (-31,24%) e Ubi (-31,12%).

Come mai, visto che sia dalla Bce sia dalla Banca d’Italia sono arrivate rassicurazioni sui conti del nostro sistema creditizio? Si sbaglia Draghi, quando dice che “le banche italiane hanno accantonamenti simili a quelli dell'area euro e hanno anche un alto livello di garanzie e collaterali”? Oppure sbaglia Visco, secondo cui “le banche italiane sono ben patrimonializzate” e “i crediti deteriorati sono ampiamente coperti da svalutazioni e garanzie”? In realtà non sbaglia nessuno: neanche i mercati.

La spiegazione più ovvia è che, in larga parte, i crolli cui abbiamo assistito nelle ultime settimane siano frutto della speculazione dei grandi operatori, evidentemente orientata al ribasso. Lo strumento principe per mettere in pratica questo genere di strategia è la vendita allo scoperto (o short selling), che consiste nel vendere titoli non posseduti direttamente, impegnandosi ad acquistarli dopo un determinato periodo di tempo, in genere assai breve. Il margine di guadagno sussiste nel momento in cui il prezzo di vendita (oggi) è superiore a quello di acquisto (domani), per cui si parla di speculazione al ribasso. In sostanza, si scommette sul fatto che un titolo perderà valore. A volte, però, l’investitore che vende allo scoperto ha una potenza di fuoco e una reputazione tale da orientare il mercato, per cui l’esito della scommessa è in qualche misura condizionato.

Un investitore di questo calibro è George Soros, che a inizio gennaio ha paragonato le turbolenze finanziare globali, esacerbate dai crolli dei mercati cinesi, “alla crisi che abbiamo vissuto nel 2008”. Chi conosce un po’ le regole del gioco sospetta fortemente che il buon Soros - probabilmente uno degli speculatori più noti al mondo, senz’altro uno dei più spregiudicati - abbia un interesse preciso ogni volta che semina allarmismo a piene mani. Fece la stessa cosa nel settembre del 2011, quando parlò della crisi economica dell’Eurozona, e nel 1992, quando contribuì a portare la Lira sull’orlo del baratro.

Ora, nemmeno alla più nichilista delle cassandre verrebbe in mente di paragonare la congiuntura attuale a quella del 2008, per cui sembra lecito dedurre che il caro vecchio George abbia deciso di scommettere sui ribassi. Forse ha dettato la linea, forse ha scoperto carte che erano già in mano anche ad altri giocatori, fatto sta che in questo strano 2016 i mercati internazionali sembrano seguire la via indicata dal finanziere di Budapest.

Intendiamoci, i segnali negativi non mancano, dal crollo senza fine del prezzo del petrolio al rischio geopolitico legato al fronte mediorientale. Eppure, nella realtà dei conti spesso non esistono motivazioni valide per giustificare l’accanimento reiterato contro i medesimi titoli. Nel caso delle banche italiane, per qualche giorno si è provato a dire che l’ondata di vendite era legata a un’indagine Bce sui crediti deteriorati dei nostri istituti (ovvero quelli a rischio e quelli che certamente non saranno restituiti).

In effetti, le sofferenze sono un problema reale per il nostro sistema bancario e non è ancora chiaro quanto le nuove bad bank “light” concordate dal Tesoro con Bruxelles saranno in grado di aiutare. Tuttavia, non c’è alcuna catastrofe alle porte. Lo stesso Mario Draghi ha chiarito che l’operazione della Bce è del tutto ordinaria: non coinvolge solo gli istituti del nostro Paese e soprattutto non prelude affatto alla richiesta di ulteriori accantonamenti o di nuovi aumenti di capitale.

Al contrario, a dicembre la Banca centrale europea aveva già condotto un esame piuttosto complesso sulla solidità patrimoniale di vari istituti dell’Eurozona, e tutte le grandi banche italiane erano state promosse, perfino la tanto bersagliata Mps.

In questo scenario, l’ultima conferenza stampa di Draghi a Francoforte è stata particolarmente istruttiva: dopo aver ripetuto più volte che non è suo compito giudicare l’andamento delle Borse, Supermario ha inchiodato tutti affermando che il comportamento dei mercati è “legato a una certa confusione” e che “la migliore risposta alle tensioni è assicurare che il comparto bancario è resistente: tutte le misure prese, sia in Europa che nel mondo, hanno prodotto un settore ben più forte di quanto fosse prima della crisi”. Con buona pace di Soros e di quelli come lui.

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