Trump: il golpe e la guerra sfiorata

di Mario Lombardo

È possibile che gli Stati Uniti siano andati vicini a lanciare un attacco militare contro la Cina nelle ultime settimane trascorse da Donald Trump alla Casa Bianca? L’ipotesi potrebbe sembrare inverosimile, ma le anticipazioni di un nuovo libro in uscita in America hanno rivelato che almeno due soggetti, con una prospettiva a dir poco privilegiata sugli eventi di Washington, ritenevano questa...
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L’11 settembre dell’Arabia Saudita

di Michele Paris

La pubblicazione da parte dell’amministrazione Biden del primo di una serie di documenti riservati sul possibile coinvolgimento dell’Arabia Saudita negli attentati dell’11 settembre 2001 è stata accolta in generale come un non evento che confermerebbe l’estraneità di Riyadh dai fatti che due decenni fa hanno inaugurato la “guerra al terrore”. In realtà, il quadro che ne esce, anche se per ora molto parziale, appare più sfumato e, in ogni caso, dell’iniziativa della Casa Bianca devono essere valutate anche le implicazioni geo-politiche, soprattutto per quel che riguarda l’evoluzione dei rapporti tra Washington e il regno wahhabita. Il documento di 16 pagine declassificato qualche giorno fa risale al 4 aprile del 2016 e...
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di Mariavittoria Orsolato

Poco meno di un mese fa uno stagista ventiseienne de Il Sole 24 Ore si è buttato dal quinto piano della sede del gruppo editoriale milanese, mentre il 21 giugno dello scorso anno un collaboratore della Gazzetta del Mezzogiorno si impiccava nel giardino di casa sua. Per entrambi la precarietà lavorativa si era fatta esistenziale e il suicidio non è stato altro che l'extrema ratio.

C'erano tempi in cui la professione giornalistica rappresentava uno dei gradini più alti della scala sociale, quello per cui si dà automaticamente del “dottore” e che consente una posizione economicamente privilegiata. E in molti hanno deciso di diventare giornalisti proprio grazie a queste anacronistiche attrattive.

Anacronistiche perché oggi, invece, intraprendere la strada del giornalismo significa soprattutto scendere ai gradini più bassi di quella stessa scala sociale e, pur incensati da titoli accademici e appartenenza all’Ordine Nazionale, arrabattarsi con quello che si trova, vivendo più che alla giornata.

"Non dite al mio editore che lo farei anche gratis" ironizzava Enzo Biagi. Eppure gli editori, consapevoli della passione che muove chi fa questo mestiere, l'hanno capito lo stesso e così ecco i cronisti pagati due euro a pezzo e inviati a proprie spese a caccia di notizie; i collaboratori eterni che di un contratto non vedono neanche l'ombra; i professionisti costretti a fare un secondo lavoro di nascosto perché vietato dall'ordine professionale.

In Italia sono almeno 35000 i giornalisti pagati a cottimo, con remunerazioni che vanno dai due ai cinque euro a pezzo e con stipendi che stentano a raggiungere i 5000 euro l'anno. La media italiana, infatti, si aggira intorno ai 7000 euro annuali - poco più di 400 euro al mese - e il tutto è faticosamente raggiunto accumulando collaborazioni ricavate ovunque si riesca e con tempi che inevitabilmente ricadono sulla qualità dell'informazione e sul suo grado di approfondimento.

Eppure l'editoria italiana campa di questo. Ad oggi, infatti, precari, autonomi e freelance sono più numerosi degli assunti - 24000 rispetto ai 19000 regolarmente contrattualizzati - e contribuiscono per oltre il 50% alla realizzazione di quotidiani, periodici, radio, tv e informazione online. Questi giornalisti sono sottopagati, privi di tutele e sotto il ricatto continuo di perdere il lavoro da parte di editori che - per contro - fanno man bassa di finanziamenti statali.

A tastare il polso di questa depauperata professione è il “tariffario dei compensi”, realizzato dall’Ordine dei giornalisti sulla base di segnalazioni, note di pagamento e contratti al limite del ridicolo arrivati dai collaboratori di tutta Italia negli ultimi 18 mesi. Si può quindi leggere che La Voce di Romagna paga 2 euro e mezzo al pezzo anche se il quotidiano romagnolo ha ricevuto 2.530.683 euro di contributi, La Repubblica Lazio ha ridotto da 50 a 30 euro il pagamento per i pezzi di 5-6000 battute e ha ricevuto sempre i suoi 16,1 milioni di euro di aiuti.

Il Messaggero sotto le 800 battute non paga proprio, mentre i contributi incassati dalla testata romana ammontano a 1.450.000 euro, e il Nuovo Corriere di Firenze paga i suoi collaboratori forfettariamente da 50 a 100 euro al mese, nonostante sprema i fondi di finanziamento per 2.530.000 euro l'anno. Si ferma poi a 5-9 centesimi a riga il compenso per i collaboratori de Il Sole 24 Ore, dimezzato a inizio anno a fronte di 19,2 milioni di aiuti, mentre Libero - a fronte di 5.400.000 euro di contributi - paga 18 euro anche per un’apertura, e chi ha protestato - segnala l’Odg - si visto rispondere “prendere o lasciare”.

Questa la sconfortante realtà di buona parte dell’editoria italiana, una realtà che ora, però, potrebbe arrivare a una svolta. In ballo, infatti, c’è una proposta di legge, firmata dal parlamentare Udc e giornalista Enzo Carra, che intende subordinare il finanziamento pubblico alle testate a un’equa retribuzione. In pratica, o gli editori iniziano a pagare decentemente i propri cronisti oppure possono scordarsi i milioni gentilmente concessi dallo Stato. La proposta è già stata approvata dalla Commissione cultura della Camera e ora, per diventare legge, attende solo il via libera del governo di Mario Monti che, ne siamo sicuri, subirà le pressioni degli editori.

Il testo, articolato in quattro punti, prevede che una commissione istituita ad hoc - quattro membri indicati rispettivamente da Ministero del Lavoro, Ministero dello Sviluppo Economico, Ordine dei Giornalisti e FNSI - stabilisca i parametri retributivi minimi che gli editori dovranno applicare. Pena la perdita non solo delle provvidenze (che per quest'anno ammonteranno a 137.000.000 euro) ma anche di tutti i contributi pubblici, compresi quelli accessori per carta, postalizzazione degli abbonamenti, telefono eccetera.

Entro tre mesi dal suo insediamento, la commissione dovrà quindi individuare i “trattamenti economici proporzionati alla quantità e alla qualità del lavoro svolto, in coerenza con i corrispondenti trattamenti previsti dalla contrattazione collettiva di categoria in favore dei giornalisti con rapporto subordinato”. Una specie di bollino di qualità per gli editori “equi e solidali” che garantiscono il rispetto dei requisiti minimi stabiliti: la normalità imposta per legge.

Eppure una legge interna all'Ordine per tutelare questo esercito di “sfigati” (cit. Giorgio Stracquadanio) già c'era. E' stata approvata lo scorso novembre a Firenze ed è uno strumento deontologico innovativo per disciplinare modelli virtuosi di collaborazione tra giornalisti e cooperazione con editori per cementare ancora la fiducia tra stampa e lettori. L'hanno scritta i collaboratori, i freelance e i precari e, di fatto, mette a norma che le condotte e i comportamenti editoriali sopraccitati possano essere oggetto di procedimento disciplinare ordinistico o sindacale. Ma tant'è. Evidentemente per restituire dignità a questo meraviglioso mestiere serve il sigillo tecnico.

 

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