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Gio
26 Maggio 2016
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Renzi e il PD che verrà

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di Fabrizio Casari

L’ennesima capriola mediatica con la quale il governo è riuscito ad addossare al M5S la colpa di una legge monca sulle unioni civili, ha segnato il definitivo ingesso nella maggioranza di governo degli ascari guidati da Denis Verdini. Un dato politico non riassumibile in un ambito di tecnica parlamentare al quale si somma l’ennesimo distinguo della minoranza del PD, autentico ectoplasma politico che in luogo di una linea politica esprime lamenti. Responsabile prima dell’ascesa di questo nuovo gruppo di potere vorace e privo di etica e poi, da due anni, di imbastire un inutile minuetto.

Questo nuovo quadro di governo, fatto di nuovi arrivi e nuove defezioni, di cambi di casacche identitarie in favore della formazione di un nuovo, autentico soggetto politico, racconta di una definitiva mutazione genetica ormai intervenuta nel PD, cha dismette completamente l’identità progressista e muove a passi decisi verso il cosiddetto Partito della Nazione.

Che però, a ben vedere, per le dinamiche che innesta ed il rullo compressore che mette in campo nell’occupazione assatanata di ogni spazio di potere ed influenza, è con tutta evidenza un partito degli affari di osservanza toscana, i cui riferimenti sembrano essere più quelli di una congrega di amici affamati di bottino che non di un gruppo dirigente.

Sul piano squisitamente teorico, però, il cosiddetto Partito della Nazione altro non se non la versione 2.0 della Democrazia Cristiana. Di quell’eredità politica Renzi appare il più fedele interprete e lo stesso oscillare tra posizioni apparentemente diverse sotto il profilo della cultura politica che esprimono (non c’è dubbio che la legge sulle Unioni Civili non è farina del sacco della storia della DC) non è in contraddizione con la rinascita dello scudo crociato del terzo millennio. La DC, del resto, conteneva anime diverse, persino antagoniste tra loro, senza che ciò ne alterasse in profondità l’approccio ideologico fondamentale, basato sul anticomunismo ed Atlantismo e la fedeltà ai dettami vaticani.

Non a caso, sotto la spinta della società che trovava nel PCI e nella sinistra extraparlamentare l’espressione politica e sociale che drenava la costante modificazione in senso progressista del costume nazionale, determinando un senso comune diverso prima ancora che una linea politica precisa, la stessa Democrazia Cristiana approvò importanti riforme sul piano socioeconomico che, complessivamente, offrirono al nostro Paese una delle migliori versioni del welfare a livello europeo.

Ciò perché era fortemente radicata nella stessa DC una cultura assistenzialista che di fronte alle stagioni di proteste  per il cambiamento del Paese mirava al contenimento delle contraddizioni sociali e tentava di ridurre la dimensione della forbice socioeconomica proprio in funzione di pacificazione sociale.

In Renzi prevale la cultura cattolica dell’elemosina, lo stile delle Dame di San Vincenzo. Oltre che al meschino calcolo elettorale nell’elargizione di bonus (tutti annunciati e pochi realizzati), il sapore degli 80 Euro a chi già ne guadagna 1600 e i 500 ai giovani (che non arriveranno mai) hanno decisamente il sapore di un’elemosina, soprattutto perché restano sul tavolo il dramma della disoccupazione, gli esodati, la mancata riforma delle pensioni che preveda l’uscita anticipata con una penalizzazione (unica soluzione per il ricambio generale degli occupati e per intervenire sugli over 55 senza lavoro e senza pensione).
Su questi temi, dove servirebbe una politica economica, Renzi balbetta e scimmiotta le tesi monetariste che fanno della bassa inflazione l'obiettivo primario. Così aumenta il prelievo fiscale per finanziare i suoi bonus elettorali, mentre riduce ulteriormente le prestazioni del welfare quando un loro aumento avrebbe invece stimolato la domanda aggregata e stabilizzati i consumi. E l'Italia sprofonda.

Ciò che di progressista resta nel PD, ovvero alcuni suoi esponenti e diversi suoi militanti, deve quindi cogliere l’occasione del Congresso per decidere se permangono margini di compatibilità tra la loro cultura politica di provenienza e il disegno del Partito della Nazione. Anche perché una dimensione interclassista e priva di riferimenti ideali e culturali  condannata alla navigazione a vista.

E’ allora giunto il momento di produrre uno scatto di reni da parte di quanti vivono da due anni tra le virgole e le parentesi di un discorso che ormai anche i ciechi sanno leggere. Se si vuole contrastare il dogma ultraliberista che condanna all’estinzione della civiltà sociale e politica il Paese, serve la nascita di un nuovo polo della sinistra, che rimetta al centro il lavoro e i diritti, la ricerca di un equilibrio progressista nel sistema Italia.

Serve un progetto politico che cerchi, di fronte alle sfide del terzo millennio, una voce per gli ultimi, un’idea dello sviluppo di un paese che guardi all’interesse generale ed alla compatibilità tra diritti sociali e sviluppo economico.

Il Congresso del PD sarà per Renzi l’occasione per lo sterminio finale di tutti coloro che non s’inginocchiano e non vi sarà margine sostanziale per i distinguo. Dunque, qualunque ipotesi di condizionamento dall’interno è destinata a fare la fine della cavalleria polacca nel ’39.
Il congresso è l’ultima spiaggia per gli indecisi a tempo indeterminato. La rottura dell’architettura renziana è condizione imprescindibile per far ripartire una cultura critica di cui tutto il Paese ha bisogno. Si tratta di ricostruire e servono architetti e muratori, ma senza grembiulino. A meno di non voler morire democristiani dopo aver vissuto da vassalli.

 

 

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