Il colpo di stato in Venezuela, previsto dal 30 Gennaio al 3 febbraio, è fallito. Il che non significa affatto che gli Stati Uniti abbiano ripensato al processo di destabilizzazione violenta del Paese, ma certo il “putch” sul modello di quello del 2002 è fallito. La fedeltà delle Forze Armate alla Costituzione e la lealtà al governo sia dei militari che degli oltre 1.500.000 miliziani, ha ulteriormente cimentato e solidificato quella che il chavismo chiama “l’unione civico-militare”, che altro non è se non la reciproca compenetrazione tra i due diversi ambiti della popolazione venezuelana.

 

L’idea di sollevazioni popolari contro il governo è miseramente fallita e persino il tentativo di riarmare le “guarimbas” non pare abbia successo. Il chavismo si è preso le piazze esercitando di fatto una egemonia non discutibile con la quale anche la destra più reazionaria e violenta non ama misurarsi. Benché la polarizzazione sia estrema e il paese appaia in uno stato di massima tensione, la situazione è di assoluta normalità e le cronache che raccontano di incidenti sono solo una parte dell’immenso arsenale di bugie che il mainstream spaccia per ricordare a tutti che per libertà di stampa s’intende la libertà dei gruppi editoriali che la controllano.

 

 

L’impossibilità di un rovesciamento violento del governo ha reso lo scenario del regime change decisamente più complesso per Washington, che fuori dalla propaganda sa benissimo come l‘avventura vedrebbe un costo elevatissimo da pagare. D’altra parte le voci interne contrarie ad un intevento in prima persona non mancano: in fondo la strategia statunitense ha portato negli ultimi anni ad un sostanziale ribaltamento degli assetti politici sudamericani e invadere il Venezuela rischierebbe di far saltare tutto, dato che si tratterebbe di una avventura che si sa come comincerebbe ma non quanto durerebbe, dove si allargherebbe, quali diverrebbero gli attori coinvolti e quale sarebbe l’esito finale. Ma simili valutazioni formano parte di un’idea delle relazioni internazionali e delle congiunture storico-politiche che alla Casa Bianca risultano ininfluenti se paragonate all’odio ideologico che pervade l’amministrazione Trump.

 

Sul piano politico gli USA non sono in grado di profferire parola che non sia una minaccia, in realtà non dispongono di nessun “piano B” e di conseguenza il confronto politico è tra Caracas e il resto della comunità internazionale al di fuori di Washington.  Il governo bolivariano, vista l’indisponibilità statunitense al rispetto del diritto internazionale, non ritiene nemmeno di dover interloquire con il nulla meno qualcosa autonominatosi presidente e non vede nemmeno come ipotesi la possibilità di annullare le presidenziali del 2018. Propone la riapertura del dialogo nazionale (dal quale non si è mai sottratta) per costruire una road map che porti alle nuove elezioni legislative, che supererebbero lo stallo tra Assemblea Nazionale privata delle sue funzioni e Assemblea Costituente che ha esaurito la sua funzione.

 

Washington cerca di ampliare il consenso internazionale al suo tentativo golpista ma sembrerebbe aver raggiunto la massima espansione possibile. L’invenzione della presidenza di Gaudiò, arrogante e fuori da ogni benché minimo protocollo internazionale, si è dimostrata strada impercorribile sui grandi numeri. Solo 21 paesi hanno offerto un riconoscimento simbolico, mentre 161 paesi e le istituzioni internazionali come le Nazioni Unite e il Vaticano e quelle regionali come l’OSA e lo stesso CARICOM, hanno respinto al mittente le pretese presidenziali del nominato dagli USA.

 

Perché la verità è che Gaudiò non è presidente di niente, non dirige il Paese, non ha poteri sulla macchina amministrativa, sull’economia, sulle forze armate, sulle istituzioni, sulla legislazione e sulla giurisprudenza vigente; non da ordini ai venezuelani, li riceve dagli USA. Questo politicante di terza fila, sconosciuto a 4 venezuelani su 5, mai candidato e mai eletto, e osteggiato persino da una parte importante dell’opposizione (Capriles, leader della MUD, lo ha definito un illustre sconosciuto) è nella realtà, ad oggi, un profugo nell’ambasciata della Colombia, un dirigente di secondo piano di un minuscolo partitino nazistoide capitanato dal terrorista Leopoldo Lopez.

 

Ma può risultare di relativo interesse analizzare le mosse dell’opposizione, data la sua totale dipendenza dagli Stati Uniti; ha senso semmai vedere quali possono essere le decisioni del padrone del circo e non delle scimmiette che recitano nello show.

 

L’impressione è che Washington abbia deciso di procedere sulla strada dell’assedio, fatto di asfissia economica, pressioni diplomatiche e minacce militari. Ma questo non significa rinunciare all’opzione golpista classica, di tipo militare, in attesa di un episodio, una decisione che possa fargli intravvedere uno spiraglio per lanciare l’invasione, utilizzando in un primo momento gli eserciti di Colombia e Brasile. A questo scopo ha lanciato la campagna mediatica e propagandistica sugli “aiuti umanitari”, destinando 20 milioni di dollari all’operazione. Inutile interrogarsi sulla congruità della cifra, giacché non è l’ammontare a determinare la vera utilità degli “aiuti umanitari”.

 

Il tentativo - smaccato, grossolano e sostanzialmente imbecille come tutto quello che partorisce il gabinetto Trump - è quello di permettere l’apertura di varchi alle frontiere presidiate del Venezuela. Con la scusa dei convogli umanitari s’introdurrebbero armi ed esplosivi e gli “operatori umanitari” sarebbero personale militare colombiano e israeliano (300 soldati di Tel Aviv sono da dieci giorni in Colombia). Il classico cavallo di Troia. Il Venezuela vedrebbe così la presenza di sabotatori, franco tiratori, membri delle truppe speciali sioniste incaricate di aprire il fuoco per generare incidenti con morti e feriti, esplosioni e attentati. Insomma il caos, che è l’unica condizione con la quale Trump potrebbe dare il via alle operazioni militari, siano esse a trazione statunitense o colombiana e brasiliana.

 

Dunque fa benissimo il governo venezuelano a rifiutare l’accesso dei cosiddetti “aiuti umanitari”, che nella strategia del “Golpe blando” elaborata da Gene Sharp, svolgono un ruolo non meno importante di quello delle cosiddette ONG nella destabilizzazione del paese. In questo quadro dovranno essere valutate le necessarie misure di sicurezza che il Venezuela adotterà per garantire l’inviolabilità delle proprie frontiere e la sua sicurezza nazionale.

 

Le novità importanti di queste ore sono sul piano politico internazionale. La diplomazia latinoamericana, guidata da Messico e Uruguay, con l’appoggio del CARICOM, l’associazione dei paesi caraibici, hanno raccolto l’invito del Segretario Generale dell’ONU, Gutierres, e presentato ieri il “meccanismo di Montevideo”. Si tratta del metodo con il quale procederanno i lavori del “Gruppo di Contatto”, al quale partecipano anche paesi europei e al quale la stessa Russia guarda con favore, ritenendo la soluzione politica incentrata sul dialogo l’unica strada percorribile.

 

L’iniziativa politico-diplomatica, sui cui meccanismi operativi e su alcuni elementi politici presentati ieri non tutti i paesi partecipanti concordano e che quindi dovrà avere un maggior bilanciamento, avrà inizio nei prossimi giorni e si svilupperà nei prossimi mesi. Gli Stati Uniti non riconoscono legittimità al Gruppo di Contatto, intravvedendo nella sua stessa esistenza un limite oggettivo al tentativo di mettere in moto una invasione militare del Venezuela.

 

Particolarmente ostili, agli occhi della Casa Bianca, due cose: la prima è assistere ad una comunità internazionale attiva in un paese che loro ritengono parte del loro “giardino di casa” e che quindi, per ciò stesso, si ritengono depositari unici della decisionalità politica. Nel merito delle proposte del Gruppo di Contatto, poi, la richiesta (fatta in premessa e ripetuta continuamente) dell’apertura di un tavolo negoziale tra governo e opposizione venezuelana, interferisce sostanzialmente nelle decisioni di Washington.

 

Gli Stati Uniti, infatti, hanno fino ad ora ordinato a tutta la destra continentale di non sedersi mai al tavolo con i governi progressisti, dato che l’assenza di interlocutori ha costituito il principale strumento per delegittimare gli stessi. Ma stavolta non sarà così semplice. Il numero dei paesi coinvolti nel processo di pace, il loro peso politico regionale ed internazionale e la consolidata esperienza diplomatica, alza il livello di difficoltà per i fautori dell’iniziativa militare.

 

E proprio per superare questa difficoltà nei prossimi giorni gli specialisti in terrorismo che compongono il gruppo dei consiglieri di Trump potrebbero tentare nuove provocazioni per tentare di far saltare il processo negoziale. In questa direzione muoveranno i terroristi cubano-americani di stanza a Miami, agli ordini dei parlamentari della Florida di origine cubana come Marco Rubio, Bob Menendez, Mario Balart e il grumo velenoso dei lobbisti che garantisce voti in quello che resta uno stato decisivo per aggiudicarsi la vittoria nelle presidenziali statunitensi. Che, pur non essendo risorsa naturale che produce il Venezuela, ha comunque la sua porca importanza.

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