Misura il tasso di inclusione di donne e bambini nel mondo, monitorando le condizioni di vita dei più vulnerabili attraverso diciassette dimensioni e trentaquattro indicatori. E’ il rapporto annuale We World Index, in cui l’Italia compare nella ventisettesima posizione, con cinquantasette punti, registrando un andamento (sempre più) regressivo: nel 2015 era alla diciottesima posizione con sessantasei punti.

 

 

Le ragioni alla base dell’arretramento sono varie e complesse. Primo, perché, semplicemente, altri paesi, mettendo in moto buone pratiche e politiche strutturale, l’hanno superata. E se non fosse per la rendita prodotta da un tesoro di infrastrutturazione sociale consolidato relativo a salute, accesso all’istruzione, ricchezza, cadrebbe ancora più in basso.

 

Guardando a dimensioni come ambiente, inclusione economica delle donne e alla loro partecipazione alla vita politica e pubblica o all’inserimento dei giovani nel mercato del lavoro, le performance italiane sono scadenti. Dal 2015, anno di prima pubblicazione del rapporto, infatti, sono peggiorate le dimensioni riferibili a protezione e sicurezza (disastri ambientali) e non sono migliorati gli indicatori che misurano la violenza di genere e sui minori.

 

Continua l’impoverimento complessivo del capitale sociale legato alla sfera educativa: il livello di spesa per studente italiano è inferiore alla media europea; è il paese dell’OCSE con il personale docente più anziano e con gli stipendi inferiori rispetto alla stessa media.

 

La mobilità intergenerazionale rispetto al livello di istruzione raggiunto è relativamente bassa: solo il 19 per cento è riuscito a raggiungere un livello di istruzione superiore a quello dei genitori. La quota dei giovani adulti con una laurea è inferiore rispetto a quella degli altri stati OCSE: in Europa, solo la Romania vanta risultati peggiori.

 

Nonostante ciò, il gap con le altre maggiori democrazie europee non è così ampio da impedire al Belpaese un recupero: gli interventi sostenuti dal Fondo di contrasto alla povertà educativa stanno percorrendo la giusta direzione. A far invertire completamente la rotta della discesa, dice We World Index 2019, potrebbero contribuire “una maggiore attenzione alle aree più svantaggiate del Paese, politiche sociali indirizzate a favorire l’inclusione economica e politica delle donne, il mantenimento - e non solo l’accesso - nei percorsi di istruzione dei giovani studenti, l’abbassamento del tasso di disoccupazione e una seria riflessione sullo stato di sostenibilità ambientale”.

 

D’altronde, Greta Thunberg proviene dalla Svezia, che nel We World Index di quest’anno si è posizionata nei primi cinque posti della classifica.

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