Arabia, l’ora della punizione

di Michele Paris

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Costa Rica: proibito scioperare

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di Mario Lombardo

L’abbandono in maniera pacifica della cosiddetta Zona Verde di Baghdad da parte dei manifestanti guidati dal leader religioso sciita, Moqtada al-Sadr, ha soltanto messo in pausa la grave crisi in cui si dibatte da mesi il governo iracheno del primo ministro, Haider al-Abadi. Praticamente senza incontrare opposizione nelle forze di sicurezza, nel fine settimana migliaia di dimostranti erano entrati nell’area della capitale off-limits per la popolazione dell’Iraq e che ospita, tra l’altro, le principali istituzioni governative e le rappresentanze diplomatiche straniere.

La protesta, un evento senza precedenti nell’Iraq del dopo Saddam Hussein, è stata il culmine di settimane di scontri politici che stanno paralizzando il governo di Baghdad e che, come temono soprattutto gli Stati Uniti, rischiano di mettere a repentaglio la guerra allo Stato Islamico (ISIS) che controlla ancora circa un terzo del territorio del paese mediorientale.

E’dal mese di febbraio che il premier Abadi sta cercando di ottenere dal Parlamento l’approvazione di un nuovo gabinetto, composto principalmente da “tecnici”, nel quadro di un piano di riforme volte a limitare la suddivisione settaria del potere. L’iniziativa si è però scontrata con la forte opposizione di molte formazioni politiche, tra cui la fazione del suo partito guidata dall’ex premier, Nouri al-Maliki, che temono di veder svanire la rete fatta di favoritismi e clientelismo su cui basano il proprio potere e le ricchezze dei loro affiliati.

La mossa di Abadi, peraltro, riflette il tentativo disperato di stabilizzare il proprio governo, esposto alle pressioni dovute non solo alla sempre più precaria situazione della sicurezza interna, ma anche al rallentamento della crescita economica e al crollo delle quotazione del petrolio.

Nella disputa in atto a Baghdad si è comunque inserito con la consueta astuzia politica al-Sadr, mobilitando i suoi sostenitori nella comunità sciita e chiedendo al governo di portare a termine le riforme promesse da Abadi. All’inizio della scorsa settimana il Parlamento aveva approvato alcune nomine di nuovi membri del governo proposti dal primo ministro, ma il processo si è nuovamente arenato di fronte alle cariche più importanti.

Al-Sadr ha così “ordinato” la marcia sulla Zona Verde della capitale, dove i manifestanti hanno occupato la sede del governo e del Parlamento. Ufficialmente per rispettare un pellegrinaggio sciita che si tiene in questi giorni, al-Sadr ha alla fine richiamato i propri sostenitori, anche se ha minacciato nuove proteste per venerdì prossimo, assieme al possibile ritiro dei parlamentari che fanno capo al suo movimento.

Moqtada al-Sadr e il suo Esercito del Mahdi - successivamente ribattezzato Brigate della Pace - si erano conquistati un certo seguito e prestigio in Iraq grazie alla lotta armata condotta contro l’occupazione americana seguita all’invasione del 2003, nonostante molti leader sciiti avessero all’epoca optato per la collaborazione con le forze di Washington.

Come hanno spiegato vari ritratti di Al-Sadr proposti dai media in questi giorni, quest’ultimo, pur respingendo ideologie politiche ben definite, fa riferimento allo Sciismo e al nazionalismo iracheno. Frequentemente si è scagliato contro l’ingerenza in Iraq di potenze straniere e i suoi sostenitori hanno spesso un atteggiamento critico anche nei confronti dell’Iran. Con esponenti del governo di Teheran, al-Sadr si è scontrato più volte in passato, ma mantiene allo stesso tempo forti legami con la Repubblica Islamica, dove ha vissuto per anni e del cui appoggio politico ha indubbiamente beneficiato.

Le sue fortune politiche in Iraq sono state alterne in questi anni. Il crescente malcontento popolare verso il governo ha permesso però a al-Sadr di tornare a svolgere un ruolo di spicco nelle vicende del suo paese. Nelle ultime settimane ha cavalcato il desiderio ampiamente diffuso tra gli iracheni di mettere fine alle divisioni settarie, utilizzate dalla classe dirigente come sistema di controllo del potere, per chiedere un’amministrazione più efficiente e meno corrotta.

In ultima analisi, tuttavia, è fuori discussione che l’opposizione dei sadristi sia motivata da questioni di opportunismo politico, legate oltretutto agli interessi settari di un movimento che è anch’esso ancorato a sezioni dell’establishment sciita iracheno. La stampa americana, in maniera tutt’altro che sorprendente, non ha mancato di rilevare le motivazioni non sempre così nobili di al-Sadr.

Per il New York Times, ad esempio, quello in atto sarebbe un tentativo di fare pressioni sui “politici che si oppongono agli sforzi [riformisti] di Abadi” e di “ricollocare [al-Sadr] nel quadro politico iracheno”. Altri commentatori hanno poi fatto notare come l’agenda di al-Sadr e del premier non sia molto diversa. Abadi, infatti, avrebbe tutto l’interesse a utilizzare il sostegno popolare dei sadristi per far approvare le proprie riforme politiche.

In molti ritengono d’altra parte che il capo del governo e Moqtada al-Sadr siano impegnati in trattative dietro le quinte. Ciò spiegherebbe la facilità con cui i manifestanti hanno avuto accesso alla Zona Verde di Baghdad, teoricamente super-protetta, e la maniera pressoché indisturbata con cui se ne sono andati domenica malgrado lo stato d’assedio proclamato e Abadi avesse ordinato l’arresto di quanti si fossero resi responsabili di atti di vandalismo.

Le vicende di questi giorni rischiano di innescare nuove pericolose tensioni in Iraq. La crisi alimentata dai sadristi minaccia, per cominciare, l’allargamento della spaccatura che attraversa il fronte sciita, con evidenti conseguenze sulla stessa stabilità di un paese nel pieno della guerra con una forza fondamentalista che, quanto meno fino a pochi mesi fa, ne minacciava addirittura l’esistenza.

Proprio i timori relativi all’efficacia della guerra all’ISIS e alla perdita della residua legittimità della classe politica irachena ha motivato le recenti visite a Baghdad di importanti esponenti dell’amministrazione Obama. Il segretario di Stato, John Kerry, e il numero uno del Pentagono, Ashton Carter, erano stati in Iraq nel mese di marzo, seguiti settimana scorsa dal vice-presidente USA, Joe Biden.

I vertici di queste settimane hanno avuto con ogni probabilità come oggetto di discussione, oltre alla crisi politica, anche i preparativi della prevista offensiva militare per strappare la città di Mosul al controllo dell’ISIS, dopo i successi nella riconquista di Ramadi e Tikrit. Lo stesso governo americano è di nuovo impegnato massicciamente in Iraq, dopo il ritiro ufficiale delle forze di combattimento nel 2011. A tutt’oggi, si contano in questo paese più di 5.000 soldati USA, tutti o quasi impegnati a “sostegno” delle forze indigene contro l’ISIS.

A livello generale, la causa principale della crisi dell’Iraq rimane ad ogni modo l’invasione americana del 2003 che ha letteralmente devastato la società di questo paese. Tra le conseguenze più nefaste di un’impresa che può essere considerata come uno dei più gravi crimini di guerra da oltre mezzo secolo a questa parte sono proprio le lacerazioni su base settaria che continuano a tormentare l’Iraq e il suo popolo.

L’amministrazione Bush, di fronte alla resistenza all’occupazione delle proprie forze armate, alimentò deliberatamente il conflitto interno tra sunniti e sciiti, provocando un bagno di sangue nella seconda metà del decennio scorso e favorendo la nascita di formazioni jihadiste in precedenza mai esistite in Iraq e che sarebbero sfociate nello Stato Islamico.

La divisione dell’Iraq lungo linee settarie è tuttora sull’agenda di quanti a Washington vedono in essa l’unico modo per stabilizzare il paese e mantenerlo nell’orbita strategica americana o, quanto meno, per evitare che esso, come entità unitaria, finisca in maniera definitiva all’interno di quella iraniana.

Lo stesso vice-presidente Biden, ancora prima di essere reclutato da Obama, un decennio fa aveva ipotizzato la suddivisione dell’Iraq in tre parti indipendenti o semi-indipendenti: una a maggioranza sciita, una sunnita e una curda. Con il persistere della crisi in Iraq e nell’intera regione mediorientale, è indiscutibile che simili piani siano ancora allo studio a Washington, ma anche a Baghdad, e la loro implementazione non farebbe altro che portare a compimento, a oltre tredici anni dall’invasione USA, la completa distruzione del paese che fu di Saddam Hussein.

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