di Sara Nicoli

E' un'offensiva politica che non trova similitudini nella storia recente quella che la Chiesa sta mettendo in atto contro i Dico, il disegno di legge del governo firmato Bindi-Pollastrini, che ha l'intento di diventare una legge quadro sui diritti delle coppie di fatto, nonostante i vistosi maldipancia presenti anche all'interno della stessa compagnie governativa che l'ha proposta. Stavolta non è sceso in campo il solito Osservatore Romano a criticare il governo per le sue coraggiose scelte in un campo del sociale molto sentito nel Paese (secondo l'Istat in Italia ci sono 500 mila coppie di fatto interessate alla nuova legislazione). Prima ha preso la parola il cardinal Ruini annunciando una "nota ufficiale, una parola meditata, che sia impegnativa per coloro che accolgono il magistero della Chiesa e che possa essere chiarificatrice per tutti". Poco dopo è stato il Papa, in prima persona, a intervenire.

di Elena G. Polidori

Minacce. Vere, reali. Tanto forti e decise da far sembrare tutte le pressioni esercitate in precedenza dal Vaticano sulle scelte etiche del governo italiano solo esercizi dialettici e prese di posizione puramente simboliche. Il quotidiano della Cei, L'Avvenire, alla vigilia di un dibattito politico forse risolutivo sulla questione dei Pacs e incentrato sulle aperture contenute nel ddl Bindi-Pollastrini, ha gettato alle ortiche ogni residuale prudenza e ha posto un veto assoluto al varo della legge. Parole dure, nette, dal sapore dell'avvertimento pesante e in odore di ricatto. Se, in buona sostanza, il governo decidesse di scegliere una formula più aperta di un'altra, nella definizione delle coppie di fatto, questo non potrà che rappresentare uno spartiacque “che inevitabilmente – si legge nel fondo firmato dal direttore della testata, Dino Boffo – peserà sul futuro della politica italiana”. E, quasi a voler ritrovare le antiche radici di un potere di interdizione a cui la Chiesa non ha mai rinunciato e che oggi supera ogni limite di decenza, il quotidiano dei vescovi ha rispolverato una frase latina con cui Pio IX respinse con risolutezza ogni possibile mediazione con lo Stato unitario dopo la breccia di Porta Pia: non possumus.

di Fabrizio Casari

Tattica d’aula a parte, non è stato un bello spettacolo il voto sull’Afghanistan al Senato che ha mandato in minoranza la maggioranza di governo. Le polemiche, furiose quanto ipocrite, che hanno fatto seguito al voto, hanno persino peggiorato il brutto spettacolo dei deputati del Polo che esultano. Serve a poco far presente che il peggio del peggio, cioè Calderoli (capacissimo nella tecnica parlamentare), sia stato più abile dei capigruppo dell’Unione; lo si dice giusto per tenere a mente che al peggio non c’è mai fine. Il Vicepremier Rutelli attacca Rifondazione che, con PdCI e Verdi è l’oggetto delle accuse, in qualche modo poste sia da Fassino che dagli stessi prodiani, mentre la capogruppo Finocchiaro, ricorda che “è l’Ulivo a farsi sempre carico di tutte le mediazioni necessarie”. S’imputa, in sostanza, alla cosiddetta “sinistra radicale”, una mancanza di coesione politica sulle scelte di fondo del Governo e della maggioranza che lo sostiene e si evidenzia come il possibile rischio di rottura della maggioranza sarebbe loro responsabilità. Ma è davvero così?

di Lidia Campagnano

Come fermare un cretinetti avanti negli anni che considera ancora incantevole, con le donne, un atteggiamento da bagnino romagnolo anni Cinquanta? Una moglie lo sgrida, lo sfotte, lo minaccia, gli ricorda chei figli lo guardano…e alla fine, dato che proprio lui non capisce, gli fa una scenata pubblica. Pubblica, si fa per dire: al bar, sotto casa con i vicini che ascoltano, o in casa, a tradimento, davanti a parenti o amiche, testimoni di terribili minacce (ti castro, ti sbatto fuori casa in mutande). Ma se costui si chiama Silvio Berlusconi? Si fa così: si manda una lettera a un quotidiano di larga diffusione. Una lettera nella quale la moglie spiega di aver fatto il possibile, per anni, per non mandare il marito a quel paese, o per non dare i numeri, ma che è diventato impossibile sopportare oltre senza perdere la dignità e senza compromettere la sana educazione delle figlie (che potrebbero crescere nell’idea che una donna deve subire di tutto nella relazione con un uomo) e del figlio (che potrebbe venir su come il padre, vale a dire incapace di una relazione civile con una donna).

di Sara Nicoli

Si è rimasti non poco sorpresi nell’assistere all’enfasi con cui il presidente dell'Antitrust, Antonio Catricalà, ha dato l'affondo ex catedra al ddl Gentiloni, quel progetto di legge ancora in fase embrionale che si pone come principale tra gli obiettivi di mettere un tetto solido alla possibilità di accaparramento pubblicitario da parte di una sola azienda televisiva (Mediaset) a discapito delle altre (Rai compresa, ovviamente). Facendo leva sull'autorevolezza del ruolo, Catricalà ha fatto eco a Berlusconi (che già aveva definito “criminoso” il ddl ) andando dritto al cuore di un problema non suo ma che da tempo il Paese si aspetta che venga risolto. Ma non certo nel modo da lui suggerito: “Non si possono porre tetti al fatturato di un'azienda – ha spiegato - perchè se ne deprime la crescita e per Mediaset la raccolta pubblicitaria è gran parte del fatturato”. Una stupefacente difesa dell’azienda berlusconiana che è piombata nel dibattito politico in modo dirompente. E che ha palesato, prima che la semplice critica al ddl, una nuova, incresciosa anomalia del sistema delle regole italiano, quella di un presidente dell'Antitrust che difende trust e concentrazioni anziché il suo contrario. Quando si dice l’uomo giusto al posto giusto…


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