Dopo l’attacco di settimana scorsa contro due petroliere nel Golfo dell’Oman, le tensioni tra Iran e Stati Uniti sono arrivate molto vicine al punto di rottura. Un’eventuale nuova provocazione rischia di scatenare uno scontro militare dalle conseguenze potenzialmente rovinose, soprattutto in considerazione che nessuna delle due parti sembra avere opzioni percorribili per fare un passo indietro senza dover pagare un prezzo politico altissimo.

 

Su uno scenario già incandescente, è arrivata lunedì anche la notizia che la Repubblica Islamica si appresta inevitabilmente a violare una delle condizioni stabilite di comune accordo con la comunità internazione in merito al proprio programma nucleare. Tra una decina di giorni, la quantità di uranio arricchito prodotta in Iran supererà cioè i limiti previsti dall’accordo di Vienna del 2015 (JCPOA), indebolito in maniera letale dall’uscita degli Stati Uniti decisa nel maggio dello scorso anno dall’amministrazione Trump.

 

L’annuncio delle autorità iraniane è la diretta conseguenza della legittima decisione annunciata qualche settimana fa di venir meno ad alcune prescrizioni del trattato a causa delle restrizioni reimposte dagli Stati Uniti. In assenza di improbabili iniziative diplomatiche, attese in maniera vana dall’Europa, la violazione tecnica dell’accordo di Vienna aggiungerà così ulteriori frizioni tra Washington e Teheran.

 

Per quanto riguarda invece l’episodio di giovedì scorso, gli USA com’è noto hanno puntato immediatamente il dito contro l’Iran e a supporto di questa tesi hanno prodotto un filmato poco chiaro che documenterebbe la rimozione, da parte dell’equipaggio di un’imbarcazione iraniana, di una mina magnetica non esplosa dal fianco di una delle navi colpite.

 

La versione dei fatti proposta dall’amministrazione Trump ha però poco o nulla di verosimile. A smentirla basterebbe il fatto che, durante l’attacco alle due petroliere, di cui una di proprietà giapponese, proprio il capo del governo di Tokyo, Shinzo Abe, era in visita a Teheran per una missione che era stata presentata come un estremo tentativo di esplorare un percorso diplomatico con gli Stati Uniti. Un’operazione simile e con questo tempismo non avrebbe avuto dunque alcun senso da parte della Repubblica Islamica.

 

Ugualmente, come suggerisce la logica e il commento di più di un osservatore, in riferimento al filmato distribuito dagli USA che proverebbe la responsabilità iraniana, appare anche difficile che un ordigno non esploso venga rimosso così facilmente e velocemente senza alcuna precauzione, sia pure da personale esperto.

 

La vera domanda da porsi, come sempre in presenza di eventi che odorano di “false flag”, è chi potrebbe trarre vantaggio da un simile attacco. Viste le pressioni crescenti sull’Iran, è evidente che siano solo gli avversari di questo paese ad avere interesse nel rendere ancora più complicata la posizione internazionale di questo paese . Molti attori nella regione hanno d’altra parte le capacità per condurre un’operazione di questo genere, dal Mossad israeliano a forze legate ad Arabia Saudita o Emirati Arabi o, ancora, gruppi iraniani anche si oppongono all’attuale regime di Teheran, per non parlare della CIA.

 

La storia più o meno recente offre d’altra parte numerosi esempi di provocazioni condotte o istigate dagli Stati Uniti per presentare all’opinione pubblica la giustificazione necessaria a scatenare una guerra. In questa direzione sembra infatti andare la retorica bellicosa di esponenti di spicco dell’amministrazione Trump, a cominciare dal segretario di Stato, Mike Pompeo.

 

L’ex direttore della CIA nel fine settimana ha agitato apertamente l’opzione bellica, respingendo le obiezioni di quanti mettono in discussione la versione americana degli eventi di giovedì scorso nel Golfo dell’Oman. Tra gli interventi più clamorosi che hanno contraddetto la ricostruzione dei fatti offerta da Washington vanno ricordato quelli del ministro degli Esteri tedesco, Heiko Maas, e ancora di più del proprietario giapponese di una delle due imbarcazioni attaccate e dello stesso Abe. Una fonte vicina al premier nipponico ha affermato che le “prove” presentare dagli USA non sono schiaccianti e anche l’argomentazione che fa derivare la responsabilità del blitz dal livello di sofisticazione di esso non convince, perché, se così fosse, ad averlo portato a termine “potrebbero essere stati anche Stati Uniti e Israele”.

 

Nonostante in molti a Washington sembrano spingere il presidente Trump verso una guerra contro l’Iran, è altrettanto evidente che ci siano fortissimi timori di scatenare un conflitto che avrebbe non solo conseguenze devastanti per la regione mediorientale ma che, soprattutto, sarebbe controproducente per gli interessi della Casa Bianca e degli Stati Uniti in generale.

 

Alcuni commentatori svincolati dai media ufficiali hanno ancora una volta offerto svariate analisi interessanti della situazione attuale. Il reporter belga, veterano del Medio Oriente, Elijah Magnier, ha ad esempio sostenuto che, se Trump avesse avuto intenzione di attaccare l’Iran, i pretesti per farlo non sarebbero mancati negli ultimi tempi. L’obiettivo sarebbe piuttosto quello di creare un clima di estrema pressione su Teheran, sia per convincere la leadership di questo paese a sedersi al tavolo delle trattative facendo ampie concessioni a Washington sia per trascinare dalla propria parte gli alleati americani che continuano a manifestare forti resistenze alla linea dura dettata dagli USA.

 

Trump, in definitiva, non vorrebbe una guerra con l’Iran, ma “allo stesso tempo, ha fallito nel leggere le reazioni di Teheran alle sue sanzioni e alle continue minacce”. Il governo americano non si aspettava cioè una reazione così ferma da parte iraniana e, dopo avere boicottato l’accordo sul nucleare di Vienna e reimposto le sanzioni, ha finito per mettersi all’angolo con le proprie mani. Un allentamento della presa sarebbe letto come un segno di debolezza sul fronte domestico, mentre intensificare la linea dura potrebbe portare a una guerra aperta.

 

I vertici della Repubblica Islamica, da parte loro, non nutrono evidentemente nessuna fiducia nelle aperture arrivate in maniera indiretta da Washington e hanno anzi dimostrato di essere pronti a infiammare il Medio Oriente per impedire, come ha minacciato recentemente il presidente Rouhani, il transito di tutto il petrolio dal Golfo Persico se le esportazioni di greggio dell’Iran saranno forzatamente ridotte a zero.

 

Le due parti si trovano dunque in una situazione senza apparenti vie d’uscita. Per il blog MoonOfAlabama, entrambi i paesi vogliono alzare il livello dello scontro nella regione, sia pure fermandosi a un passo dalla guerra aperta. Gli Stati Uniti intendono mettere in ginocchio l’Iran per spingerlo a trattare alle proprie condizioni, mentre Teheran punta a mostrare a Washington tutti i rischi delle proprie decisioni, tanto da convincere Trump che, in vista della campagna per la sua rielezione, lo scivolamento in un conflitto avrebbe effetti politici devastanti.

 

In questo quadro, le probabilità di nuovi episodi come quello della scorsa settimana nel Golfo dell’Oman restano altissime e, al di là delle reali intenzioni delle parti coinvolte, rischiano facilmente di degenerare e sfuggire di mano. La determinazione dei “falchi” guerrafondai all’interno dell’amministrazione Trump e la già ricordata notizia di lunedì dell’intenzione iraniana di raggiungere a breve livelli di uranio arricchito proibiti dal JCPOA, sia pure per il solo uso civile, prospettano così un nuovo imminente e sempre più pericoloso peggioramento dei rapporti con Washington.

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