FCA e gli amici del sindacato

di Mario Lombardo

Con una mossa insolita, anche se non senza precedenti, il colosso del settore automobilistico General Motors (GM) mercoledì ha presentato una denuncia davanti a un tribunale federale degli Stati Uniti contro Fiat Chrysler (FCA), accusando la compagna italo-americana di avere corrotto il sindacato UAW (United Auto Workers), al fine di attuare una strategia contrattuale sfavorevole al proprio...
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Pompeo “legalizza” gli insediamenti

di Michele Paris

L’amministrazione Trump questa settimana ha fatto un nuovo regalo al governo israeliano, legittimando sostanzialmente gli insediamenti illegali nei territori occupati palestinesi. A dichiararlo in maniera ufficiale è stato il segretario di Stato americano, Mike Pompeo, con una presa di posizione che, se da un lato ratifica...
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di Michele Paris

“Il riciclaggio di denaro è la linfa vitale dei cartelli della droga messicani” e la banca “HSBC, favorendo queste attività… ha materialmente appoggiato gli atti terrroristici dei cartelli” stessi. Così recitano gli atti di una causa legale senza precedenti avviata qualche giorno fa negli Stati Uniti contro il colosso bancario con sede in Gran Bretagna sulla base della legge per l’Anti-Terrorismo del 1996, emendata dopo l’11 settembre 2001.

La denuncia è stata presentata in un tribunale di Brownsville, in Texas, dai parenti di alcune vittime della violenza delle organizzazioni messicane dedite al narco-traffico. La legge a cui i loro legali fanno riferimento consente alle vittime di chiedere risarcimenti alle organizzazioni che sostengono materialmente i gruppi terroristici responsabili.

In realtà, il governo americano non ha mai designato ufficialmente come tali i cartelli messicani, anche se i querelanti citano più di 100 mila omicidi e decine di migliaia di rapimenti solo nell’ultimo decennio come prova della natura terroristica di queste imprese criminali.

Secondi i legali dei richiedenti, la banca HSBC avrebbe riciclato circa 881 milioni di dollari dei cartelli di Sinaloa, Juarez e Los Zetas, tutti implicati negli omicidi dei loro familiari. Due delle vittime in questione sono gli agenti speciali dell’Immigrazione USA, Jaime Zapata e Victor Avila, uccisi da sicari nel 2011 nella città messicana di San Luis Potosì.

Parte della causa sono anche i parenti di Lesley Enriquez Redelfs, al momento della morte incinta di quattro mesi e impiegata presso il consolato americano di Ciudad Juarez, e il marito Arthur Redelfs. I due coniugi erano stati assassinati in questa stessa città del Messico settentrionale nel 2010 di ritorno da una festa di compleanno. Rafael Morales Valencia, infine, sempre nel 2010 venne rapito e ucciso, assieme al fratello e a uno zio, di fronte a una chiesa il giorno del suo matrimonio.

Il caso di Jaime Zapata aveva trovato ampia eco negli Stati Uniti alcuni anni fa, poiché l’arma automatica utilizzata nel suo assassinio era collegata alla controversa operazione clandestina “Fast and Furious”, attraverso la quale gli agenti della AFT (“Bureau of Alcohol, Tobacco, Firearms and Explosives”) avevano facilitato la fornitura di armi ai cartelli messicani tramite intermediari con l’intento di rintracciare i destinatari finali.

L’accusa di riciclaggio a favore dei narcos messicani contro HSBC è pressoché incontestabile. Nel 2012, infatti, il governo americano aveva accettato un patteggiamento con questa banca, la quale, in cambio di una sanzione da quasi due miliardi di dollari, aveva ammesso di avere riciclato centinaia di milioni di dollari generati dai traffici illeciti dei cartelli e passati attraverso le proprie filiali in Messico e negli Stati Uniti.

A queste pratiche fa riferimento la denuncia da poco intentata. Negli atti si legge che “HSBC ha implementato intenzionalmente misure anti-riciclaggio inadeguate” per “garantire il flusso non documentato di miliardi di dollari attraverso le proprie banche”. Di ciò ne aveva parlato pubblicamente anche il responsabile per le operazioni di anti-riciclaggio di HSBC Messico dopo avere rassegnato le dimissioni. Per l’ex dirigente, i vertici della banca “non avevano alcun rispetto per i controlli sul riciclaggio o per i rischi a cui il gruppo poteva essere esposto”, visto che a caratterizzare la loro condotta era la “cultura del profitto e degli obiettivi a qualsiasi costo”.

Il caso del 2012 si era in ogni caso concluso praticamente senza conseguenze per HSBC, ad esclusione di una multa di fatto simbolica e che corrisponde a una sorta di dazio da pagare per continuare a fare soldi a palate in violazione della legge.

In quell’occasione, lo stesso Dipartimento di Giustizia USA aveva ammesso che i grandi istituti sono al di sopra della legge, dal momento che, come aveva confermato l’allora assistente del ministro per i crimini finanziari, Lanny Breuer, essi sono ormai troppo grandi e importanti per essere sottoposti a un processo penale. L’incriminazione formale di questi colossi e dei loro vertici, infatti, potrebbe provocare pericolose scosse per il sistema finanziario internazionale.

Addirittura, per molti analisti il denaro riciclato dei cartelli della droga ha costituito un fattore determinante per la sopravvivenza stessa di molte grandi banche dopo la crisi finanziaria del 2008.

A confermare questa realtà era stato anche un rapporto commissionato qualche anno fa dall’allora direttore dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il Controllo della Droga e la Prevenzione del Crimine (UNODC), l’italiano Antonio Maria Costa, secondo il quale “il denaro proveniente dalle attività criminali ha rappresentato l’unico capitale liquido per investimenti a disposizione di molte banche al picco della crisi”, così come “i prestiti interbancari sono stati finanziati dai proventi del traffico di droga”.

La causa legale avviata la settimana scorsa in Texas ha dunque riproposto la questione del ruolo cruciale svolto dalle grandi banche per il successo economico dei cartelli del narco-traffico. Le attività delle prime sembrano essere insomma caratterizzate da un livello di criminalità non di molto inferiore a quelle di questi ultimi.

L’arricchimento di entrambi, inoltre, è reso possibile dalle condizioni create in paesi come il Messico dalle politiche del governo di Washington, principale responsabile del persistere delle condizioni politiche, economiche e sociali in cui i cartelli possono operare.

HSBC non è comunque l’unica banca a essere coinvolta in questi traffici e nemmeno a essere al centro di indagini o negoziati con il governo americano. Ad esempio, Wachovia, acquisita da Wells Fargo nel 2008, aveva pagato al Dipartimento di Giustizia USA una sanzione da 160 milioni di dollari nel 2010 dopo che erano emerse prove dell’attività di riciclaggio presso le sue filiali di almeno 100 milioni di dollari provenienti dal traffico di stupefacenti.

Il fenomeno è però di portata ben maggiore. Secondo alcune stime governative, citate dal sito web investigativo Insight Crime, i cartelli internazionali della droga riciclerebbero non meno di 85 miliardi di dollari ogni anno attraverso istituti e compagnie registrate negli Stati Uniti.

Per quanto riguarda il procedimento in corso, il possibile esito appare incerto. Innanzitutto, come già ricordato, le grandi banche come HSBC godono di fatto della protezione del sistema politico e giudiziario negli USA come altrove.

Poi, come ha spiegato alla stampa d’oltreoceano l’ex sottosegretario al Dipartimento del Tesoro, Jimmy Gurulé, “i querelanti dovranno dimostrare che la banca ha fornito appoggio ai cartelli sapendo, o aspettandosi, che il denaro sarebbe stato utilizzato per commettere crimini violenti”. Allo stesso tempo, però, trattandosi di un procedimento civile, l’onere della prova non sarà così pesante come in ambito penale, dove la colpevolezza dell’accusato deve essere dimostrata “al di là di ogni ragionevole dubbio”.

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Bolivia, la verità in 11 punti

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