Ucraina, l’illusione delle armi

di Michele Paris

L’approvazione di una nuova all’apparenza consistente tranche di aiuti americani da destinare all’Ucraina è stata per mesi invocata come la soluzione alla crisi irreversibile delle forze armate e del regime di Kiev di fronte all’avanzata russa. Il via libera della Camera dei Rappresentanti di Washington nel fine settimana ha perciò scatenato un’ondata di entusiasmo negli Stati Uniti e...
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Euskadi, un pareggio vittorioso

di Massimo Angelilli

Domenica 21 aprile, nel Paese Basco, circa un milione e ottocentomila persone erano chiamate alle urne per rinnovare il Parlamento. All’appello ha risposto il 62,5%, suddiviso tra le tre province di Bizcaya, Guipúzcoa e Álava. Una percentuale alta, se paragonata con l’ultimo appuntamento elettorale, quello del 2020 drammaticamente contrassegnato dalla pandemia. Molto più bassa invece, rispetto all’auge dell’80% raggiunto nel 1980, anno delle prime consultazioni dopo la transizione democratica. Nel sistema spagnolo, le elezioni regionali rappresentano un test estremamente significativo, al di là della influenza che potrebbero avere nella politica nazionale. È questa una lettura “classica” che, più o meno, si applica in...
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di Carlo Musilli 

Ha detto di essere pronto a lasciare il potere, ma vuole farlo "con dignità". Ali Abdullah Saleh, presidente dello Yemen da 32 anni, sa benissimo che il suo regime è arrivato al capolinea. Ma l'uscita di scena va pianificata con cura. C'è da tenere conto degli alleati di sempre, Stati Uniti e Arabia Saudita, spaventati dalla transizione ai vertici del potere yemenita. Saleh vuole soprattutto garanzie sul futuro che attenderà lui e la sua famiglia. Pretende l'immunità: non ha nessuna intenzione di fare la fine di Mubarak, attualmente indagato per corruzione.

Intanto, l'opposizione continua a premere. I manifestanti non accettano di dover attendere la fine di un negoziato, pretendono che il despota se ne vada prima possibile, senza alcuna condizione. Secondo un'usanza ormai collaudata, venerdì scorso, dopo la tradizionale preghiera, migliaia di persone si sono ritrovate in piazza del Cambiamento, nella capitale Sana'a, per urlare la propria rabbia contro il regime.

Dopo il massacro della settimana scorsa, quando le forze lealiste uccisero 52 manifestanti sparando sulla folla, stavolta gli scontri sono stati contenuti. E non era davvero scontato, visto che a poca distanza dalla protesta, vicino al palazzo presidenziale, erano scesi in piazza anche i sostenitori di Saleh. La polizia si è limitata a sparare dei colpi in aria per evitare che i due fiumi di persone si affrontassero.

Proprio davanti ai suoi fedeli ammassati in strada, Saleh ha detto di voler abbandonare la guida del Paese "per evitare un bagno di sangue". Ma vuole anche essere sicuro che lo Yemen sia affidato "a mani sicure". E' evidente che tutti questi scrupoli hanno l'unico scopo di guadagnare tempo. Giovedì scorso, per calmare la situazione, il presidente è arrivato a proporre elezioni anticipate entro tre mesi, il cambiamento di statuto e la formazione di un governo d'unità nazionale con l'opposizione. Non è bastato: "Parole vuote - ha commentato Yassin Noman, leader della coalizione anti-regime - ormai non più possibile alcun dialogo".

Mentre migliaia di persone si agitano in piazza, le trattative vanno avanti. Nella notte fra giovedì e venerdì, secondo alcune indiscrezioni pubblicate dal Times, l'abbandono di Saleh sembrava imminente. Il presidente, nella residenza del suo vice, Abd Rabbo Mansour, ha incontrato il generale Ali Mohsen al Ahma, il capo carismatico dell'esercito passato lunedì scorso dalla parte dei manifestanti. L'incontro si è concluso senza un vero accordo sul futuro del Paese, ma sembra che i due abbiano stabilito di lasciare il potere nello stesso momento. Quando, ancora non è dato saperlo.

Nel fine settimana ci sono stati degli incontri fra il partito di regime e il cartello delle opposizioni per trattare l'uscita di scena di Saleh. Il ministro degli Esteri, Abu Baqr al Qirbi, ha rivelato alla Reuters che l'intesa potrebbe essere vicina, ma Noman ha sottolineato che il divario fra le due posizioni "continua ad essere grande". Saleh chiede che il futuro governo di transizione sia guidato da persone a lui vicine, come Mansour o il primo ministro Abd al Qadir Bajamal. E' questo il punto più delicato dell'intera trattativa.

L'unico aspetto su cui i due fronti sembrano d'accordo è la necessità di evitare che nello Yemen si ripeta quanto accaduto in Egitto. Il potere non deve passare direttamente nelle mani dei militari. L'ipotesi più probabile sembra quella di un consiglio presidenziale ad interim costituito da cinque membri, il cui compito sarebbe quello di traghettare il Paese verso le sue prime elezioni democratiche. Ma l'intesa su chi guiderà questo esecutivo di transizione appare ancora lontana. Dall'opposizione, com'è ovvio, l'unico nome che arriva è quello dell'agguerrito Yaseen Noman.  Oltre ai vertici del governo, rimane poi da affrontare il nodo relativo alla rappresentanza dei gruppi tribali, che hanno un ruolo decisivo nel sistema politico, religioso e sociale dello Yemen.

Secondo la stampa americana, in queste ore una delle preoccupazioni principali di Saleh sarebbe il destino dei suoi familiari alla guida delle unità antiterroristiche. Un argomento che angoscia non poco anche gli Stati Uniti, allarmati dallo spazio di manovra che il vuoto di potere concederà agli uomini di Al Qaeda.

L'organizzazione terroristica islamica ha nello Yemen la sua rete più ampia e potrebbe sfruttare il momento di crisi per espandersi ulteriormente. Il regime di Saleh per anni è stato l'alleato più importante degli Usa su questo fronte. Alcuni reparti dell'esercito, come quelli comandati dal figlio e da due nipoti del presidente yemenita, erano finanziati ed addestrati direttamente dagli Stati Uniti.

Comunque vada a finire, la tensione a Washington rimarrà alta. Anche nel caso improbabile di una transizione rapida e indolore ai vertici del potere, gli americani dovranno far fronte a un cambiamento rischioso. Come Saleh, anche loro hanno capito che è arrivato il momento di trattare.

 

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