di Carlo Benedetti

Oltre 3000 chilometri dello Jenisei, il grande fiume siberiano, sono a rischio inquinamento. E’ una tragedia che colpisce la Russia proprio nel cuore di quel bacino ecologico da sempre vantato e presentato come una riserva di purezza, quanto ad acque, boschi e ambiente in generale. Tutto è avvenuto nel giro di poche ore, quando nell’estremo meridione dei monti Sajany (nei pressi della città di Kyzyl capitale della leggendaria repubblica di Tuva) nella diga della centrale idroelettrica Sayano-Shushenskaya, la più grande del Paese e la quarta più grande del mondo, si è verificata un'inondazione parziale della sala macchine. I morti sono dodici, i feriti 10 e i dispersi 68, secondo quanto riferisce l'agenzia Itar-Tass citando il portavoce della commissione investigativa della procura generale, Vladimir Markin. La situazione dell’intera zona - dice la tv russa - è indescrivibile. I danni economici sono al momento incalcolabili, pur se il ministro russo per le Emergenze, Serghiei Shoigu, insiste nell’affermare che tutto è sotto controllo. Ma il panico regna sovrano.

Al momento, si sa solo che l’esplosione si è verificata durante alcuni lavori di riparazione nell'impianto macchinari. Un trasformatore a olio è esploso distruggendo i muri e il soffitto del reparto che ospitava una turbina. E' seguita l'inondazione dei locali e delle gallerie sotto la gigantesca diga, costruita nel 1978 e bisognosa di manutenzione lungo tutta la lunghezza di cresta di 1066 metri che contiene una riserva d'acqua di 31 km quadrati.

Il disastro ha provocato l’immediato inquinamento del fiume Jenisei, nel quale si sono versati gli olii dei trasformatori dell'impianto. Tecnici ed operai, squadre di soccorso e reparti dell’esercito presenti nella zona, non sono riusciti a bloccare il flusso dell’olio. La centrale è entrata in tilt e le acque del fiume si sono tinte di giallo. Inquirenti e proprietari della centrale forniscono intanto versioni differenti, ma quel che è certo è che ci vorranno alcune settimane per determinare la dinamica esatta della tragedia.

I soccorritori stanno ora esplorando le gallerie alla ricerca di superstiti. Intanto risulta che due turbine sono state distrutte ed altre due sono fortemente danneggiate. E si teme per eventuali smottamenti causati dall’aumento del flusso delle acque: già si corre e ai ripari per rafforzare gli argini dello Jenisei. Ma l’impresa si annuncia ciclopica. Il fiume corre infatti per oltre 4000 chilometri. La popolazione locale teme ora il possibile crollo della diga alta 245 metri.

Contemporaneamente, l'arresto della centrale siberiana ha avuto ripercussioni in Borsa sulle azioni della società proprietaria “RusHydro” (sospese a Mosca e in caduta del 13% a Londra) e ne avrà sull'economia della zona, che ospita numerose fabbriche di acciaio e alluminio, tra cui quelle della “Rusal” guidata dall'oligarca Oleg Deripaska. In una riunione straordinaria con i ministri dell'Energia e delle Emergenze, si è prospettata la possibilità di ricorrere a fonti di energia supplementare o di ridurre la produzione industriale, per consentire di creare una riserva aggiuntiva di energia in vista della stagione invernale. “RusHidro” parla di danni per "miliardi di rubli", e stima che occorreranno diversi mesi per riparare la centrale.

E tutto questo, tenendo anche conto del fatto che il bacino dello Jenisei copre una superficie di circa 2.850.000 chilometri quadrati, che ne fa uno dei maggiori a livello planetario, estendendosi su grande parte della Siberia centrale. Fanno parte dell’intera regione idrografica, tramite il fiume Angara, anche il lago Bajkal e tutti i suoi immissari; questo fa sì che il maggiore di questi, il Selenga, sia ricompreso nel bacino che si estende perciò anche su una buona fetta di territorio Mongolo. La catastrofe, quindi, si estende ed è sempre più difficile bloccare l’immensa coltre di olio che copre il fiume.

Mosca in queste ore prospetta la possibilità di ricorrere a fonti di energia supplementare, o di ridurre la produzione industriale per consentire di creare una riserva aggiuntiva di energia in vista della stagione invernale. E mentre il Cremlino vive queste ore di forti preoccupazioni per l’intera regione siberiana, arrivano da Kiev altre notizie che contribuiscono a gettare altro olio sul fuoco. L'Ucraina ha infatti protestato con Mosca, accusando la flotta russa del Mar Nero di aver inquinato la baia di Sebastopoli in Crimea. Si tratta della quattordicesima nota di protesta ucraina nei confronti dei russi dall'inizio dell'anno. La presenza della flotta russa a Sebastopoli, nella penisola ucraina (ma russofona) della Crimea, é da tempo motivo di conflitto tra i due Paesi. Si annunciano, per Mosca e per la Siberia, un inverno più duro del solito.

di Mario Braconi

In un momento di frenesia da shopping, potrei aver comprato un paio di Timberland e, già che c'ero, la borsa di Prada che mia moglie desiderava da tempo; stanco di girare per negozi, potrei essermi fermato a mangiare un cheeseburger al fast food. Non solo avrei sperperato una quantità di denaro tale da costringermi a renderne conto alla mia coscienza (e maltrattato il mio stomaco): secondo un corposo rapporto pubblicato da Greenpeace a giugno, potrei essere diventato inconsapevolmente complice di peccati ben più gravi: il vilipendio dei diritti umani e la distruzione della foresta amazzonica.

di Daniele Rovai

Il 3 agosto di quest’anno ENEL ed EDF hanno siglato una joint venture con il compito di realizzare gli studi di fattibilità per la costruzione di almeno 4 centrali nucleari di “nuova” tecnologia nel nostro Paese. Si tratta delle nuove centrali di III generazione denominate EPR. Questo accordo, come ha affermato al momento della firma Pierre Gadonneix, Presidente e Direttore Generale di EDF, “è in linea con la strategia del gruppo EDF finalizzata a rafforzare la propria posizione in Europa e la leadership mondiale nella rinascita dell’energia nucleare”. E’ l’ultimo atto di una serie di accordi che vede Enel - e il nostro governo suo maggiore azionista - partecipare, con una quota del 12,5%, anche alla costruzione della centrale nucleare EPR di Flamanville (con un opzione per le altre 5 che la Francia metterà in cantiere per sostituire gli impianti che dovrà chiudere entro il 2025). Saremo il miglior cliente dell’industria nucleare francese. Avremo però la loro migliore tecnologia?

di Alessandro Iacuelli

Come i lettori di Altrenotizie certamente ricorderanno, lo scorso 24 febbraio, durante il summit Italia-Francia a Roma tra Silvio Berlusconi e Nicholas Sarkozy, è stato siglato un accordo per una collaborazione nella costruzione in Italia di almeno 4 centrali del tipo Epr. Proprio in seguito a quell'accordo, è nata in questi giorni una joint venture tra Enel e Edf, chiamata Sviluppo nucleare Italia srl, azienda che avrà il compito di realizzare gli studi di fattibilità per la costruzione delle quattro centrali nucleari con la tecnologia (obsoleta, anche se ultimamente si preferisce definire "avanzata) Epr. Enel ed Edf, spiega una nota congiunta resa pubblica alla firma dell'accordo, possiederanno il 50% ciascuno della joint venture e la società, che avrà la sua sede a Roma, dovrà avviare le necessarie attività di studio per la realizzazione delle centrali e prendere le adeguate decisioni di investimento. E' poi prevista la costituzione di altre società per la costruzione, proprietà e messa in esercizio di ciascuna centrale Epr.

di Daniele Rovai

Per le nuove centrali nucleari Italiane lo Stato non darà alcun sussidio perché la loro costruzione sarà interamente finanziata dagli operatori privati. Lo ha dichiarato qualche giorno fa il ministro Scajola a margine dell'inaugurazione del cantiere di Mochovce, in Slovacchia, dove Enel sta costruendo due unità nucleari. Peccato che sia una menzogna. Il “nuovo” nucleare costerà molto alle indebitate casse dello stato ed Enel avrà tutti gli aiuti che servono. Anzi qualcuno l’ha già avuto. Per esempio, l’aver fatto pagare alle famiglie italiane un contratto che riguarda la messa in sicurezza di materiale radioattivo di sua proprietà. Negli anni 80 la Francia, la Germania e l’Italia si accordarono per sviluppare un progetto di reattori veloci che si sarebbero alimentati con le scorie prodotte da loro stessi. Fu usato il termine di centrali autofertilizzanti.


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