di Giorgio Ferrari

La bozza di Dlgs resa pubblica alla vigilia di Natale, che dovrebbe dare attuazione all’art.25 della legge 99/09 (rilancio del nucleare) non si limita solo a regolare la scelta dei siti nucleari, ma arriva a definire i criteri di accettazione dei nuovi impianti utilizzando una serie di contraffazioni procedurali e normative, che dovrebbero mettere in allarme non solo la classe politica, ma anche il personale tecnico-scientifico che sarà coinvolto nella gestione di questo nuovo ciclo nucleare.

L’impostazione del Governo su questa delicata materia è pari a quella di colui che, volendo costruire una casa, comincia dal tetto. Il decreto, infatti, è finalizzato (formalmente) a stabilire criteri e procedure per la localizzazione di impianti nucleari (centrali, depositi e fabbriche di combustibile) prima ancora che lo stesso Governo abbia stabilito quali siano i criteri e le procedure che sovrintendono alla progettazione, costruzione ed esercizio di simili impianti, vale a dire quello che nella normativa IAEA e nelle due Convenzioni internazionali (Sicurezza nucleare del 1994 e quella sul combustibile-rifiuti del 1997) è chiamato il legal framework.

Questo insieme di leggi, regolamenti e norme tecniche, in Italia è del tutto deficitario, essendo composto da documenti che risalgono a più di 20 anni fa (le guide tecniche del CNEN, mai aggiornate) e che ancora all’epoca della realizzazione di Montalto di Castro, costringeva noi tecnici del settore a fare ampio ricorso alla normativa Usa. Questo deficit normativo, nonostante abbia implicazioni serissime sul piano dell’affidabilità e della sicurezza, tanto da risultare il cardine delle prescrizioni enunciate dalle due Convenzioni sopracitate, è stato aggirato dal comma 1 Art.7 del decreto in questione (Disposizioni per la verifica tecnica dei requisiti degli impianti nucleari). Si stabilisce che i reattori già licenziati in paesi con cui l’Italia ha accordi bilaterali (leggi Francia ed Usa) sono sostanzialmente approvati anche nel nostro paese, sollevando l’Agenzia Nucleare di compiti che altrimenti non sarebbe in grado di assolvere data la scarsità di mezzi e personale qualificato di cui è composta.

Ne risulta che il licencing - procedura complessa che esamina in dettaglio il progetto, la costruzione e il funzionamento di ogni singola parte di un reattore nucleare, prima di autorizzarlo - sarà una barzelletta. La conferma di questo procedere all’italiana sta nel successivo Art.13 del decreto, che concede all’Agenzia Nucleare appena 12 mesi per svolgere l’istruttoria tecnica del progetto e rilasciare l’autorizzazione alla costruzione ed esercizio di una centrale nucleare, quando negli Usa la NRC (a cui nessuno si sogna di imporre limitazioni di alcun tipo) impiega mediamente tre anni per terminare una istruttoria di licencing.

Ma le contraffazioni non finiscono qui. Le procedure autorizzative per una centrale nucleare sono surrettiziamente estese anche a strutture destinate allo stoccaggio del combustibile e dei rifiuti radioattivi (Art.1 ed Art.18) edificabili nello stesso sito, cosa regolata separatamente dalla Convenzione sul Combustibile/rifiuti del 1997, che richiederebbe quindi un’altra autorizzazione.

Così facendo, inoltre, si precostituisce la possibilità di realizzare depositi temporanei di combustibile irraggiato e rifiuti radioattivi adiacenti ad una centrale che, essendo prodotti nello stesso sito, possono non essere sottoposti a VIA. Questo escamotage legislativo si basa sulla definizione di impianto nucleare data dal decreto che stravolge non solo le definizioni ufficiali della normativa internazionale, ma perfino quelle del Dlgs 230/95, che alla corrispondente definizione individua ben cinque diverse categorie di impianto nucleare.

Ancora in tema di autorizzazioni, il comma 7 dell’Art.13 vieta l’esame VIA per questioni che sono state precedentemente oggetto di VAS, citando in merito il Dlgs 152/06, nonostante tale divieto sia scomparso con l’abolizione dell’Art.33 del Dlgs 152/06 che la prevedeva; infine va segnalato il comma 15 in cui la famigerata autorizzazione unica vale anche come dichiarazione di pubblica utilità, indifferibilità ed urgenza delle opere! Di dubbia attribuzione sono i requisiti richiesti agli operatori (coloro che richiedono il nulla osta all’esercizio di una centrale nucleare) che verranno stabiliti dal Ministero dello sviluppo economico e non dall’Agenzia Nucleare, ad ennesima conferma che questa non è affatto indipendente come richiesto dalle norme internazionali.

Anche per il deposito nazionale dei rifiuti (trattato al titolo III) si presentano vistose incongruenze, come quella che lo vuole destinato ad ospitare “i rifiuti radioattivi a bassa e media attività ed all’immagazzinamento, a titolo provvisorio di lunga durata, dei rifiuti ad alta attività ed il combustibile irraggiato”. Colpisce qui l’ossimoro “a titolo provvisorio di lunga durata” che lascia intendere che questa non sia la destinazione definitiva dei rifiuti, ma colpisce ancora di più lo stravolgimento della legge 368/2003 (legge Scanzano) che all’Art 1 prevedeva che “La  sistemazione  in  sicurezza  dei  rifiuti radioattivi é effettuata  presso  il Deposito nazionale, riservato ai soli  rifiuti  di  III  categoria”, quindi non a quelli di bassa e media attività! Quanto alla realizzazione del deposito stabilire che l’istruttoria tecnica per la sua costruzione ed esercizio debba concludersi in 12 mesi, quando in altri paesi ha richiesto fino a 10 anni, è un atto di criminale incompetenza che si spera non passi inosservato alla cosiddetta comunità scientifica, comunque sia  schierata sulla scelta nucleare.


 

di Daniele Rovai

L’invio del combustibile da Caorso era iniziato a dicembre del 2007, procedendo celermente, per mandar via dall’Italia l’80% della radioattività ereditata dalla stagione atomica degli anni ’70. Dopo Caorso sarebbe toccato alle barre della centrale atomica di Trino ed infine sarebbero partite quelle di Saluggia. Da oggi, con lo sciopero dei dipendenti, tutto è fermo e ogni ritardo può compromettere un accordo che è costato alle famiglie italiane, per pagarsi la loro sicurezza nucleare, ben 277 milioni di euro. «Da dicembre del 2007 ad agosto del 2009 abbiamo fatto partire 52 cask - ci dice il tecnico che ha accettato di incontrarci - per un totale di 884 elementi radioattivi. Abbiamo lavorato su tre turni, abbiamo fatto gli straordinari e lavorato anche la domenica. Siamo i primi a non volere più quelle barre. Possiamo però avere il diritto di sapere che fine faremo?»

Quando a ottobre del 2008, con il disegno legge “Sviluppo”, l’esecutivo ha deciso di commissariare e smembrare l’azienda, hanno chiesto rassicurazioni al governo, azionista unico, sui loro posti di lavoro. Non hanno ottenuto risposta. Anzi il ministero, ci dicono, cestinava le mail senza nemmeno aprirle. E’ in quel periodo che inizia un’agitazione sindacale unitaria a livello nazionale che però, per la Uil e la Cisl, finisce ad agosto del 2009, quando il neo commissario rassicura sui posti di lavoro; l’agitazione continua invece per la Cgil, che insieme a quelle parole pretende anche un atto formale del governo che non arriva. E a Caorso a continuare lo sciopero sono daccordo tutti: anche gli iscritti alla Cisl. Il loro é uno sciopero particolare. La legge non prevede che un impianto nucleare, seppur spento, non sia presidiato da tecnici. Il loro sciopero consiste nel rifiuto degli straordinari.

«Con il blocco degli straordinari il lavoro si ferma. Per completare l’inserimento delle barre nei cask 8 ore non bastano e questo lavoro quando lo inizi lo devi portare a termine. Perciò non lo inizi nemmeno. Lo stesso vale per i trasporti: la prefettura per problemi di sicurezza li autorizza solo la domenica e noi quel giorno di straodinario non lo facciamo. Sfido chiunque a lavorare a contatto con materiale nucleare 10 ore al giorno, notti e domeniche comprese, sapendo che la tua azienda sarà fatta a pezzi e nessuno che ti dica che fine farai.»

Il loro, in effetti, è un lavoro rischioso. Devono prendere delle barre radioattive depositate dentro una piscina piena d’acqua a 12 metri di profondità e metterle dentro dei cask, cilindri d’acciaio alti 4 metri. Tutto il lavoro si svolge sott’acqua, usando un carro ponte con un argano costruito apposta pilotandolo da svariati metri d’altezza. L’acqua è l’unica barriera che li protegge dalle radiazioni. Ma quando il cask sigillato viene tirato fuori dall’acqua e asciugato la loro dose di radizioni, seppur bassa, la prendono ogni giorno.

Sono persone che conoscono l’impianto come le loro tasche. Qualcuno l’ha addirittura visto nascere e sono consapevoli della responsabilità che hanno verso la popolazione. Per questo non accettano di passare per irresponsabili. E quasi si offendono quando gli domandiamo se la SOGIN potrebbe utilizzare personale esterno per fare il lavoro al posto loro. «Certo che potrebbero farlo. Alcuni lavori li hanno già appaltati a ditte esterne. Ma la legge (d.lvo 230 del 15 marzo 1995 - n.d.r.) dice che al momento dell’invio di materiale radioattivo fuori dalla centrale devono essere presenti le squadre di sicurezza. Cioè noi. E siccome i trasporti di materiale radioattivo la prefettura li autorizza solo di domenica non parte nulla.»

Eppure nei primi giorni di dicembre qualcosa si era mosso. «E’ vero. Abbiamo incontrato il commisario Mazzuca in videoconferenza, che poi ha messo nero su bianco quello che ci ha detto: cioè che l’azienda sarebbe rimasta in mani pubbliche e che sarebbe addirittura cresciuta con la ripartenza nucleare. Quando gli abbiamo ribadito che volevamo anche la firma di Scajola ci ha assicurato che non avrebbe firmato il documento se non fosse questa la volontà del ministero. Ma se era questa la soluzione perché non l’hanno detto subito?»

Domanda interessante. Anche perché la legge parla di “smembramento” della società e vendita dei beni ad aziende energetiche controllate al 20% dallo Stato. La lettera del commissario, invece, descrive una Sogin divisa in due, con lo Stato azionista di maggioranza sia della prima (100%) che della seconda (51%). Non è una differenza da poco. «Noi abbiamo voluto credere alle parole del commissario ed il 6 dicembre, per dimostrare che non è nostra intenzione mettere in imbarazzo l’azienda, abbiamo fatto partire i 2 cask già pronti. Ma siamo stati chiari: se il 18 gennaio 2010, quando sarebbero dovute ripartire le operazioni d’invio, non c’era il decreto ministeriale con gli indirizzi operativi del governo, da qui non sarebbe partito più niente.» Quel decreto ancora non c’é. E lo sciopero continua.

Mentre veniamo via da Caorso pensiamo a quell’impianto nucleare e a quei tecnici che sembrano vivere in simbiosi con la loro centrale. Ci hanno raccontato come hanno cambiato lavoro, e casacca, ormai troppe volte. Negli anni ’70 tecnici ENEL del ramo nucleare. Poi, quando il sogno è finito, ecco la casacca di ENEL-SGN e la trasformazione in costose guardie giurate d’impianti diventati improvvisamente vecchi. Infine, smantellatori d’impianti atomici con la casacca SOGIN, cioè l’esternalizzazione da parte di ENEL dei servizi di gestione del “vecchio” nucleare: un onere costoso che non dava alcuna remunerazione e che avrebbe potuto danneggiare un’azienda pronta per il collocamento in borsa. Ci hanno colpito le parole di commiato: «Chi opera nelle vecchie centrali nucleari italiane è un bene prezioso. E’ la memoria storica di quel luogo. Chiuderci non solo non avrebbe senso. Ma sarebbe un grave errore anche per il nucleare futuro».
   

di Alessandro Iacuelli

Il Ministro dell'Ambiente, Stefania Prestigiacomo, ha presentato il 13 gennaio scorso, presso la Sala Europa del Ministero dell'Ambiente, il SISTRI, il sistema di controllo della tracciabilità dei rifiuti speciali e urbani della Regione Campania. Il progetto nasce per garantire un maggiore controllo della movimentazione dei rifiuti speciali, pericolosi e non, lungo tutta la filiera, sfruttando le tecnologie più avanzate. Presenti, assieme al ministro, il Comandante Generale dell'Arma dei Carabinieri, Leonardo Gallitelli, e il Presidente di Unioncamere, Ferruccio Dardanello, che hanno firmato i protocolli per l'attuazione del sistema.

Con il SISTRI viene posta particolare attenzione al trasporto e alla fase finale di smaltimento con l'utilizzo di sistemi elettronici in grado di dare visibilità al flusso in entrata e in uscita degli autoveicoli nelle discariche. Va in pensione, finalmente, il sistema di rilevazione cartaceo che finora, purtroppo, ha consentito di conoscere i dati relativi alla gestione dei rifiuti speciali con un ritardo di circa tre anni, creando vantaggi impensabili per le ecomafie. Quasi mezzo milione le imprese e gli enti tenuti per legge ad utilizzare il nuovo sistema.

Tutti dovranno dotarsi del software, che sostituirà formulari e registri, mentre i trasportatori dovranno dotarsi anche di un trasmettitore satellitare da installare su ogni mezzo di trasporto. Il sistema monitorerà una massa di rifiuti di oltre 100 milioni di tonnellate all'anno, dalla fase della produzione fino al trasporto e allo smaltimento, che verrà gestito dal comando dei Carabinieri per la tutela dell'Ambiente. Il sistema sarà interconnesso con i sistemi informativi della guardia Costiera e delle imprese ferroviarie.

"Parte la grande sfida della lotta alle ecomafie", ha spiegato il ministro nel corso di una conferenza stampa al ministero, "un progetto molto importante, dal momento che ora con il Sistri, il movimento dei rifiuti sara' controllato in tempo reale nella mani sicure dei Carabinieri. Il Sistri garantirà trasparenza e legalità sull'82% dei rifiuti complessivi attraverso il controllo satellitare via Gps e con un sistema di telecamere piazzate in tutte le discariche a livello nazionale. Così la fetta della criminalità organizzata nel campo dei rifiuti sarà sempre più circoscritta e più facile da colpire".

Dal nuovo sistema sono escluse, per ora, le piccole imprese fino a 11 dipendenti, poi si vedrà dopo questo primo anno di sperimentazione. "In Campania il Sistri", ha continuato il ministro, "sarà anche per quelli urbani e viene reso obbligatorio non solo per le imprese e gli enti ma anche per i comuni". Il ministro ha spiegato inoltre che la nuova tecnologia "manderà in soffitta quegli adempimenti collegati al sistema cartaceo che si è dimostrato fin troppo facile da manomettere.

Per quanto riguarda i costi, Prestigiacomo insiste nel sottolineare che "per lo Stato è a costo zero perchè anche se c'è stato uno stanziamento iniziale di risorse per acquistare il brevetto, verrà ripagato dalle tariffe che le imprese sono tenute e pagare, cifre contenute che vanno dai 100 ai 700 euro a seconda della dimensione dell'impresa, della massa dei rifiuti prodotti e del tipo di pericolosità, comunque cifre ben al di sotto di quelle che hanno pagato finora".

"Siamo primi in Europa a realizzare questo sistema", ha infine spiegato, "voglio sottolineare che dopo averlo presentato a Bruxelles ha destato interesse sia da parte della Commissione europea sia dei singoli stati membri, questa tecnologia sarebbe infatti molto efficace se venisse adottata anche a livello comunitario". Il sistema sarà pienamente operativo a luglio prossimo, intanto il Comandante generale dell'Arma dei Carabinieri definisce Sistri "un progetto importante per la legalità, la semplificazione e la trasparenza, che ridurrà l'illegalità in questo settore".

In questo momento, in cui il provvedimento attuativo per rendere operativo il Sistri è appena stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale, non sappiamo e non possiamo sapere se il sistema funziona o no, e probabilmente non si riuscirà ad averne un'idea prima di un anno, ma in ogni caso l'impegno per il contrasto alle ecomafie segna un importante passo in avanti e risponde a delle serie esigenze di razionalità e semplificazione, di legalità, di informatizzazione e di modernizzazione che in un settore come quello delicato dei rifiuti speciali stanno assumendo il carattere di necessità e di vera urgenza. Soprattutto per quel 10% di rifiuti speciali, circa 15 milioni di tonnellate secondo l'ultimo dato ufficiale, classificati come rifiuti tossico-nocivi. La posta in gioco è altissima: sottrarre alle organizzazioni mafiose e malavitose in generale il controllo e lo sfruttamento dei rifiuti per smantellare una delle principali fonti di ricchezza dei clan.

Vanno così in pensione i due principali strumenti dei clan e di tutti quegli imprenditori che si sbarazzano a basso costo dei propri rifiuti speciali, i due documenti più contraffatti della recente storia italiana: il Fir (formulario di identificazione dei rifiuti) e il Mud (Modello Unico di Dichiarazione ambientale). Documenti che seguivano manualmente i rifiuti, e che sistematicamente vengono distrutti e sostituiti da altri fasulli. Con questo sistema cartaceo, le eventuali anomalie vengono denunciate solo dopo che gli Enti competenti hanno svolto i controlli. Spesso dopo anni, spesso troppo tardi. Con il Sistri, invece, è possibile controllare e monitorare eventuali illeciti in tempo reale, usando la tecnologia GPS, che può localizzare il veicolo che trasporta rifiuti e monitorare il percorso effettuato.

I dispositivi tecnologici di cui saranno dotate le imprese sono: chiavetta USB, necessaria per ciascuna unità locale e per ciascun mezzo in dotazione all'azienda dedicato al trasporto di rifiuti speciali, ed una black box, per monitorare il percorso dell'automezzo. Ogni singolo veicolo che trasporta rifiuti dovrà esserne dotato. Obbligatoriamente. Le imprese avranno a disposizione, per effettuare l'installazione una lista delle officine autorizzate all'installazione dei dispositivi, affidati alle imprese in comodato d'uso e consegnati con le credenziali e le relative istruzioni.

Per ottenere i dispositivi si dovrà essere muniti del modulo di certificazione generato dal Sistri e dovrà essere esibita la ricevuta del pagamento del contributo annuale. L'impresa dovrà sottoscrivere il certificato digitale (abbinato alla firma elettronica e una dichiarazione su responsabilità e oneri per danneggiamento o smarrimento dei dispositivi). La chiavetta USB contiene un software per l'identificazione di cui dovranno dotarsi tutte le imprese del settore, cioè produttori e smaltitori di rifiuti, nonché gli autotrasportatori che effettuano trasporto di rifiuti.

Riserve, cautele, e altre storie non sono arrivate certo dai clan, ma da Confindustria, che ha rilevato che l'assenza di un periodo di sperimentazione del nuovo sistema potrebbe comportare diversi problemi soprattutto per le piccole imprese. Ancora cautele nell'applicazione del nuovo sistema da parte delle Pmi, microimprese e aziende artigiane e altre associazioni imprenditoriali. Ma c'è poco da fare: salvaguardare il territorio dai traffici illeciti di rifiuti speciali può solo passare attraverso una minore libertà di movimento per chi li produce. In Italia, mentre lo smaltimento dei rifiuti urbani è di responsabilità pubblica, per i rifiuti speciali ad essere responsabile dello smaltimento è chi li produce, e se chi li produce trova il modo per risparmiare sul costo di smaltimento... ecco spiegato perché l'Italia detiene il record in Unione Europea per i reati ambientali legati allo smaltimento illecito di rifiuti speciali pericolosi e non pericolosi.

Ora l’obiettivo può essere solo la trasparenza del flusso dei rifiuti, anche se questo comporta l'introduzione, a carico delle imprese, di nuovi obblighi informatici per la gestione dei rifiuti. Per questo non deve meravigliare se le critiche vengono dal mondo imprenditoriale e industriale. E se i tempi sono stretti, vuol dire che l'urgenza di fermare i traffici è un'esigenza reale. Entro il 28 febbraio 2010 i trasportatori professionali di rifiuti speciali devono iscriversi al Sistri. Entro il 13 luglio 2010 i trasportatori professionali di rifiuti speciali devono adempiere a tutti gli obblighi previsti dal Sistri, compressa la gestione dei dati tramite dispositivo USB e black box.

 

 

 

di Alessandro Iacuelli

Non è una modica quantità di rifiuti speciali, quella sequestrata dalla Guardia di finanza del comando provinciale di Salerno a Battipaglia: trecentomila tonnellate di rifiuti speciali, depositati come fossero caramelle, su un'area di circa 25mila metri quadrati. Una vera e propria montagna. Rifiuti speciali, quindi, di provenienza industriale, non certo normale "spazzatura", che erano, secondo le fiamme gialle, "depositate in maniera incontrollata su un terreno battuto, inquinando e danneggiando gravemente il sottosuolo".

La società privata coinvolta, pur essendo iscritta nel registro delle imprese esercenti l'attività di recupero rifiuti non pericolosi, é "risultata tenere rifiuti speciali in quantità e qualità difformi a quelle per cui è stata rilasciata l'autorizzazione all'interno di una cava". Il titolare é stato denunciato in stato di libertà ed alla sua azienda, che si occupa di trattamento (illecito secondo la Procura salernitana) di materiali di fusione, sono stati sequestrati beni per circa 3 milioni di Euro.

La prima domanda da porsi, in questi casi, è sempre riguardante la natura dei rifiuti trattati illecitamente. Ed è profondamente sbagliato accontentarsi della classificazione legale di quel tipo di rifiuti. La legge non basta, occorre la chimica. I rifiuti in questione, ad esempio, sono scorie di fusione e di fonderia, rifiuto speciale che, in base alla nostra legislazione, è catalogato come "rifiuto speciale non pericoloso". Non pericoloso, dizione che fa tranquillizzare, si riferisce però al rifiuto se trattato correttamente e correttamente smaltito o recuperato. Scorie di fonderia significa particelle metalliche finissime che, se per la legge rimangono "non pericolose", lo diventano per la chimica, per la biologia, per la medicina, se ingerite o inalate. E se le scorie, come secondo le accuse della Procura di Salerno, non sono trattate correttamente, ma abbandonate in modo incontrollato sul terreno, finiranno per infiltrarsi nel terreno stesso, arriveranno nella falda acquifera, saranno trascinati altrove dall'acqua.

Poi, si può anche legalmente continuare a chiamarli "rifiuti speciali non pericolosi", ma comunque si tratta di materiali che una volta finiti nelle falde acquifere finiranno nelle acque di irrigazioni di campi coltivati e quindi, in definitiva, finiranno nei nostri piatti. Stesso ragionamento vale per le cosiddette "terre di fonderia", una miscela di sabbia silicea e di agglomerati organici o inorganici utilizzata per le operazioni preliminari di preparazione delle forme e delle anime, nelle quali viene colato il metallo.

La legge mostra anche un'altra lacuna: quella del contrasto allo smaltimento illecito dei rifiuti. Infatti, le indagini degli investigatori salernitani, concretizzatesi nel blitz a Battipaglia, sono nate nell'ambito dei servizi di controllo economico del territorio da parte del Comando Provinciale della Guardia di Finanza. Proprio come nel caso di Al Capone, imprendibile come mafioso, ma arrestato per motivi fiscali, anche in questo settore succede spesso che il "motore" delle indagini sia di tipo fiscale, o comunque di un altro ambito criminoso. Questo succede perché in Italia i delitti ambientali ancora oggi non sono stati inseriti nel codice penale, con la conseguenza che le pene sono basse, e spesso alcuni reati non sono tali. Così, in questo caso, ad essere inquinato è stato il sottosuolo, che appartiene a tutti.

La lacuna non è solo legale, é più profonda. E' quella del controllo. La chimica ci insegna quale sia il volume di questi materiali ed anche il loro peso. Se per trasportare 300.000 tonnellate di scorie di fusione e di terre di fonderia sono stati usati TIR di grosso volume, come i 35-70, allora c'è poco da fare: ci sono voluti poco più di 5.000 camion, di 5.000 viaggi. Possibile che 5.000 trasporti diretti in quella cava a Battipaglia siano passati completamente inosservati? E se, a quanto pare, sono passati inosservati, questo non indica forse chiaramente una lacuna, anche grave, nelle strategie di controllo dei traffici illeciti?

Un episodio simile a quello salernitano è avvenuto nel casertano. Qui, su mandato di Corrado Lembo, Procuratore della Repubblica presso il tribunale di S. Maria Capua Vetere, il personale del Corpo Forestale dello Stato ha sottoposto a sequestro un'aera adiacente ad un'industria biochimica, dove sono stati depositati rifiuti speciali su suolo privo di impermeabilizzazione ed in modo incontrollato. I rifiuti sono costituiti da un gruppo di 27 fusti metallici, in pessimo stato di conservazione, arrugginiti e forati, recanti l’etichettatura "Acetone puro", ma dei quali non è stato ancora individuato il vero contenuto. Ma ci sono anche cisterne contenenti prodotti chimici, sacchi contenenti sali mescolati a materiale terroso e filtri industriali usati. Il Corpo Forestale ha provveduto all'immediata campionatura dei rifiuti, che saranno sottoposti ad analisi chimiche da parte dei tecnici dell'ARPAC al fine di accertarne sia la natura che la pericolosità.

 

di Alessandro Iacuelli

Potrebbe sembrare un controsenso, quanto appare da alcune indagini condotte dalla magistratura e dalle autorità doganali del nostro Paese. Eravamo abituati a vedere i rifiuti industriali italiani, in particolare quelli tossici, prendere la via dell'Africa, a fare compagnia a quelli di quasi tutto il resto d'Europa, invece il nuovo quadro che emerge, alla soglia del secondo decennio del XXI secolo, indica una inaspettata inversione di tendenza: dall'Italia all'Africa, e poi di ritorno nel nostro Paese. E' questo il nuovo affare (economico) che circonda gli scarti velenosi del nostro mondo produttivo. Quei rifiuti tossici tornano in Italia.

Si tratta per lo più di scarti industriali e rottami ferrosi contaminati con sostanze nocive, o a volte radioattive. Sostanze che per legge non sono più riutilizzabili nei cicli di produzione industriale, ma sono destinate ad essere smaltite come rifiuti speciali. Invece succede che vengano riutilizzate, e non si tratta certo di riciclaggio o riutilizzo di materie prime seconde, ma di avvelenamento pericoloso di nuovi prodotti che finiscono sul mercato. Il percorso dei rifiuti si fa più accidentato: viene imbarcato via mare in porti già noti per questo tipo di attività, in particolare quelli di Liguria, Toscana e Campania, in misura minore anche in Calabria e Sicilia. Spesso, sfuggono ai controlli doganali, con tecniche già note: sulle bolle di accompagnamento c'è scritto che si tratta di generi alimentari, veicoli, materiali edili e, nel caso di rifiuti elettronici, addirittura come materiale informatico per lo sviluppo e la cooperazione con i Paesi del Terzo Mondo.

L'Agenzia delle Dogane, notevolmente sottodimensionata rispetto alle esigenze del Paese, fa quel che può, ma in Italia ci sono porti che movimentano oltre trenta milioni di container l'anno, il che significa una media di un container al secondo: impossibile controllarli tutti senza paralizzare le operazioni di imbarco e di sbarco dei mercantili. Vengono usate alcune tecniche di campionamento, per selezionare i container da sottoporre a controlli, ma molti sfuggono lo stesso. Nonostante ogni mese nei porti italiani vengano sequestrate diverse tonnellate di merci che merci non sono.

Una volta usciti dal nostro Paese, dopo un po' ritornano. Nel 2008, la Guardia di Finanza e l'Agenzia delle Dogane hanno individuato 4.000 tonnellate (una quantità modesta, rispetto al totale) di rifiuti pericolosi provenienti dall’Africa, dall'America e dal Nord Europa, oltre che centinaia di tonnellate di rifiuti speciali provenienti dall'Albania e dalla Croazia. Di che materiali si tratta, e perché arrivano da noi? Si tratta di catalizzatori esausti, contaminati con sostanze tossiche, prodotti chimici e soprattutto pet coke, un sottoprodotto del petrolio che si ottiene dal processo di condensazione di residui petroliferi pesanti e oleosi, viene usato come combustibile economico, ma ha un problema: è altamente cancerogeno in quanto contiene zolfo al di la dei livelli previsti dalla legge. Ma costa pochissimo, trattandosi di un rifiuto, pertanto se lo si riesce a far entrare in Italia per vie traverse, il guadagno è assicurato. Un carico di pet coke è stato bloccato, nei mesi scorsi, nel porto di Gela.

Le indagini condotte dal sostituto procuratore catanese Antonio Nicastro hanno consentito di ricostruire tutta la filiera di (falso) smaltimento e riuso: il carico proveniva dal Venezuela e arrivato nel porto di Gela ed era destinato ad un cementificio di Siracusa, che l'avrebbe usato come combustibile, rilasciando in atmosfera tutti i suoi pericolosi prodotti di combustione.

Invece a Salerno, la Guardia di Finanza ha sequestrato nel porto un bel numero di containers provenienti dall'Irlanda e da alcuni paesi dell'Africa centrale, contenenti sostanze tossiche e materiali elettronici di scarto: questo materiale era destinato ad una società romana, assolutamente fittizia, che era stata incorporata da anni da un'altra società con sede a Milano. Si trattava degli stessi rifiuti che avevano lasciato illegalmente l'Italia ed avevano preso la via del del Benin. Tornati in Italia per essere riutilizzati nei processi produttivi di molte industrie italiane, per risparmiare a discapito della nostra salute. Combustibili altamente tossici che ci mostrano, in tutta la loro cruda realtà, quando in Italia siamo lontani dalle logiche industriali che tutelano la salute e l'ambiente.

E si risparmia non solo sul combustibile, ma anche in un altro modo: importando illegalmente le sostanze tossiche, eludendo le dogane, si froda anche il fisco. Nelle scorse settimane, un'indagine condotta dalla Procura della Repubblica di Bergamo ha portato alla luce un traffico illecito di rifiuti realizzato attraverso società filtro, create appositamente e successivamente trasferite in altre regioni e avviate alla liquidazione, per gestire un'enorme quantità di rifiuti di origine ignota e di qualità chimico-fisiche sconosciute.

Le società fantasma servivano anche a mantenere immacolate e preservare dai controlli della polizia ambientale altre società sempre riconducibili agli indagati, alle quali erano poi rivenduti i rifiuti ripuliti. L'organizzazione usava fare pagamenti fittizi a mezzo di denaro contante, espedienti finalizzati a celare vere e proprie distrazioni di fondi societari, quantificati in circa 7 milioni di Euro, canalizzati principalmente verso la Repubblica di San Marino, e utilizzando anche nominativi di fantasia.

Il 16 ottobre scorso, era toccato alla Guardia di Finanza di Brescia scoprire una triangolazione societaria, anche questa fatta con la Repubblica di San Marino. Ad essere movimentati erano i materiali ferrosi che compongono gli scarti delle acciaierie, di cui è pieno una parte del territorio bresciano. Anche in questo caso, il fisco veniva eluso tramite un giro di fatture false: decine di milioni di euro venivano spostate a San Marino mediante meccanismi tali da disperdere le tracce dei pagamenti delle transazioni illecite.

Sul fronte "tecnico" della sparizione dei rifiuti, il comitato Seagull, associazione con sede a Molfetta, dedita alla tutela degli interessi dei marittimi, che prende il nome dall'omonima nave naufragata nel 1977, lancia una pesante quanto importante accusa: la presenza di marinai extracomunitari a bordo delle navi, spesso sotto ricatto. Non solo lavorano in scarsa sicurezza e con stipendi al ribasso, ma il ricatto che subiscono è l'obbligo, pena il licenziamento, di sversare in mare i rifiuti tossici che non possono essere rivenduti a nessuno, ma che vanno per forza smaltiti.

In pratica, il 2010 inizia con un quadro preoccupante. E ancora si attende una presa di posizione seria da parte delle potenti organizzazioni degli industriali italiani. Così, mentre Confindustria lamenta presso il governo le deboli strategie per uscire dalla "crisi" e tace sui suoi stessi smaltimenti illeciti, l'Agenzia delle Dogane ipotizza per il nuovo anno un boom delle importazioni illegali di pet coke. Si tratta chiaramente di un riciclo illegale, e pericoloso. Ma l'industria italiana, perennemente in crisi, pur di risparmiare qualcosa sui combustibili appare addirittura disposta ad avvelenare il territorio.

Il bilancio, sempre del 2008, poiché i dati del 2009 non sono ancora stati resi noti, parlano chiaro: l’Agenzia delle Dogane ha sequestrato in tutto l'anno 106.000 tonnellate di pet coke. La cosa che fa venire i brividi è che molto di questo veleno era destinato a fare da combustibile nei forni d’industrie alimentari, italiane, soprattutto produttori di zucchero e di prodotti dolciari. E i rifiuti arrivano nei nostri piatti.


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