Il toto-Quirinale è cominciato e stavolta sembra ancora più inutile del solito. Per tradizione, due-tre mesi prima dell’elezione del Capo dello Stato inizia a roteare una girandola di nomi il cui unico scopo è nascondere le reali intenzioni dei partiti. Quasi sempre, infatti, far circolare un nome sui giornali equivale a depennarlo dalla lista dei papabili.

Per la prima volta nella sua storia quasi trentennale, Forza Italia sperimenta il correntismo. Da quando fu fondata, nel 1994, la formazione di Silvio Berlusconi è sempre stata più simile a un’azienda privata - con un amministratore delegato e tanti dipendenti stipendiati - che a un partito politico. Per questo è rimasta estranea a dinamiche dialettiche come, appunto, la formazione di correnti.

Dopo mesi di pose elettorali, nel governo inizia la battaglia sul reddito di cittadinanza. La settimana scorsa il Consiglio dei ministri ha approvato un decreto omnibus che, tra i vari provvedimenti, prevede il rifinanziamento del sussidio. Nel corso della riunione, il ministro leghista dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti, ha protestato contro la misura per via delle coperture: i 200 milioni stanziati (comunque meno dei 260 contenuti nella prima bozza) arrivano dai soldi iscritti a bilancio e poi non spesi per altri interventi sociali, ossia l’Anticipo pensionistico per i lavoratori precoci e le occupazioni gravose, il Reddito d’emergenza e i congedi parentali.

Da quando guida la Lega, Matteo Salvini non è mai stato così debole. Lo scandalo Morisi e il disastro apparecchiato per le amministrative certificano la crisi del fu Capitano, ma sono solo l’ultimo atto di una parabola discendente iniziata più di due anni fa. Dopo l’harakiri del Papeete - quando uscì dal governo Conte1 convinto, a torto, di forzare le elezioni anticipate - Salvini ha continuato a scrivere un manuale di autolesionismo. Prima è riuscito a perdere quasi il 15% nei sondaggi stando all’opposizione - caso unico nella storia repubblicana - poi si è infilato nel governo Draghi per partecipare al banchetto del Recovery, ma così facendo ha perso il controllo del partito.

La celebrazione a media unificati di Sua Santità Mario Draghi non accenna a indebolirsi, ma la verità è che nemmeno il sommo vate dell’eurocrazia riesce a fare miracoli. E, di fronte alla necessità di rispettare una tabella di marcia, rimarremmo italiani anche se a guidarci fosse il dio Thor. Prendiamo il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), che contiene tutti gli impegni assunti dall’Italia in cambio di aiuti europei per oltre 190 miliardi. In base a quel documento - citato da tutti e letto da nessuno - entro il 2021 dovremmo approvare 27 riforme e realizzare 24 investimenti. Ebbene, alla fine dell’anno mancano poco più di tre mesi e siamo ancora a caro Mario ti scrivo: fin qui, abbiamo dato il via libera ad appena otto riforme e a cinque investimenti.


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