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Sab
28 Maggio 2016
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Referendum alla riscossa

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di Sara Seganti

Sarà la volta buona? Il 12 e 13 giugno si raggiungerà il fatidico quorum? Il referendum come strumento di consultazione popolare sembrava, fino a poco tempo fa, avere esaurito la sua funzione storica. Lunghi elenchi di quorum mai raggiunti sono rimasti come cadaveri sul terreno di una flebile partecipazione diretta degli elettori. Ultimo di una lunga serie, il referendum sulla procreazione assistita era stato un autentico fallimento.

Ora, dopo la decisione della Corte di Cassazione che conferma il quesito sul nucleare nonostante l’opportunistico tentativo di marcia indietro del governo, sembra che il referendum possa ridiventare espressione di democrazia diretta e partecipata. Il 12 e 13 giugno si vota su quattro quesiti abrogativi, di cui due sull’acqua, uno sul legittimo impedimento e l’altro sul nucleare.

Complice anche il successo delle opposizioni alle recenti elezioni amministrative e i forti malumori all’interno della coalizione di governo, esiste la concreta possibilità che questi referendum diventino catalizzatori di una richiesta di cambiamento più ampio della scena politica. Insomma, il governo Berlusconi si è infilato in un bel pasticcio, dal quale non sa come uscire.

Ma partiamo con ordine, per ripensare a tutto ciò che è stato fatto dalla maggioranza per impedire a questi referendum di trasformarsi, come sembra stia succedendo, in un giudizio definitivo sull’operato del governo e sul presidente del consiglio. Tutto è iniziato quando, con evidente disprezzo di regole democratiche e denaro pubblico, il governo ha imposto lo scorporo dei referendum dalle amministrative.

A questo è seguito, dopo gli eventi giapponesi e il clamore mondiale suscitato dalla contaminazione radioattiva dei reattori danneggiati di Fukushima, un goffo tentativo di smarcarsi dal nucleare pur, in realtà, non rinnegandolo affatto. Un’autentica truffa varare il decreto legge omnibus, con l’esplicito obiettivo di far saltare il quesito sul nucleare che, sondaggi alla mano, rischiava di portare in massa gli elettori al voto e far raggiungere, così, il quorum anche sull’abrogazione del legittimo impedimento, norma tanto cara al premier.

Ma non è finita qui: la Rai, televisione e radio pubbliche, e tutti gli altri network belusconiani, hanno imposto agli ospiti, per iscritto, il divieto di nominare i referendum nelle trasmissioni con l’assurda scusa della par-condicio elettorale. Ultimo dato, il calcolo del quorum è stato modificato e, da adesso in poi, nel conteggio di quel 50% più uno degli elettori sono stati inclusi gli italiani all’estero, il che rende ancora più impervio il raggiungimento della vetta. Tra l’altro, molti di loro hanno già votato con la vecchia scheda, e a questo punto è difficile capire come verrà conteggiato il loro, visto che il quesito sul nucleare va riformulato.

Insomma, un balletto della peggior specie che esula sempre dal merito dei quesiti che, invece, sono di una certa rilevanza, anche, e soprattutto, ideale. Ecco, perché ci sono effettivamente in ballo tre grandi domande. È giusto discutere di beni pubblici solo in termini di efficienza? La legge può non essere uguale per tutti? Possiamo investire in una forma di energia che non garantisce alle generazioni a venire un futuro sicuro, in nome della promessa dell’autonomia energetica e dell’abbassamento dei costi?

I due quesiti sull’affidamento e la gestione dei servizi pubblici di rilevanza economica pongono queste questioni: la privatizzazione può essere una “modalità ordinaria” di gestione di un bene pubblico come l’acqua, e questa “modalità ordinaria” può prevedere dei profitti stabiliti come un diritto dalla legge?

Abrogare questa norma, per i promotori del referendum sull’acqua pubblica, significa fermare l’opera di privatizzazioni in atto e la definitiva consegna al mercato dei servizi idrici italiani, che invece, per circa i due terzi, sono ancora a gestione pubblica ed è tutto da dimostrare che siano meno efficienti di quelli a gestione privata.

Il secondo quesito sull’acqua chiede di abrogare parte di una norma che permette al gestore privato di aggiungere sulla bolletta dei cittadini un 7% a remunerazione del capitale investito, senza obblighi di reinvestimento per migliorare, o rendere più efficiente il servizio. In pratica, un regalo ai privati che avrebbero, per legge, diritto a fare profitti sulla gestione dell’acqua pubblica.

Il quesito sul legittimo impedimento, la norma che permette a premier e ministri impegnati in attività di governo di sottrarsi alle udienze in tribunale, dopo il giudizio di parziale incostituzionalità della Consulta, verrà sottoposto al giudizio dei cittadini. E chiaramente questo è il quesito che Berlusconi teme di più, per ovvi motivi.

Il quesito sul nucleare, dopo la decisione della Cassazione, è stato trasferito sul nuovo decreto omnibus e diventerà una domanda sull’«abrogazione delle nuove norme che consentono la produzione nel territorio nazionale di energia elettrica nucleare». Su questo quesito la confusione è ancora grande, ma in sostanza sono i commi 1 e 8 dell’articolo 5, quelli che potrebbero riportare tra un anno in auge le centrali atomiche.

Comunque vada a finire, sentire da ogni parte della società civile espressioni di rispetto per l’istituto referendario e inviti ai cittadini ad esprimersi con il voto, è forse il vero cambiamento che stavamo aspettando da tempo. Chissà se basterà a raggiungere il quorum…

 


 

 

 

 

 

 

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