di Sara Nicoli

Le sentenze si affastellano, ma la decisione politica in merito al cambiamento delle linee guida della legge 40 latita. Prima a Cagliari, poi l’altro giorno a Firenze, due tribunali hanno riconosciuto ad altrettante coppie affette da una patologia genetica ereditaria fortemente invalidante, la possibilità di ricorrere alla diagnosi pre impianto dell’embrione per avere la possibilità di concepire un figlio sano. Un fatto che la legge 40 non nega ma che è invece assolutamente vietato dalle linee guida della legge medesima, emanate dall’ex ministro della Salute, Sirchia, in pieno ossequio ai dettami cattolici da sempre più preoccupati di servire il Papa piuttosto che la salute dei cittadini. Le due sentenze, apparentemente, dovrebbero aprire scenari positivi per tutte quelle coppie che, in futuro, dovessero richiedere alla magistratura un simile via libera per non trasmettere alla propria discendenza malattie (come la talassemia, solo per fare un esempio, ma anche i sieropositivi) che hanno segnato la storia delle persone e ma anche di intere civiltà. Solo che la legge 40 è una di quelle norme che si basano non su un rigore scientifico, bensì su una mediazione culturale e politica che difficilmente, in questa fase, potrà essere rivista, nonostante si sia al cospetto di una drammatica incongruenza: senza la diagnosi preventiva, la donna deve accettare l’impianto di embrioni anche malati e, successivamente, optare per l’aborto.

di Sara Nicoli

E’ abbastanza divertente, in questi giorni, assistere alla battaglia che il quotidiano La Repubblica sta portando avanti per minare alle fondamenta il dialogo tra Veltroni e Berlusconi sulle riforme ma più nel dettaglio sulla legge elettorale. E come, a margine di questo tavolo a due, si stia sbriciolando definitivamente ciò che resta del centrodestra mentre a sinistra si cercano aggregazioni colorate (tutti i colori dell’arcobaleno, appunto) che non promettono nulla di buono per il futuro. In tutto questo scenario il governo è immobile, in attesa che dal tavolo emerga un patto che consenta di guardare un po’ oltre. Non molto, certo, solo un po’. Ma la battaglia che si sta combattendo è ben più aspra e difficile di quello che emerge dalle cronache. E dietro veleni, intercettazioni fatte uscire ad arte e salutari pulizie di Natale ai piani alti della Rai, c’è in gioco il futuro assetto del paese che, tanto per cambiare, passa attraverso la riforma del sistema televisivo. La Rai, certo. Ma anche la conquista di quelle risorse pubblicitarie che l’approvazione del Ddl Gentiloni libererebbe dalle mani di Mediaset, favorendo la crescita delle piccole tv e la creazioni di nuovi potentati via etere: forse proprio quello a cui ambisce l’editore di Repubblica, Carlo De Benedetti.

di Ilvio Pannullo

Era la metà di ottobre e in Sardegna i rappresentanti degli agricoltori e dei pastori iniziavano lo sciopero della fame nella sala del consiglio comunale di Decimoputzu. Protestavano per la vendita all’asta di 5.000 aziende agricole. Vendita all’asta richiesta dal Banco di Sardegna in forza di un credito pari all’equivalente di quasi l’intera produzione agricola annua di tutte le aziende sarde. Il credito del Banco, che vanta per effetto dell’applicazione della legge regionale 44/88, dichiarata poi illegale dalla UE, ammonta a 700 milioni di euro. Tutto inizia nel dicembre del lontano 1988 quando viene emanata la legge regionale n.44 che istituisce, all’art.5, un regime di aiuti sotto forma di mutui a tasso agevolato per favorire la ricostituzione della liquidità di aziende agricole in difficoltà. Spetta alla Giunta regionale deliberare di volta in volta, a seconda delle necessità, le modalità pratiche di concessione dei mutui. E verrà fatto per ben quattro volte. Nell’ultima occasione, le cose vengono fatte per bene, così, con lettera del primo settembre 1992, l’Italia notifica alla Commissione Europea la legge regionale n.17 della Regione Sardegna. L’art. 12 di suddetta legge rimandava, per le modalità tecniche di esecuzione, all’art. 5 della legge n.44/88 della stessa regione, mai notificata alla Commissione europea.

di Giovanna Pavani

In un paese civile, con regole sociali certe, quello che è accaduto giorni fa a Cittadella, comune di 20 mila anime alle porte di Padova, sarebbe stato degno solo di una vignetta satirica su un giornale. Come quelle, per dire, che con lo sghignazzo ci fanno pensare a quanto una cosa possa essere inutile, sbagliata e, soprattutto immorale. Ma ormai, in quest’Italia dove l’immigrazione fa più paura delle tasse e dove la caccia al clandestino si è ufficialmente aperta con l’omicidio di Daniela Reggiani a Roma, fatti come quelli di Cittadella sono salutati da grida scomposte di giubilo e di apprezzamento. Protagonista di questa storia di stampo razzista e discriminatorio è il sindaco di questa ridente località, Massimo Bitonci, eletto lo scorso maggio a capo di una lista civica sostenuta dalla Lega e da An. Con un’ordinanza che, a suo dire, ricalca un decreto legislativo del 2007, il primo cittadino padano ha imposto uno sbarramento d’ingresso alla richiesta di residenza. Se non hai un reddito minimo di 420 euro al mese (ovviamente non al nero) e una casa “salubre e decente” in cui vivere con il tuo nucleo familiare è meglio che non ci provi neppure a passare il confine di Cittadella. Tanto non ti facciamo entrare.

di Sara Nicoli

Sembra quasi una “non-notizia” quella che ieri mattina è apparsa su Repubblica rivelando, brogliacci di intercettazioni alla mano, che tra Rai e Mediaset esisteva un patto per la gestione dei palinsesti durante gli eventi più critici e delicati della vita del Paese e, soprattutto, per un'ottimizzazione a quattro mani della visibilità e della propaganda di Berlusconi. Insomma, quello che è sempre stato sotto gli occhi di tutti, perchè tutti guardano la televisione, si è concretizzato nelle parole dei dirigenti Rai a colloquio con i loro omologhi di Mediaset, per bilanciare notizie di primaria importanza (la morte del Papa, per esempio), con eventi elettorali e politici in modo da enfatizzare (o nascondere, a seconda della circostanza) quanto al Cavaliere facesse più piacere. Nulla di più noto e tangibile solo schiacciando il telecomando. Nulla che non si sapesse e che non si è mai voluto davvero risolvere perchè a tutti faceva comodo così. Perno dell'intera vicenda la dirigente responsabile del marketing strategico della Rai, Deborah Bergamini, ex segretaria particolare di Berlusconi, elevata ad altissimo rango dirigenziale della tv pubblica quando il Cavaliere era al governo. Ruolo della Bergamini era (ed è) quello di funzionare da interfaccia con Mediaset e con altri dirigenti Rai asserviti al Biscione per veicolare l'informazione pubblica a beneficio del proprietario della concorrenza e, all'epoca, presidente del Consiglio. Come dire: che ci fosse il conflitto d'interessi lo sapevano tutti, ma ora sappiamo anche chi lo faceva funzionare, con buona pace di tutti gli altri dirigenti Rai che per non avere rogne preferivano lasciar correre.


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