Un colpo di stato è in corso in queste ore a Caracas. E’ il secondo dopo quello fallito nel 2002, da quando il Venezuela è uscito dal reame USA. Come nella tradizione della politica statunitense nelle sue relazioni con l’America Latina, il golpe appare lo sbocco dell’impotenza USA nel gioco democratico. E se nel 2002 il fantoccio prescelto fu il leader dell’organizzazione dell’industria privata, Carmona, stavolta hanno scelto Guaido.

 

Chi è? E’ il presidente di un Parlamento scaduto da un anno, un vanitoso ragazzotto pieno di ambizioni ma povero in intelligenza politica e zero assoluto in leadership che si è esibito in piazza con uno show nel quale si è autoproclamato presidente, salvo poi correre a rifugiarsi nell’ambasciata colombiana a Caracas. Uomo di grande coraggio, insomma.

 

 

Guaido è il coniglio che esce dal cilindro del fascista Leopoldo Lopez, che lo ha indicato a Mike Pompeo come soluzione unitaria dei diversi appetiti dell’opposizione, notoriamente litigiosa e da tempo ridotta a spettro della MUD che fu. Ma Guaido non può essere presidente perché nessuno l’ha mai eletto, visto che mai si è candidato ad una elezione; non può esserlo anche perché se afferma di essere presidente del Parlamento, la Costituzione gli impedisce di esserlo di qualunque altro incarico istituzionale. Dunque, per essere concreti, Guaido è solo il presidente disegnato dagli Stati Uniti con il compito di consegnare il Venezuela alle sue compagnie petrolifere e il chavismo all’isteria fascista degli scappati in Florida di tutte le rivoluzioni.

 

Guaido è un proconsole dell’impero, funzionale alle mire depredatorie di una Casa Bianca che non sa nemmeno se riuscirà ad arrivare alla fine del mandato presidenziale. La dinamica degli eventi è stata questa: la Casa Bianca ha ordinato a Guaidò di autoproclamarsi presidente e, non a caso, tra il suo autoinsediamento e il riconoscimento” del governo USA sono passati pochi minuti. Quindi a stretto giro sono arrivati i gorilla: Colombia, Argentina, Cile, cui ha fatto seguito l’intendenza: Canada, Paraguay, Ecuador, Perù, Guatemala, Honduras e Costa Rica.

 

Il colpo di Stato al momento non passa e ogni ora diventa più difficile capire quale strada può prendere l’iniziativa statunitense. L’operazione prevedeva un mix di pressione diplomatica e militare che, al momento, non ha dato esito. Perché sul piano militare - il più importante - le Forze Armate venezuelane sono al fianco del legittimo governo Maduro e le promesse di amnistia generalizzata per chi si ribellasse, profferite da Pompeo e Bolton, per ora non trovano ascolto.

 

Sul piano diplomatico le cose sono altrettanto difficili per i piani della Casa Bianca. Ad appoggiare il colpo di Stato ci sono solo i paesi del cosiddetto Gruppo di Lima, entità senza nessun valore giuridico internazionalmente riconosciuto. E’ una congrega che riunisce la destra e l’ultradestra continentale ed è numericamente insufficiente anche a far passare una risoluzione della OEA; per quanto squalificata sia sotto la direzione del fascista Almagro, l’organizzazione ha bisogno di 24 voti per deliberare e la destra non riesce a superare i 15-17 voti.

 

Particolarmente significativa è la posizione del Messico, che dopo il Brasile è lo Stato più importante per dimensioni geografiche ed economiche ma il più importante in assoluto dell’America Latina di lingua spagnola. Il presidente, Andres Manuel Lopez Obrador, dopo aver rifiutato l’adesione alle posizioni del gruppo di Lima ha ribadito il suo riconoscimento al governo legittimo di Nicolas Maduro. Lo stesso ha fatto l’Uruguay, il cui peso è tutt’altro che trascurabile e, insieme a loro, nello scacchiere latinoamericano ci sono Bolivia, Nicaragua, El Salvador e Cuba oltre ad alcuni paesi caraibici.

 

Quanto alle Nazioni Unite, la maggioranza dei paesi che compongono l’Assemblea Generale sono con Maduro e, nel Consiglio di Sicurezza, il Venezuela bolivariano conta sull’appoggio totale di Russia e Cina. Dunque, dall’Onu non arriveranno conferme alla linea di Washington. Persino la Turchia di Erdogan, secondo esercito NATO per dimensione, riconosce Maduro e non Guaido.

 

Quanto all’Europa, se i golpisti davano per certa l’adesione Ue al colpo di Stato, sbagliavano i calcoli. Alcuni media italiani riportano con malcelato entusiasmo un’adesione del Parlamento Europeo; al momento però è solo una speranza, dal momento che non si è riunito, non ha discusso e non ha votato alcunché al riguardo. La Mogherini, che non perde mai l’occasione di dimostrare la sua inesistenza, si lancia dietro Donald Tusk nell’adesione della Ue al golpe. Ma la UE non ha né deciso niente né espresso alcunché. E visto che Spagna, Portogallo e Olanda (e probabilmente la Grecia) riconoscono Maduro come unico e legittimo presidente, la UE non può esprimere una posizione, dato che è obbligatorio il consenso di tutti gli stati membri per poterlo fare.

 

Ma quali scenari si profilano a Caracas?  Il Venezuela ha giustamente rotto le relazioni diplomatiche con gli USA ed ha ordinato ai suoi diplomatici di lasciare il Paese entro 72 ore. Gli USA pare non vogliano andarsene con le buone, sperando che Caracas usi le cattive per legittimare un intervento diretto. Scenario utile per alzare lo scontro per una presidenza che lo vedrebbe utile per uscire dall’angolo dello scontro con il Congresso e dal proseguimento della procedura d’impeachment per Trump. Ma il rischio politico e militare è altissimo. L’armamento aereo e missilistico venezuelano viene considerato dagli esperti militari di livello superiore, dunque non sarebbe certo una passeggiata l’avventura militare. Inoltre, Mosca e Pechino detengono interessi forti in Venezuela ed hanno già ammonito Washington dal lanciarsi in avventure.

 

Un’altra ipotesi prevede l’entrata in guerra della Colombia, sia come iniziativa diretta sia con un casus belli organizzato ad arte dal narco-stato di Bogotà. Anche qui non poche incognite. La Colombia non dispone di una forza militare sufficiente ad una operazione-lampo e il prestigio internazionale di cui gode è talmente infimo da non poter sperare di trovare alleanze oltre Trump e Bolsonaro. Peraltro, il rischio che corre è che la guerriglia ancora in armi e quella appena disarmata diventino un fronte interno che complicherebbe non poco le operazioni.

 

Potrebbe farlo il Brasile? Certo, ma anche in questo caso non tutto è così semplice. Appena insediato Bolsonaro non può permettersi di portare il paese in guerra senza altre ragioni se non quelle dettate dalla sua isteria nazistoide e gli stessi militari gli hanno già suggerito di abbassare i toni.

 

Tanto per la Colombia, come per il Brasile, ci sarebbe poi da chiarire chi pagherebbe i costi di una guerra che prevede centinaia di milioni di dollari giornalieri per due economie che certo non vivono un momento facile. Pagherebbero gli USA? Escluso, perché Trump è alle prese con una economia in difficoltà ed ha sempre sostenuto la priorità del bilancio rispetto alle avventure estere e poi gli USA di solito fanno pagare agli altri le loro truppe (vedi prima guerra del Golfo le cui spese sono ancora a carico del Kuwait). Chi pagherebbe allora?

 

Questo non significa che la minaccia è svanita, tutt’altro. Sul piano politico ci sono incognite serie per i piani guerrafondai, tanto riguardo all’opinione pubblica internazionali come alla comunità degli stati, ma l’arroganza imperiale non può essere sottovalutata. E’ dunque complessa la soluzione, per la quale è saggio attendere gli sviluppi delle prossime ore, ma difficilmente il colpo di Stato raggiungerà l’esito sperato, che era quello di una operazione lampo.

 

A Washington si pensa di far giurare Guaido e a nominare la sua giunta di governo, ma un giuramento all’interno di una ambasciata è politicamente debolissimo e costituzionalmente nullo. Certo, l’espulsione del corpo diplomatico dei paesi che hanno appoggiato il golpe produrrà dei momento non semplici da gestire, dal momento che la fine delle relazioni diplomatiche contribuisce, formalmente, all’ampliamento del campo ostile. Ma solo formalmente, perché l’attività cospirativa antigovernativa di questi paesi era già in moto da tempo.

 

Sarà una battaglia che non si risolverà nel giro di poche ore. Sebbene il colpo di Stato sia fallito, altra cosa è il ristabilimento dell’ordine nel paese. Le variabili interne ed internazionali sono numerose e il governo venezuelano avrà bisogno di utilizzare il suo ruolo istituzionale, la forza militare, l’equilibrio politico, la pazienza e la lungimiranza necessari per venire a capo di una situazione straordinariamente complessa e delicata, dove una mossa sbagliata può determinare un errore fatale.

 

L’unica cosa certa è che Nicolas Maduro è il legittimo Presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela, eletto con elezioni risultate regolari e corrette ed insediato a norma di Costituzione. Il resto è golpismo che chiama le potenze straniere contro il suo paese e predoni statunitensi in cerca di saccheggio.

 

Sarebbe consigliabile non perdere di vista l’esempio siriano, illuminante. Una coalizione di tutto l’Occidente o quasi direttamente impegnata contro un paese piccolo e di scarse risorse, aiutata dai predoni interni dell’Isis, è stata sconfitta con il solo appoggio russo, iraniano e di Hezbollah. Chi dice che in Venezuela tutto sarebbe più semplice?

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