Forse il potere logora chi non ce l’ha, come diceva Andreotti. Di sicuro, chi ce l’ha soccombe quasi sempre al delirio d’onnipotenza, e si scava la fossa. È successo a Monti nel 2011, a Renzi nel 2015-2016 e ora sta accadendo a Giuseppe Conte. Non si spiega altrimenti la folle struttura di governance partorita da Palazzo Chigi per gestire i 209 miliardi in arrivo dall’Europa con il Recovery Plan.

Innanzitutto, una questione di metodo: prima del chi, sarebbe logico mettere a fuoco il cosa. Ossia, prima di stabilire chi avrà la responsabilità di mettere in pratica il Recovery Plan, sarebbe il caso di scriverlo questo benedetto Recovery Plan, che invece viaggia ancora nella dimensione dell’indefinito, dell’annuncio, del non ancora. Oggi no, domani forse, dopodomani sicuramente.

Dovremmo organizzarci per la distribuzione dei vaccini (siamo già in ritardo). Dovremmo scrivere il piano su come utilizzare i 209 miliardi del Recovery Fund (anche su questo siamo già in ritardo). Eppure, ci ritroviamo a parlare di rimpasto. Come sempre accadde nella Prima Repubblica e sempre accadrà nella Seconda, a un certo punto la maggioranza si illude di rafforzarsi con un cambiamento dei ministri. Proposito velleitario ma anche falso, visto che la logica del rimpasto non ha a che vedere con l’interesse del Paese. È il solito gioco di palazzo, alimentato da arrivismi personali, sete di rivalsa delle correnti, ambizioni di controllo da parte delle segreterie.

Un po’ a sorpresa, il Covid-19 ha fin qui danneggiato le forze populiste. È successo a diverse longitudini e in modi differenti: negli Stati Uniti, dove un populista era al potere ora non c’è più; in Gran Bretagna, dove il populista al comando conserva la poltrona, ma vira verso posizioni più moderate; e in Italia, dove il populista numero uno è all’opposizione e ha già dilapidato quasi metà del proprio consenso elettorale.

Quella che riguarda Donald Trump è la considerazione più ovvia, ma anche la più controversa. Pur sconfitto da Joe Biden, l’ormai ex Presidente degli Usa ha incassato oltre 70 milioni di voti, ovvero il secondo miglior risultato di sempre, dietro soltanto a quello del suo avversario. Al netto delle polemiche sui brogli fantasma, quindi, è indiscutibile che The Donald goda ancora di largo seguito, così come è chiaro che la “marea blu” profetizzata dai sondaggisti filo-dem è rimasta nel mondo dei sogni. Ma anche se il Covid non ha determinato la disfatta di Trump, è stato comunque decisivo per sancirne la sconfitta. Ben più del razzismo e delle simpatie nazi-evangeliche, è stata proprio la gestione trumpiana della pandemia – folle e criminale quant’altre mai – a spostare verso Biden gli swing state decisivi.  

L’esito del voto americano ha avuto ripercussioni quasi immediate sulla Gran Bretagna, dove la settimana scorsa il premier Boris Johnson – che all’inizio della pandemia era un baldo negazionista, salvo poi cambiare idea dopo un passaggio in terapia intensiva – ha licenziato Dominic Cummings. Chi era costui? Nientemeno che il Rasputin di Downing Street, il consigliere-guru per la Brexit. La sua defenestrazione è il segno di una svolta politica da parte di Johnson. Con la pandemia che dilaga e la Brexit che sta per chiudersi in modo non favorevole al Regno Unito (l’alternativa per Londra è suicidarsi con un divorzio senza accordo), Johnson si è convinto che è arrivato il momento di sterzare verso l’ala più moderata dei Conservatori. Anche nel suo caso, il cambiamento è stato imposto dalla gestione disastrosa della pandemia, che finora ha ucciso oltre 50mila britannici. Il resto lo ha fatto la sconfitta di Trump, cheerleader della Brexit, per mano del filo-irlandese Biden.

A ben vedere, le presidenziali Usa hanno inferto l’ennesimo colpo anche al capo dei populisti nostrani. Proprio quando tutti fiutavano la vittoria di Biden, Matteo Salvini ha pensato bene di indossare in video una mascherina da groupie trumpiana. Così facendo è riuscito a peggiorare i suoi rapporti con Washington, già pessimi a causa degli intrallazzi leghisti in Russia. Non ci vuole molto a capire che mettersi contro la Casa Bianca è un’idea malsana se la tua ambizione è diventare presidente del Consiglio in Italia. Lo sa bene Giorgia Meloni, che infatti ha evitato di compromettersi tanto con Putin quanto con Trump e ora si maschera da leader moderata (quale non è mai stata) alla guida dei Conservatori e riformisti europei.   

Si spiega anche con questa lungimiranza l’ascesa nei sondaggi di Fratelli d’Italia, speculare alla rottura prolungata della Lega. In poco più di un anno, il partito di Salvini è passato dal 38 al 23%: un crollo mai visto per un partito all’opposizione. Non ha giovato all’ex ministro dell’Interno l’atteggiamento negazionista, largamente diffuso ma senz’altro minoritario nel Paese. Il Covid, poi, ha reso macroscopico il problema numero di Salvini: quando non può parlare di immigrazione, quando l’argomento “barconi dall’Africa” esce dal cono di luce, il leader leghista perde presa sull’opinione pubblica. Deve essersene accorto anche lui, visto che di recente ha evocato la “rivoluzione liberale” di berlusconiana memoria. Cosa ci aspetta all’orizzonte? Un Salvini moderato? Forse, tra i vari scherzi del 2020, ci sarà anche questo.    

C’è qualcosa di penoso nel modo in cui molti governatori si stanno comportando. Finché la situazione sanitaria sembrava sotto controllo, i numeri uno delle Regioni non facevano che reclamare autonomia. Piagnucolavano contro il centralismo del governo, rivendicando la libertà di riaprire tutto – a cominciare dagli stadi – e di spendere secondo il proprio arbitrio i soldi che arriveranno per la ricostruzione post-Covid. “Dateci autonomia, decidiamo noi cosa riaprire”, diceva l’8 maggio il ligure Giovanni Toti. “Con più autonomia, avremmo affrontato meglio l’emergenza”, aggiungeva il lombardo Attilio Fontana il 29 giugno.

Il copione lo conosciamo: prima dicono la porcheria; poi il “non sono stato capito”, la “frase estrapolata dal contesto”; infine, le scuse. Giovanni Toti, governatore della Liguria, ha seguito alla perfezione questo cursus stultorum. La porcheria gli è scappata domenica mattina nel seguente tweet: “Per quanto ci addolori ogni singola vittima del #Covid19, dobbiamo tenere conto di questo dato: solo ieri tra i 25 decessi della #Liguria, 22 erano pazienti molto anziani. Persone perlopiù in pensione, non indispensabili allo sforzo produttivo del Paese che vanno però tutelate”.

Ora, letta così sembra veramente un abominio, roba da andarsi a nascondere in un pozzo per non fare mai più capolino. E questa è stata l’impressione generale suscitata dal cinguettio, visto che nel pomeriggio Toti si è visto sommergere da una valanga di melma. Tra i vari insulti grandinati sui social, gli hanno dato del “miserabile” in preda a “deliri di onnipotenza”.

Ma il beneficio del dubbio va concesso a tutti, per cui analizziamo il caso a partire dalla posizione del governatore. Il famoso “contesto” è quello della di un’altra giornata drammatica di pandemia, in cui il governo – per evitare il lockdown totale in stile primavera – sta pensando di costringere a casa gli over 70, la fascia di popolazione più a rischio.

Quindi, spiega Toti, il tweet significava che gli anziani sono persone spesso in pensione, che possono rimanere buoni sul divano, proteggendosi senza fermare l’economia del Paese. Poi, visto che il pozzo non gli sembrava ancora abbastanza profondo, il governatore decide di scavare ancora, buttandola sul privato: “Ho un papà di 81 anni: esce l’indispensabile e fa bene, ma starebbe volentieri un’ora in più a casa per far uscire mia sorella”.

Se è davvero questo il concetto che voleva enucleare, Toti è perlomeno colpevole di non sapresi esprimere. E sì, è una colpa: se ricopri una carica istituzionale e affermi di meritare la fiducia collettiva, non puoi giustificarti dicendo di aver “mal scritto” o di essere stato “mal interpretato”. È una scappatoia che non ti è concessa, perché farti capire rientra fra i tuoi doveri: non sono gli altri a dover “interpretare” quello che le tue meningi partoriscono.

L’ironia è che questo genere di colpa, oltre che sui politici, ricade anche su un’altra categoria professionale, quella dei giornalisti. E Toti appartiene ad entrambe.

Nella migliore delle ipotesi, quindi, l’ex direttore di Studio Aperto ha dimostrato imperizia in tutti e due i suoi lavori. Ma siamo sicuri che quel tweet sia solo l’inciampo lessicale di un incapace? A leggerla da fuori, è inevitabile pensare alla proverbiale voce dal sen fuggita: una porcheria, certo, ma anche un rigurgito estemporaneo (e involontario) di sincerità.

Perché nel definire gli anziani “persone non indispensabili allo sforzo produttivo del Paese” Toti fa calare il velo su una visione del mondo che lo accomuna a buona parte della destra italiana: perlomeno da Berlusconi a Renzi, passando per Confindustria. È il darwinismo sociale dei liberal de noantri, il produttivismo integralista che non concepisce diritti da esercitare, ma solo privilegi da acquistare. Chi fa soldi prevale, tutti gli altri soccombano pure. E in silenzio, che qui c’è gente che lavora.

A questo punto, per valutare il contenuto della predica, “dobbiamo tenere conto” del pulpito da cui è stata scandita. Perciò ricordiamo che Giovanni Toti, in passato, ha diretto un telegiornale in cui si sosteneva che Ruby fosse la nipote di Mubarak e Dell'Utri una vittima delle toghe rosse. Questo è stato lo sforzo produttivo di Giovanni Toti, anche se forse “sforzo” non è proprio la parola più adatta. A lui, è venuto naturale. 

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