Nella Silicon Valley non capita spesso di vedere i lavoratori protestare. In casa Google, però, è successo due volte negli ultimi quattro mesi. L’ultimo episodio risale alla settimana scorsa, quando 1.400 dipendenti di Big G hanno firmato una lettera per chiedere alla dirigenza più chiarezza sul progetto Dragonfly (“libellula”).

 

Si tratta del piano segreto - rivelato a inizio mese dal giornale online The Intercept - con cui Google punta a rientrare nel mercato cinese. In sostanza, per ottenere il via libera di Pechino, il management di Mountain View ha deciso di piegarsi alla censura, progettando un motore di ricerca capace di oscurare i contenuti sgraditi al regime.

 

Nella lettera, pubblicata in esclusiva dal New York Times, i dipendenti del colosso informatico chiedono una maggiore trasparenza sulle "conseguenze etiche" del business. Al momento, infatti, la maggior parte dei lavoratori del gruppo non ha accesso ai documenti relativi al progetto Dragonfly: “C’è un silenzio radio totale che rende la gente scontenta e spaventata”, racconta un dipendente.

 

 

Perché tanti misteri? È possibile che Google tema un danno d’immagine. Nel 2010 l’azienda abbandonò la Cina reindirizzando il traffico verso il proprio sito di Hong Kong. La decisione arrivò in seguito ad alcuni attacchi hacker contro vari account Gmail, commissionati probabilmente dal regime di Pechino per rintracciare una serie di attivisti per i diritti umani. A quel punto Google si impegnò contro il regime cinese in una sorta di crociata per la libertà del web, da cui uscì sconfitta, ma con l’armatura scintillante del paladino dei giusti. Ora, passati otto anni dallo strappo, lo scenario è cambiato. E le ragioni del profitto suggeriscono a Big G di iniziare a ricucire.

 

Dal 2010 a oggi il numero di utenti cinesi online è più che raddoppiato, passando da 300 a 700 milioni. Si tratta del mercato con il tasso di crescita più alto al mondo e non sorprende che il colosso californiano voglia tornarci. Il problema è che, per farlo, deve smentire se stesso e rinunciare all’aura di santità con cui ama rappresentarsi. Le autorità cinesi sono state chiare: “Google è benvenuta - si legge sul Quotidiano del Popolo, organo del Partito Comunista - ma deve rispettare quanto previsto dalla legge”. Traduzione: deve censurare ciò che al regime non piace.

 

D’altra parte, l’oscurantismo di Pechino non si accanisce solo su Google. Il Grande Firewall cinese blocca ogni contenuto politicamente sgradito, perciò, al momento, la Repubblica Popolare proibisce anche l’accesso a Instagram, Twitter, Facebook e YouTube, oltre che a molti siti d’informazione. In questo mercato a concorrenza zero hanno prosperato giganti locali come il motore di ricerca Baidu e il servizio di video hosting Youkou, che negli ultimi anni sono cresciuti indisturbati e ora tremano il possibile sbarco di Big G.

 

Quanto alla prima sollevazione dei dipendenti di Google, risale ad aprile e riguardava un contratto siglato con il Pentagono (il progetto Maven). Migliaia di lavoratori firmarono una petizione per chiedere di “restare fuori dal business della guerra” e a giugno il gruppo decise di non rinnovare l’accordo, garantendo che i suoi prodotti nel settore dell’intelligenza artificiale non sarebbero mai stati impiegati per costruire armi. In quel caso, prevalse lo spirito concentrato nel motto storico dell’azienda: “Don’t be evil”, non essere cattivo. Chissà come si dice in mandarino.

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