di Agnese Licata

Potrebbe sembrare una vittoria definitiva, schiacciante. Invece, a guardar bene, non è ancora detta l’ultima parola. Certo, quella che i rappresentanti di Médecins Sans Frontières non hanno esitato a definire “sentenza storica”, rappresenta una tappa importante nella lotta che i Paesi in via di sviluppo stanno conducendo in nome del libero accesso ai farmaci. Eppure, neanche la decisione della giustizia di uno Stato internazionalmente riconosciuto come l’Unione indiana, potrebbe avere forza contro il Wto, il World Trade Organization. Basterebbe infatti una sola decisione dell’Organizzazione mondiale del commercio – storicamente “impegnata” nella difesa degli interessi economici dei suoi membri più potenti – per rendere vana la decisione presa lunedì scorso dall’Alta corte di Chennai (India meridionale). Decisione con la quale ha respinto le pretese della Novartis di tutelare il brevetto di un suo farmaco salva-vita, il Glivec, l’unico al mondo in grado di curare una particolare forma di leucemia genetica. Insomma, a richiedere attenzione è, ancora una volta, la lunga battaglia tra diritto alla salute da un lato, e interessi economici delle case farmaceutiche dall’altro. Il Wto, fin da quando è nato, dodici anni fa, ha dimostrato più volte di patteggiare proprio per queste ultime.

di Fabrizio Casari

Volete meno armi? Possiamo discuterne. Ci chiedete di distruggere una parte del nostro arsenale militare? Possiamo farlo. Ma solo se, in cambio di armi, riceveremo salute. Il presidente del Nicaragua, Daniel Ortega, ha gettato sul tavolo del contenzioso regionale centroamericano sugli armamenti una proposta semplice quanto efficace. “Ci chiedono di eliminare i missili terra-aria di cui disponiamo, necessari alla difesa del paese. Non li distruggeremo tutti, ma una parte si. Quattrocento missili non verranno toccati - ha detto Ortega - essendo necessari alla nostra sicurezza, ma gli altri possono essere eliminati. In cambio – ha tenuto a precisare il Presidente - vogliamo attrezzature sanitarie d’avanguardia che aiutino il Nicaragua a dotarsi di apparecchiature diagnostiche utili al miglioramento della sanità pubblica”. Il Nicaragua, in possesso di 1051 missili terra-aria SAM-7, di fabbricazione sovietica, è quindi disposto a distruggerne 651, purché il governo statunitense consegni macchinari tecnologici e medicine di valore equivalente. Macchine per la TAC e per la dialisi in primo luogo, oltre che medicine.

di Elena Ferrara

E’ un campo inesplorato, ma è pieno di sorprese quello dei Rom di tutto il mondo che si organizzano con l’obiettivo di dimostrare che tra di loro c’è anche una elite intellettuale. Come dire: “mai-dire-mai”. E così a muoversi su questa strada è la comunità romena che mette in mostra i suoi artisti, scrittori e musicisti. E lo fa seguendo le indicazioni di quello che è ritenuto come il “Re internazionale dei Rom”: Florin Cioaba. Un romeno la cui famiglia guida già da parecchie generazioni il popolo dei Rom avendo cercato, soprattutto negli anni Sessanta, di integrare le varie etnie nella società, sia a livello nazionale che internazionale. Ora parte dalla Romania un processo di riabilitazione del popolo Rom e vengono resi noti e pubblicizzati i nomi di quanti si distinguono nel campo sociale e culturale. Sono, ad esempio, il musicista e politico Madalin Voicu (deputato del Partito Socialdemocratico e presidente onorario del “Partito dei Rom”, noto per aver proposto 20 “comandamenti” e tra questi quello che raccomanda ai Rom di lavarsi, per diventare più civili dei romeni), l'antropologo Vasile Ionescu, lo scultore Marian Petre, il pittore Eugen Raportoru che si è laureato a quarant’anni l'anno scorso e che ora studia all’accademia delle Belle arti di Bucarest. Vanta nel suo curriculum 20 mostre in Romania e all'estero e nel 2004 due suoi lavori sono stati esposti in Vaticano sotto l'egida dell'Unesco.

di Eugenio Roscini Vitali

Il 6 luglio, non lontano dalla città di Ingall, Niger settentrionale, è stato rapito un dirigente cinese della compagnia di estrazione di uranio Sino-U, società legata al colosso dell’energia China nuclear engineering and construction group corporation (Cnec). Il fatto, avvenuto nei pressi del sito di Teguidan Tessoumt , oltre mille chilometri a nord della capitale Niamey, segna una evoluzione nella lotta contro il regime del presidente Mamadou Tandja. Anche se dopo dieci giorni l’ostaggio è stato liberato, il coinvolgimento dei lavoratori stranieri indica che la strategia dei ribelli inizia a ricalcare quanto sta già accadendo in Etiopia, dove l'Ogaden national liberation front (Onlf) ha lanciato l’assalto agli impianti cinesi di prospezione del petrolio, e nella Nigeria meridionale, dove il Movimento di emancipazione del Delta del Niger (Mend) combatte contro il saccheggio del territorio e rivendica il trasferimento del controllo delle risorse petrolifere dal governo alle comunità locali. In Niger la rivolta è guidata dal Movimento nigerino per la giustizia (Mnj), formazione spesso definita come la ribellione Tuareg, ma che comprende tutte le etnie della regione settentrionale e un numero sempre crescente di ex-ufficiali che abbandonano l’esercito. Il movimento, entrato in azione per la prima volta lo scorso febbraio, combatte per difendere i diritti delle popolazioni minacciate dalla fame e per una più equa distribuzione delle ricchezze.

di Giuseppe Zaccagni

Le economie si integrano e si confondono e così, mentre le multinazionali del grande occidente si scatenano a tutto campo, si svegliano anche quelle holding finanziarie delle economie “emergenti” che hanno sede a Pechino e a Mosca. Ed è subito assalto all’Africa, terra vergine, sempre nell’ottica di un rapporto non conflittuale. Cominciano i cinesi. Si scopre – cifre alla mano – che i loro contatti economici e commerciali con l’Africa sono in rapida crescita. Secondo gli ultimi dati del ministero del Commercio cinese, nel 2006 il volume commerciale bilaterale ha superato per la prima volta i 50 miliardi di dollari, raggiungendo i 55,5 miliardi, cioè il 40% in più rispetto allo stesso periodo del 2005. Per l’Africa sono affari d’oro, perché le tanto criticate merci cinesi sono considerate, nel continente nero, tutte di ottima qualità e a buon mercato. Tanto che, per ampliare l'importazione dai paesi africani, la Cina ha azzerato i dazi doganali su 190 prodotti provenienti dai 28 paesi africani più arretrati, fino a registrare un deficit di 2 miliardi e 100 milioni di dollari. Di conseguenza l’establishment di Pechino è stato ampiamente premiato anche con precisi impegni economici che vedranno l’Africa intera estendere i rapporti con la Cina. E non è un caso se a dirigere la Banca Africana per lo Sviluppo è attualmente proprio un cinese, Zhou Xiaochuan, che è, allo stesso tempo, governatore della Banca centrale della Cina.


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