Trump e l’offensiva contro i migranti

di Mario Lombardo

Gli attacchi populisti contro gli immigrati negli Stati Uniti continuano a essere un tratto caratteristico dell’amministrazione Trump. Alle parole si aggiungono frequentemente i fatti, con una lunga serie di provvedimenti xenofobi e reazionari messi in atto a partire dal gennaio scorso, l’ultimo dei quali ha riguardato questa settimana quasi 60 mila haitiani residenti provvisoriamente negli...
> Leggi tutto...

IMAGE
IMAGE

Di Battista, fuga per la vittoria?

di Fabrizio Casari

L’annuncio è stato un fulmine a ciel sereno per i supporters del Movimento. Alessandro Di Battista non si ricandiderà alle prossime elezioni politiche per scelta sua. Continuerà a stare dentro al Movimento (anche se non è chiaro se seguirà a far parte del cosiddtto "direttorio") ma senza svolgervi la funzione di Deputato della...
> Leggi tutto...

di Carlo Musilli

C'è l'accordo. Anzi, no. Le trattative continuano. A oltre una settimana dalle elezioni, la Grecia non è ancora riuscita a mettere in piedi un nuovo governo in grado di onorare le promesse d'austerità fatte all'Europa. E il teatrino andato in scena domenica dimostra come nella politica ellenica la vera forza dominante sia il caos. Al quarto tentativo in sette giorni, i leader dei partiti maggiori sono stati convocati d'urgenza dal presidente della Repubblica, Karolos Papoulias, per cercare un accordo in extremis.

Nel primo pomeriggio sembrava fatta: Alexis Tsipras, leader del partito di estrema sinistra Syriza, ha annunciato l'intesa per un esecutivo biennale fra i conservatori di Nuova Democrazia, i socialisti del Pasok e i filoeuropei di Sinistra Democratica (Dimar). "Io non posso accettare quello che considero un errore", ha precisato tirandosi fuori.

Peccato che a stretto giro sia arrivato un duro comunicato di smentita. Dimar ha definito "menzogne diffamatorie" le parole del leader radicale, ribadendo che appoggerebbe un nuovo governo solo a due condizioni: la cancellazione delle leggi che riducono il salario minimo garantito e facilitano i licenziamenti e la profonda revisione degli accordi presi con Ue e Fmi.

Niente da fare, il valzer dei negoziati non si ferma. E così diventa sempre più concreta la possibilità che i cittadini greci siano chiamati nuovamente al voto il mese prossimo. Negli ultimi giorni la tensione è tornata a salire - sui mercati come nelle cancellerie - proprio per il timore che il governo nato da nuove elezioni possa trascinare il Paese fuori dall'eurozona e quindi, inevitabilmente, al default totale e incontrollato.

Se Nuova Democrazia, Pasok e Dimar si alleassero, sommando i loro attuali seggi arriverebbero a quota 168, sufficiente per ottenere la maggioranza assoluta in Parlamento. In ogni caso anche questa strana alleanza non cancellerebbe affatto le enormi incertezze legate alla situazione politica greca. Anzi, viene da chiedersi quale credibilità potrebbe avere un governo nato dalla disperazione più che da un vero accordo elettorale.

Il nuovo Esecutivo avrebbe un solo punto in agenda: mettere in pratica la macelleria sociale imposta da Bruxelles e ottenere in cambio i 130 miliardi di aiuti internazionali concordati con Ue e Fmi. Si tratterebbe semplicemente di approvare le riforme progettate e scritte da qualcun altro, abdicando totalmente a qualsiasi principio di autonomia, sovranità e rappresentanza dei cittadini. Sulla carta non sembra una missione impossibile, ma ad oggi qualsiasi accordo - ammesso che arrivi - lascerebbe forti dubbi sulle capacità di tenuta dell'Esecutivo.

Alle elezioni della settimana scorsa il risultato era stato più che contraddittorio. Nuova Democrazia e Pasok, i due partiti maggiori e primi interlocutori dell'Europa, si erano fermati a 149 seggi, appena due in meno rispetto alla soglia di maggioranza assoluta. Questo il verdetto delle urne: primi i conservatori di Antonis Samaras, secondi i radicali di Tsipras, terzi i socialisti di Evangelos Venizelos.

Ad appena tre ore dalla fine degli scrutini, il leader del partito vincitore aveva rinunciato a creare una maggioranza di governo. Il secondo classificato aveva impiegato più tempo, ma alla fine era giunto alla stessa conclusione. Si era poi diffusa la speranza che Venizelos potesse riuscire nell'impresa: il socialista aveva incassato l'ok di Sinistra Democratica, ma solo a patto che dell'esecutivo facesse parte anche Syriza. I radicali di Tsipras avevano però negato il loro appoggio a qualsiasi governo che intendesse proseguire sulla strada del piano di salvataggio chiesto dalla troika (Ue, Bce, Fmi). Ennesimo fallimento.

Intanto si fa strada la domanda più angosciosa: quanto costerebbe l'uscita della Grecia dall'Eurozona? Gli studi si moltiplicano. Secondo gli analisti di UBS, la nuova dracma dovrebbe subire una svalutazione fra il 50-60% (Citigroup parla del 40%). Questo significa che in un batter d'occhio il patrimonio delle famiglie greche perderebbe metà del proprio valore. Gli stipendi verrebbero aggiornati, ma il loro potere d'acquisto colerebbe a picco. I greci prenderebbero d'assalto le banche per salvare gli euro rimasti e molti cercherebbero portare i capitali all'estero.

Eventuali dazi potrebbero creare problemi a livello commerciale, anche se teoricamente la moneta debole sarebbe una manna per le esportazioni. Poi c'è la questione del debito pubblico, che continuerebbe ad essere calcolato in euro (266 miliardi dopo la ristrutturazione). Ripagarlo senza più un centesimo di aiuti internazionali sarebbe impossibile e la bancarotta diventerebbe inevitabile. A quel punto la credibilità del Paese sarebbe ridotta allo zero e gli investimenti esteri inizierebbero a sparire.

Ora sta ai partiti decidere quale strada seguire: rimanere nell'eurozona e affamare i cittadini per imposizione altrui o affrontare l'inferno per poter decidere in autonomia la propria politica monetaria e in prospettiva (forse) rilanciare il Paese. Ieri il tentativo di mediazione da parte del presidente Papoulias ha regalato qualche ora di speranza ai greci che non vogliono tornare alla dracma. Poi però è stato ancora una volta il caos a prevalere. La porta per uscire dall'eurozona rimane aperta.

 

 

Pin It

Sondaggio

Ogni quanto visitate il nostro giornale online?

Vuoi collaborare?

Inviaci i tuoi dati e ti contatteremo.

USA, è il turno del Sexgate

di Michele Paris

In parallelo e con molti punti in comune al cosiddetto “Russiagate”, negli Stati Uniti è in corso ormai da qualche tempo una nuova caccia alle streghe che sta mietendo vittime con cadenza quasi giornaliera, facendo emergere improvvisamente accuse di molestie sessuali vere o presunte contro personalità spesso molto note...
> Leggi tutto...

IMAGE

Altrenotizie su Facebook

altrenotizie su facebook

 

Il terrorismo
contro Cuba
a cura di:
Fabrizio Casari
Sommario articoli

 


Altrenotizie.org - testata giornalistica registrata presso il Tribunale civile di Roma. Autorizzazione n.476 del 13/12/2006.
Direttore responsabile: Fabrizio Casari - f.casari@altrenotizie.org
Web Master Alessandro Iacuelli
Progetto e realizzazione testata Sergio Carravetta - chef@lagrille.net
Progetto grafico Studio EDP
Tutti gli articoli sono sotto licenza Creative Commons, pertanto posso essere riportati a condizione di citare l'autore e la fonte.