Hai voglia a fare smorfie, a dedicare ogni secondo alle telecamere senza le quali il nulla coprirebbe il peggio: esibendo il suo braccialetto di Salvini premier, che più di un progetto a breve termine ormai sembra un epitaffio, quella andata in onda ieri è stata una debacle politica e persino televisiva per Matteo Salvini. L’uomo-felpa ha chiesto pieni poteri ma se il percorso di un nuovo governo sostenuto da PD e 5 Stelle avrà seguito, non  avrà nemmeno quelli relativi alla funzione istituzionale. Ancora ieri si diceva pronto ad asserragliarsi al Viminale, finché qualcuno gli ha spiegato che è proprio da lì che deve sbrigarsi a uscire. Inutili e patetici i tentativi di innestare la marcia indietro per provare a riprendere il rapporto con Di Maio e restare sull’onda. La relazione del Primo Ministro Conte ha dato la misura di come un capitolo si sia chiuso ed ha avvertito i più lesti a cogliere i flussi che l’era del re Mida dei media è diventata quella del bauscia.

L’Iva aumenterà perché è caduto il governo o il governo è caduto perché l’Iva aumenterà? La seconda opzione è più convincente, ma poco importa. Il punto è che, a meno di miracoli all’italiana o di improbabili accordi con Bruxelles, dal primo gennaio 2020 l’imposta sui consumi salirà. E non di poco: l’aliquota ridotta passerà dal 10 al 13% e quella ordinaria dal 22 al 25,2%, per poi arrivare al 26,5% nel 2021.

Di chi è la colpa? Salvini e Di Maio hanno già iniziato a scaricare il barile sul Pd e su Forza Italia: “È un regalino ricevuto in eredità dai governi precedenti”, ripete da un anno e mezzo il leader della Lega. In linea di principio non ha torto: le clausole di salvaguardia furono introdotte dal governo Berlusconi nel 2011 per garantire all’Europa che l’Italia avrebbe rispettato gli impegni sui conti pubblici. Da allora, ogni anno l’esecutivo di turno le ha disinnescate (compensandole con tagli alla spesa o maggiori entrate fiscali), ma nessuno le ha mai cancellate: ogni volta la minaccia viene solo rinviata di 12 mesi.

Con la crisi agostana, Matteo Salvini si è procurato un inedito conflitto d’interessi. Niente di irrisolvibile, intendiamoci, ma il Capitano dovrà (forse) rinunciare a uno spicchio di quel potere assoluto che va costruendosi. Almeno per un po’. Se tutto andrà come il leader leghista si augura – e come al momento sembra inevitabile – si tornerà a votare per le elezioni politiche entro la seconda metà di ottobre (non più il 13, come si era detto all’inizio, ma più probabilmente il 20, se non il 27). Questo significa che, in mezzo a tanto caos, ci toccherà anche rispolverare il Rosatellum.

Ed è qui che nasce il dilemma. La legge elettorale vergata dal pretoriano di Renzi, infatti, impone alle forze politiche di nominare un “capo”. Non viene chiamato ufficialmente “candidato premier”, perché la Costituzione non lo prevede, ma ufficiosamente è proprio di questo che si tratta.

Il Governo del Cambiamento è cambiato talmente tanto da implodere. Lo strapotere comunicativo di Salvini – amplificato da un sistema mediatico incapace di criticarlo – alla fine ha ridotto in poltiglia l’alleato a 5 Stelle, sempre più simile a una compagnia d’improvvisazione teatrale che a una forza politica. “Andiamo subito in Parlamento per prendere atto che non c'è più una maggioranza, come evidente dal voto sulla Tav, e restituiamo velocemente la parola agli elettori”. Dopo un’ora di colloquio con Giuseppe Conte, giovedì sera il leader della Lega ha scelto queste parole per dichiarare ufficialmente la morde dell’Esecutivo.  

Mentre gioca al deejay in spiaggia mortificando l’inno di Mameli, Matteo Salvini ha una decisione importante da prendere: far cadere il governo subito o restare intrappolato ancora per molti mesi? Pensava di avere più tempo per scegliere. Nella sua ignoranza delle dinamiche istituzionali, il ministro dell’Interno s’illudeva che - scongiurata l’ipotesi di un’alleanza M5S-Pd -qualunque momento fosse buono per tornare alle elezioni. Invece non è così.

 

Il Quirinale ha fatto capire ai due alleati di governo che c’è una data da segnare in rosso sul calendario: l’8 settembre. E non per memoria storica, ma perché quel giorno la Camera voterà il progetto di riforma costituzionale presentato dai grillini per tagliare il numero dei parlamentari da 945 a 600 (400 deputati e 200 senatori). Si tratta della quarta lettura, perciò in caso di esito positivo la legge sarà approvata in via definitiva.

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