Nonostante le accuse continuamente rivolte alla Russia, è notoriamente di gran lunga il governo degli Stati Uniti quello che più di ogni altro continua a intervenire in maniera sistematica nel pilotare elezioni oppure colpi di stato in paesi stranieri a seconda dei propri interessi. Le “interferenze” americane non sono inoltre limitate ai tentativi di influenzare le vicende politiche di paesi rivali o nemici, ma si estendono anche a quelli alleati, come dimostra una recente dichiarazione che avrebbe dovuto rimanere segreta di un importante membro dell’amministrazione Trump a proposito del leader laburista britannico, Jeremy Corbyn.

 

 

La rivelazione è stata pubblicata nei giorni scorsi dal Washington Post dopo che il giornale di proprietà del numero uno di Amazon aveva ottenuto alcune registrazioni clandestine delle discussioni intercorse tra il segretario di Stato USA, Mike Pompeo, e i membri di un’associazione ebraica americana, la “Conference of Presidents of Major American Jewish Organization”.

 

Quello che l’ex direttore della CIA ha spiegato ai suoi interlocutori nel corso dell’evento è in sostanza l’intenzione del suo governo di impedire che il più importante politico dell’opposizione in Gran Bretagna e, verosimilmente, quello oggi più popolare in assoluto, diventi primo ministro dopo le prossime elezioni in questo paese.

 

Nel file audio proposto dal Washington Post, un partecipante chiede a Pompeo se, in caso Corbyn fosse eletto alla guida del governo britannico, l’amministrazione Trump “sarebbe disposta a collaborare con noi” per evitare che “la vita degli ebrei nel Regno Unito diventi troppo difficile”. Il riferimento della domanda è alle ridicole accuse di anti-semitismo rivolte da tempo in maniera strumentale all’attuale leadership del “Labour”.

 

Il capo della diplomazia americana, in ogni caso, ha risposto significativamente in questo modo: “È possibile che Corbyn riesca anche a farsi eleggere. Ciò è plausibile. Ma, dovete sapere, noi non aspetteremo che faccia quelle cose [rendere la vita difficile agli ebrei britannici] prima di reagire. Faremo del nostro meglio”, perché, ha concluso Pompeo, “sarebbe troppo rischioso... e troppo complicato” agire “quando tutto è già accaduto”.

 

Per chiarire il quadro in cui va inserito questo scambio di battute è necessario sottolineare come le accuse di anti-semitismo contro Corbyn e i vertici del Partito Laburista britannico non abbiano alcun fondamento e i primi a essere consapevoli di ciò sono quegli stessi ambienti che continuano a sollevare la questione. Di conseguenza, l’episodio rivelato dal Washington Post descrive una situazione nella quale una lobby ebraica discute con il responsabile della politica estera americana possibili manovre per impedire a un politico democraticamente eletto di un paese alleato di insediarsi alla guida del governo.

 

Quello che non è dato conoscere sono le misure che gli Stati Uniti sarebbero pronti ad attuare per ottenere questo risultato e se, tali misure, siano già in fase di implementazione, vista la natura preventiva della minaccia di Pompeo. La risposta a questo secondo interrogativo deve essere con ogni probabilità affermativa. Come già anticipato, da almeno un anno è stata rilanciata la polemica sulle presunte inclinazioni anti-semite dei sostenitori di Corbyn e dello stesso leader laburista, tanto da propagandare il caso come un’autentica piaga che incombe sulla società e la comunità ebraica britannica.

 

A questa campagna partecipano non solo gli oppositori politici del “Labour”, come il Partito Conservatore, ma anche l’ala destra laburista che fa riferimento all’ex primo ministro e criminale di guerra a piede libero, Tony Blair. Questa fazione del partito partecipa a tutti gli effetti agli sforzi per dipingere qualsiasi critica da sinistra al sionismo e allo stato di Israele come irriducibilmente anti-semita.

 

Come tale, la tendenza a cui apparterrebbe anche Corbyn deve essere contrastata con tutte le possibili armi (pseudo-)legali. Ad esempio, recentemente una speciale commissione britannica che si occupa di “diritti umani” ha aperto un’indagine ufficiale sull’anti-semitismo nel Partito Laburista. L’emergere di eventuali “prove” incriminanti potrebbe portare a guai legali per la sua leadership, nonché far aumentare le pressioni su Corbyn per costringerlo alle dimissioni.

 

La vera ragione dell’offensiva in atto contro Jeremy Corbyn, così come le minacce del segretario di Stato americano nei suoi confronti, è da ricercare nelle posizioni politiche da sempre tenute dal leader laburista, almeno formalmente molto critiche dell’imperialismo USA, della NATO, delle ricette di austerity e del capitalismo senza freni. In altre parole, a Washington e negli ambienti tradizionali di potere in Gran Bretagna si ritiene impensabile consentire a un politico come Corbyn di diventare il capo del governo di Londra, a prescindere dai futuri risultati di elezioni teoricamente democratiche.

 

L’altro interrogativo da porsi è da collegare invece alla effettiva portata della “minaccia” rappresentata da Corbyn al sistema capitalistico e all’alleanza transatlantica. Il leader del “Labour” ha dimostrato infatti in questi anni la sua puntuale disponibilità a piegarsi sia alla destra del suo partito sia, frequentemente, ai suoi critici nella società e nel panorama politico e mediatico britannico in generale.

 

Corbyn ha cioè spesso fatto marcia indietro su numerose questioni ritenute controverse per la classe dirigente del suo paese. Un caso esemplare è proprio quello della finta diatriba sull’anti-semitismo. Invece di contrattaccare e respingere accuse senza fondamento, la leadership laburista, anche in risposta alle parole di Pompeo, continua in pratica a limitarsi ad assicurare che il partito prende sul serio possibili tendenze di questo genere, anche se inesistenti o limitate a casi eccezionali, e intende adoperarsi in tutti i modi per debellarle.

 

Vista la docilità di Corbyn e dei suoi fedelissimi, è evidente che la paura che suscita la sua eventuale ascesa al potere in Gran Bretagna sia da ricercare altrove. Vale a dire nelle aspettative di carattere autenticamente progressista, per non dire socialista, che la sua elezione genererebbe tra decine di milioni di persone. Questa, d’altra parte, è anche la ragione principale della sua elezione a leader del “Labour” con maggioranze schiaccianti.

 

Dietro alla campagna anti-Corbyn è evidente comunque che ci siano forze ultra-reazionarie e, quasi certamente, operazioni riconducibili ad ambienti di intelligence domestici e di paesi alleati della Gran Bretagna, come CIA o Mossad. Lo stesso segretario di Stato USA, già direttore dell’agenzia di Langley, non è nuovo ad attacchi contro il leader laburista. Prima della recente visita a Londra di Trump, ad esempio, in riferimento alle opinioni di Corbyn sul tentato golpe in Venezuela, Pompeo aveva definito “rivoltante” il fatto che alcuni politici continuino ad appoggiare “il dittatore criminale Maduro”, lasciando intendere appunto che chiunque si opponga alle mire imperialistiche di Washington non è ritenuto adatto a governare un paese alleato degli Stati Uniti.

 

Di certo, gli ambienti militari britannici hanno mostrato negli ultimi anni la loro aperta opposizione alla leadership di Corbyn e, in maniera inquietante, si sono lasciati andare a vere e proprie minacce in previsione di un suo futuro successo alle urne. Qualche tempo fa, il Sunday Times aveva riportato la dichiarazione di un anonimo generale britannico che prospettava un “ammutinamento” nelle forze armate contro un Corbyn primo ministro. In seguito, l’allora capo di Stato Maggiore britannico, sir Nicholas Houghton, in un’intervista alla BBC aveva apertamente espresso serie preoccupazioni per un potenziale capo di governo, come Corbyn, che aveva escluso il ricorso ad armi nucleari in qualsiasi ipotetico conflitto.

 

In questa vicenda è da rilevare infine come le minacce di Pompeo contro Jeremy Corbyn siano state trattate dal Washington Post come una normale notizia di politica estera, cioè senza che sia stata espressa indignazione o sorpresa. Tutto sommato, d’altronde, l’interferenza di Washington negli affari interni di un altro paese, sia pure alleato, è nell’ordine delle cose e, se determinate dinamiche politiche minacciano gli interessi USA, è normale che il governo della prima potenza del pianeta intervenga per aggiustarne gli sviluppi.

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